Smettiamola di chiedere alle persone di essere felici (e poi vendergli come riuscirci)

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Non c’è nulla di più commovente di chi si racconta storie false e di chi ci crede. E non c’è niente di più costoso. Specie se a pagare sei tu.

Oltre 300 milioni di persone soffrono di depressione, la principale causa di disabilità, e più di 260 milioni vivono con disturbi d’ansia. Un impatto sul nostro lavoro e sulla nostra vita ma anche un costo di circa 1000 miliardi di dollari ogni anno.  Di contro… qualcuno ci guadagna.

Senza alimentare inutili complottismi, succede perché, come ha scritto Matthew Jones (coach, terapeuta ed esperto di auto-aiuto!), “le persone infelici sono facili da controllare. L’enfasi della nostra società sulla produttività e sull’etica del lavoro – due sottoprodotti di un sistema capitalista e materialista – mantiene le persone infelici e poi le convince che l’unica via d’uscita sia spendere i loro soldi in “soluzioni rapide” che in realtà non funzionano. La verità è che quando stai soffrendo e cerchi aiuto, l’industria dell’auto-aiuto manipola le tue debolezze vendendoti false speranze.”

Debolezze, ansia, depressione o anche solo la spasmodica ricerca di essere all’altezza

“È un’onda violenta che ti sbatte su una spiaggia rocciosa, e il tuo corpo stanco si trascina più e più volte, finché pensi che potresti anche sdraiarti sugli spigoli vivi e lasciare che l’acqua ti assuma. Quindi, la forza inaspettata ti aiuta a stare in piedi; c’è il sole sulla tua faccia e il sale sulla tua lingua. Ma la prossima ondata arriva – un pugno non annunciato e poco gentile – e ti catapulta avanti. Pulisci la grinta dai tuoi occhi e fai scorrere il sangue dalle ginocchia e tossisci il fango dai polmoni. In lontananza ci sono volti sorridenti e mani alzate: perché continui a cadere?! Stai solamente in piedi! È magnifico qui!”

Le righe di sopra non sono romanzate, non così tanto. Sono una delle 70 testimonianze raccolte da Nancy Tucker in That Is When Started Worry, un libro che racconta in modo crudo la pressione e la situazione di giovani donne  tra i 16 e i 24 anni in Gran Bretagna. Ma quante di queste storie non vengono raccontate?E quanto i social raccontano una storia diversa, opposta, irreale? Mi viene in mente un’altra ragazza salita alla ribalta qualche anno fa. La giovanissima modella australiana Essena O’Neill con oltre 612.000 follower di Instagram che un giorno si sveglia e vede tutto chiaro e vuoto. Cancella i suoi account social, riscrive radicalmente la sua storia sui social media al motto di “Non è la vita reale”.

La star di Instagram Essena O’Neill ha cancellato più di 2.000 foto e ha radicalmente riscritto le didascalie di quei post rimasti.

Non è la vita reale quella. Sono solo storie che spesso ci raccontiamo e che fanno comodo a chi deve venderci qualcosa spacciandola per soluzione, puntando sul senso del disagio, proponendo di annullare problemi che invece non possono essere eliminati del tutto – perché i problemi, nella vita reale esistono eccome.

Storie. Non c’è nulla di più commovente di chi si racconta storie false e ci crede. Nelle righe che seguono provo a smontarne qualcuna che ho incontrato e che probabilmente hanno raccontato anche a voi.

Lo ha detto Confucio

“Date a un uomo un pesce e mangerà un giorno. Insegnategli a pescare e mangerà tutta la vita”.

A parte che probabilmente non è nemmeno vero che sia di Confucio, questo è un proverbio che ha un forte richiamo in certi circoli, caratterizzati dal mantra “volere è potere”. Tutta la società nordamericana è permeata da questa logica. Una società figlia di coloni che, ultimi nel loro paese, credevano con fede al fatto che i loro sforzi e il loro cambio di gioco avrebbero avuto successo. Figlia del pensiero di Ralph Waldo Emerson che ipotizzava l’esistenza di “un’anima superiore”, “Over-soul”, che in sé comprende tutti ciò che vive e che ti incita a superare i limiti di qualsiasi natura. Gran parte dell’ambiente della formazione e dell’auto-miglioramento derivano da filoni nord-americani, insistono sul fatto che insegnando ad ottenere il risultato, anziché provvedendo a dare il risultato, tutto si può superare. (Cosa che se stai male… ti fa sentire peggio!)

