Solo come un cane

In Umanità
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Il cane mi abbaia arrabbiato mentre passo in bici. L'ho già visto altre volte. Dietro la rete di ferro arrugginito, dentro al cortile di ghiaia e cemento, triste come erano le terre di nessuno di Berlino Est, il cane lupo, stanco, mi ringhia contro senza pensieri, senza anima, senza nemmeno cattiveria vera.

Mi mostra i denti sbavando quella poca saliva che il caldo afoso gli permette di fare.
Fa quello che deve senza pensare, per contratto.
Il sole di agosto, di un fine settimana lungo e solitario, lo ha reso inutilmente e tristemente scontroso.
Guardo intorno.
E’ a guardia di una azienda, vecchia e decrepita, come le sue zampe.
Polpastrelli gonfi e lividi, il pelo solcato da lunghe strisce glabre, gli occhi sporchi di polvere.
Ha un angolo polveroso all’ombra di un muricciolo, l’alternativa libera ad una settimana lavorativa chiuso nel box che vedo in fondo al cortile.
Lo liberano anche di notte.
Sempre solo, anche di notte.
Gli uomini di giorno.
Il cane di notte.
Penso che conosce questa semilibertà solo come l’altra faccia della solitudine.
Penso che potrebbe pensare, come Christopher McCandless che la felicità è reale solo quando condivisa.
Ma penso che ha la sfortuna di essere un cane .
E qualcuno ha pensato che non possa pensare.
Penso anche che noi umani pensiamo troppo a volte.
Abbaia come un matto mentre scorro lungo i 30 metri della recinzione e si ferma solo nell’angolo per vedermi di sguincio scomparire lasciandolo solo.
Solo come un cane.
Non lo sento più.
Cala nuovamente il silenzio del weekend nella zona industriale. Desolata e immobile come un deserto di cemento, un prato di asfalto e pali della luce come alberi magri magri.
Non lo sento più.

Non me la sento più.
Giro la bici.
Torno da lui.
E’ una questione tra abitanti del pianeta.
Non me la sento di lasciarlo solo.
Mi rivede e abbaia di nuovo come un forsennato.
Ha ragione. Sarei incazzato anche io.
Nasci cane pastore e ti mettono nel box di giorno.
Cresci cane pastore e ti tirano fuori di notte.
Prima o poi muori cane pastore perché ti scoppia il cuore di caldo e solitudine.
Gli parlo il più dolcemente che posso anche se non dico niente di intelligente.
Non smette.
Gli porgo la mano perché la annusi.
Mi guarda come uno che passa dalla parte di quelli che hanno ragione ma a cui non va di fare il superiore.
Smette. Mi guarda e tace.
Con dignità.
Sento che ha la ragione dalla sua.
Mi sta facendo pesare la superiorità della sua umanità, che forse è un termine sbagliato e che non potevamo coniare che noi, strafottenti padroni autoproclamati di un posto che nostro non è mai stato.
Gli occhi scuri e stanchi mi dicono che no, non si fa così.
E che io in quel momento rappresento tutta la gente che ha confuso la sua impossibilità di spiegarsi come un assenso allo sfruttamento.
Forse è il caldo, forse la sudata in bicicletta, forse è che ho mangiato poco.
Sento le voci.
Anzi vedo la voce filtrare dagli angoli sporchi delle sue orbite.
“Non abbaio più, dovevo farlo per contratto, solo che il contratto qui lo onoro solo io. Va torna tra i tuoi e digli che qui c’è un fratello più piccolo che sta male solo perché non può parlare. Non si fa così, anche se per la vostra legge è tutto ok. Anche se ho la ciotola d’acqua e anche se non sono legato. Quello che manca è l’amore. Dillo, almeno dillo. E adesso vai che torno al mio angolo ma che almeno all’ombra. Che fino a lunedì mattina è lunga da fare passare. Dillo. Io per ora non abbaio più”.
Si sento le voci. Non sono mai stato davvero normale e probabilmente queste voci sono le mie insicurezze e i mille errori commessi che ritornano a galla come pentimenti tardivi.
Ma è così. Oggi è così. E così gli sfioro il naso, attento a non farmi mordere ma non lo fa.
Si allontana disegnando un cerchio, sempre fissandomi.
Si accuccia e mi lascia andare con gli occhi.
Si appena torno casa lo dico.
Ho visto un mio fratello più piccolo essere triste perché non può parlare.
Come padroni del pianeta possiamo fare meglio, senza grandi sforzi.

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“La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini.”
Publio Ovidio Nasone

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