Bruce Kasanoff ha affrontato brillantemente l’argomento con un post su Linkedin dove offre invece due suggerimenti per capire se la persona che hai davanti può permettersi di imparare a pescare o se le serve intanto un pesce per potere andare avanti e poi imparare.

Il primo è notare quanto spaventata, terrorizzata, confusa e disorientata sia la persona in questione. Più lo è, più le serve un pesce. Il secondo è di quanta empatia siamo dotati, tenendo conto che più abbiamo successo nel nostro campo, tanto meno siamo capaci di comprendere una persona che non lo ha e si trova in difficoltà.

Invece siamo abbastanza miopi e la tentazione di fare da maestri saggi e il naturale istinto egoistico che ci spinge a tenere tutto per noi, mescolati, fanno sì che scuotendo il dito spieghiamo alla persona in difficoltà quanto importante sia darsi da fare. Cosa corretta in senso assoluto, ma spesso impraticabile in determinati momenti. Il detto pseudo-confuciano si scontra insomma con la vita reale. Come è successo a Patrick McConlogue.

Il caso di Trees For Cars

Cento dollari o un mestiere?

Nel 2013 il ventitreenne Patrick McConlogue aveva fatto amicizia con un senzatetto, Leo Grand, che incontrava ogni mattina andando al lavoro. Grand viveva sui marciapiedi, lungo la West Side Highway di Manhattan. Patrick gli fece una proposta: ti do subito cento dollari, e ne fai quel che vuoi, oppure ti insegno a programmare e ti aiuto e trovarti un lavoro. Grand scelse la seconda offerta.

Missione complicata. Grand non era esattamente uno studente modello, spesso svogliato e poco puntuale, venne anche arrestato per vagabondaggio. Tuttavia, alla fine, Leo Grand riuscì a creare una app per mettere in contatto persone che hanno bisogno di un passaggio in automobile. Trees For Cars ebbe immediato successo e Grand guadagnò circa 15.000 dollari; non una fortuna ma comunque un gruzzolo per iniziare un nuovo progetto di vita.

Ma non andò così. A parte l’insuccesso nel medio termine (l’app non rese come previsto e venne ritirata), il proposito umanitario di Patrick di insegnare a pescare a Leo venne frustrato da alcuni imprevisti.

Chi è senzatetto da tanto tempo per esempio, non riesce a reinserirsi facilmente nella società solo perché riesce a guadagnare del denaro. Grand non ha voluto aprire un conto in banca e nemmeno entrarci in banca.

Gli esperti di “homeless” spiegano che quando un individuo vive per strada a lungo, accumula diverse forme di paranoie. Molti hanno paura del “sistema”. Pensano che esista un controllo globale. E che il “sistema” li voglia mettere in carcere fa tutti i costi. Altri si vergognano di non avere indirizzo, carta di identità, il numero della sicurezza sociale, che la banca richiede per definizione.

Grand ora è tornato a fare il senza tetto, sostenendo che i soldi che ha fatto erano pochi per cambiare vita e che a lui va bene così. Insegnargli a pescare non ha portato a nulla. Forse avrebbe avuto bisogno di un pesce, magari un lavoro subordinato, che gli permettesse di rientrare nei canoni sociali con gradualità, e poi avventurarsi nella imprenditoria.

Cosa voglio dire: non è vero che la felicità sia diventare un imprenditore di successo. Molte volte hai bisogno di altro.

Un paio di calzini asciutti sono già molto

Quando non sei lucido, imparare non è sufficiente. Quando sei in difficoltà, hai bisogno di una mano.

E sei hai dubbi prova a pensare a quando sei stato in difficoltà. Ecco, in quel momento, il più piccolo atto di gentilezza concreta da parte di altri è stato molto più importante di qualsiasi consiglio, predica o intenzione teorica.

Un bel libro per ragazzi di Bob Graham si intitola “Come guarire un’ala rotta” e racconta di come nella frenetica città, nessuno noti un piccione che si è schiantato contro una finestra. Con un’ala spezzata non può più volare e nessuno lo aiuta, tranne un ragazzino e sua madre, che prima lo avvolgono con cura e poi lo portano a casa per curarlo e rimetterlo in salute. Con riposo, tempo, pazienza e un po’ di speranza lentamente il piccione guarisce e poi riprende la libertà.

Ma prima ha avuto bisogno di un pesce, non di una lezione su come non ci si schianta contro i vetri.

Scott Benner ha raccontato la sua esperienza di senza tetto e di come quell’esperienza gli abbia cambiato la vita

Come racconta l’artista Scott Benner, dopo la sua esperienza di senzatetto: “Quando sei un homeless, a volte le cose molto piccole significano molto. Un paio di calzini asciutti, scarpe senza buchi, una manciata di monete”.

A volte le cose molto piccole significano molto. Un paio di calzini asciutti, scarpe senza buchi, una manciata di monete”. Condividi il Tweet

Quando l’uomo affamato sei tu

Quando l’uomo affamato siamo noi, quando, fuor di metafora, ci troviamo in quelle situazioni in cui tutte le tue paure ti ricordano che hai dovuto cancellare un altro sogno, un altro progetto. Quando nel tuo cervello si installa un mono-pensiero, tipo “non ho ancora fatto niente”,” Non valgo nulla”, “Ho esaurito le opzioni”.

Ecco in questi momenti è molto facile cadere in due errori:

  1. Il primo è arrabbiarsi e mandare a quel paese chi ti dà consigli;
  2. Il secondo è credere ciecamente a tutti quelli che ti danno consigli.

Il primo punto è che hai soprattutto bisogno di un pesce e non tutti possono dartelo. Il secondo è che molti non ti daranno un pesce e non sapranno nemmeno insegnarti a pescare. Non sazieranno affatto la tua fame e ti renderanno solo più confuso e infelice.

Molti sanno di cosa sto parlando perché l’hanno sperimentato. Ne parlo spesso con amici e gente che conosco nei posti che frequento, quasi tutti luoghi deputati all’apprendimento.

Vorresti partire con la tua avventura aziendale, non hai il becco di un quattrino e leggi “From good to great” di Jim Collins, con i consigli su come Wells Fargo Bnk, con duecentotrentamila addetti, Philip Morris, con ottantamila dipendenti, e Fannie Mae con settemila operatori (tra l’altro nazionalizzata nel 2008 per evitare un fallimento catastrofico) fossero divenute aziende fenomenali.

E ti stressi.

Non sai l’inglese e ti iscrivi al corso online di Guy Kawasaki su come diventare un Evangelist di successo, e tu che nemmeno sai i nomi dei quattro evangelisti “classici”, dopo i primi quattro minuti di speech di Guy, in cui hai capito solo la parola “freelance” e “start-up” ti senti una analfabeta.

Non hai ancora provato a vendere uno dei tuoi meravigliosi reggi I-Pad personalizzati in radica e fibra di carbonio, che sborsi un capitale per comprendere come funziona il funnel che risolve tutto.

Tutti che ti danno consigli su come redigere un business plan con figurine e disegnini e tu e il tuo socio nel frattempo non avete i soldi nemmeno per pagare, non dico i 6376 euro di INPS per aprire una S.r.l. Semplificata con capitale versato di un euro, ma nemmeno i 200 euro di imposta di registro.

Cerchi lavoro e sei a casa da mesi e nel frattempo mandi curriculum solo alle aziende blasonate perché tutti ti dicono che hai un grande futuro.

Ci siamo passati tutti, a meno che tra i lettori non ci siano ereditieri fortunati.

A volte sei nell’angolo del ring, preso a cazzotti dalla vita, braccia pesanti, gambe stanche, la guardia bassa e non serve che ti dicano che dovevi allenarti di più e nemmeno che la prossima volta devi avere un atteggiamento mentale più rilassato durante il match. Se non trovi il tuo pesce alla svelta le prenderai e andrai al tappeto.

Certo, tanti dei consigli che ricevi sono sensati e utili. Ne do molti anche io quando me li chiedono, altri li dispenso su libri e su queste pagine. Valgono. Valgono a partire da una situazione normale e sempre più spesso la situazione è tutto meno che normale.

L’urgenza richiede concretezza e tempi di intervento diversi.

Dare un pesce a chi ne ha bisogno in questi casi, o procurarselo se l’affamato sei tu ha senz’altro più probabilità di essere la mossa giusta.

Cialdini, la pubblicità, il mondo reale

Cialdini ha detto di non avere insistito sul “settimo” principio della persuasione, tanto era banale. Il principio potente, forse il più potente, si chiama “massimizzazione del vantaggio”. In altre parole, quel desiderio innato dell’uomo di avere tanto a poco prezzo, in poco tempo, con pochissimo o zero sforzo. È questo che ci frega ogni giorno.

Basta dare un’occhiata ai social. C’è un servizio molto in voga in questo periodo che promette di farti avere 3000 nuovi follower al mese con tanti like inclusi. Sempre questo servizio, niente di personale sia chiaro, viene promosso al grido di “Vuoi diventare influencer, ricevere prodotti gratis, soggiornare in hotel di lusso, essere pagato per le tue foto…”

Insomma “vuoi non fare niente e guadagnare tanto?” Che poi è l’identico messaggio che viene veicolato da altre aziende e marketer. Vuoi passare da barbone a miliardario con jet privato? E tutti in coro “sì lo voglio”. Perché ha ragione Cialdini.

Se prometti che sarà facile, vendi.

Ma non è vero.

La più grande sfortuna che ti possa capitare è di diventare adulto senza che nessuno ti spieghi come funziona il mondo economico. Per molti motivi ideologici qualche genitore non vuole preparare i figli allo schema base della scelta di convivenza che la nostra società ha, per ora, compiuto.

Hai valore economico se risolvi qualche problema al prossimo. Se la sua esistenza viene semplificata dalla tua attività.

Puoi fare quasi tutto ciò che desideri nella vita, ma se vuoi un ritorno economico, per ora ripeto, devi tenere in considerazione quanto sopra. Sennò non ha un lavoro ma un hobby.

Puoi fare quasi tutto, ma non è detto che se vuoi puoi (ne parlavo al Nobìlita Festival 2018)

Ora, più facile è fare quello che fai, più competizione affronti, più i tuoi margini caleranno. Più complessi sono i problemi che risolvi, meno saranno i concorrenti capaci e più altro sarà il rendimento.

Puoi avere talento e dovrai faticare meno in termini di applicazione, studio e allenamento. O non averlo e dovrai darti molto da fare.

Chi ha talento e si sbatte diventa una superstar anche se farà lo spazzino, perché deciderà di essere il miglior spazzino stradale che sia mai esistito, come raccomandava Martin Luther King. Oltre a questo, alle 10.000 ore di lavoro previste da Malcom Gladwell nel libro “Outliers”, è necessario sapere vendere ciò che sai fare, perché la regola prevede che l’importante è ciò di cui è convinto chi compra e quindi la sua percezione.

C’è stato un passato recente in cui la percezione bastava, quindi talento e sudore potevano anche avere un valore secondario. Ma in quel passato non c’era il web e le distanze e l’opacità della informazione permetteva di essere dimenticati, di non essere controllati e verificati. Tempi finiti.

La percezione senza contenuto dura 15 secondi. Il tempo per verificare sul tripadvisor di turno. Quindi sapere vendere è ancora fondamentale e sapere vendere significa fare apparire un futuro bello, luminoso e vantaggioso a cui si arriverà con poco sforzo.

Un terribile loop.

Sai che non sarà facile per te ma devi raccontare agli altri che sarà facile se vuoi che ti diano ascolto.

Una specie di gioco delle parti. Tutti sappiamo che chi ci vende qualcosa deve per forza raccontare una favola e se ci crediamo i più ingenui siamo noi.

Chi racconta a se stesso che sarà facile arrivare sta tentando di vendersi qualcosa e deve spegnere il suo giudizio critico per crederci.

Non c’è nulla di più commovente di chi si racconta storie false e ci crede. Condividi il Tweet

Il sacrificio e l’impegno non bastano (ovvero se vuoi non è detto che tu possa).

Nello studio annuale dell’American Workplace di Gallup, si è scoperto che il 70% degli americani odia o è completamente disimpegnato nel proprio lavoro, in Europa non siamo lontani con tutta probabilità e questo non è un buon punto di partenza.

Però questo mi permette di dire che non sempre sei nel posto in cui vorresti essere. Nonostante questo, è da lì che devi partire e fare di necessità virtù. Non per scappare come ti propongono maghi e guru del successo facile, ma per costruire sulla fatica.

Imparare dalla fatica e preparare alternative. Questo c’è da fare per avere successo. Non è una eredità genetica.

I tre tratti culturali con cui Jed Rubenfeld spiega la capacità di alcuni gruppi etnici ad avere più successo nel mondo economico occidentale sono: la credenza nella superiorità del proprio gruppo, una tendenza verso i sentimenti di insicurezza e quindi la necessità di ricevere l’approvazione di altri e la capacità di controllare i propri impulsi.  La cosa interessante però è che altri individui di altri gruppi etnici che vengono esposti a sollecitazioni di questo tipo imparano, con fatica e sforzo, ma imparano. E riproducono i risultati.

Il motivo per cui ce la farai è molto più legato al fatto che sei disponibile a mollare i sogni di gloria a buon mercato che non alla fatica di per sé. Condividi il Tweet

È molto più legato al fatto che mentre sudi pensi e nel tempo libero, poco o tanto, prepari alternative che definiranno il tuo grado di libertà futura.

La disciplina e il rimandare il “tutto, facile, subito” sono le chiavi del meccanismo non il sudore di per sé.

“Chiunque voglia essere libero non deve né volere né rifuggire nessuna delle cose che dipendono dagli altri. Altrimenti è necessario che sia schiavo.” Epitteto

È Il controllo della tua esistenza che dà sostanza ai sogni, è accettare che sei il tuo migliore consigliere e nessun altro ha più potere si te sulle tue scelte.

È la decisione che tu sei il tuo direttore marketing e il tuo padre spirituale e se abdichi a questi ruoli, abdichi alla tua esistenza, questo avrebbe fatto piacere a Freud perché conferma il suo principio di realtà a cui l’IO è preposto.

L’IO ha la funzione di programmare il soddisfacimento delle pulsioni in funzioni delle esigenze e delle condizioni della realtà esterna promuovendo la dilazione del soddisfacimento delle pulsioni e questo significa spendere energie ora in vista e sperando un futuro migliore.

La fatica ha un senso se è all’interno di un atteggiamento progettuale, che macina tutte le esperienze le centrifuga e le distilla in una filosofia personale.

Certo oggi non si tratta solo di fatica muscolare. Creatività, relazioni e apprendimento sono le nuove fatiche e scegliere le opportunità è comunque un problema che richiede sforzo e oculatezza.

La fatica e il sacrificio non garantiscono nulla di per sé, non siamo come gli uccelli migratori che sanno che alla fine del viaggio, per quanto stancante troveranno un posto caldo e accogliente perché così è stato per millenni. Ma l’assenza di sforzo garantisce che non stai facendo abbastanza, che non stai sfruttando il tuo pieno potenziale. Potrai accontentarti, ma non saprai mai quanto lontano potevi andare sfruttando le tue capacità.

Diciamo che quando sei pronto con il materiale per scrivere libro sulla tua vita sei probabilmente sulla giusta strada per avere successo.

E i guru e i maghi useranno il tuo libro per dire agli altri come sia facile ottenere ciò che si vuole ma tu saprai che non è andata così.

Manager (una vita in Diesel)| Speaker e scrittore ispirazionale
Un giorno la mia maestra delle elementari mandò a chiamare mamma. Ero terrorizzato ma ci teneva solo a dirle che intravedeva talento nei miei giovani temi. Sembra ieri: La mamma mi guarda e io riguardo le sue scarpe. Coperte di polvere bianca delle fabbrica da dove veniva e dove lavorava sodo perché io studiassi. Quel giorno pensai che “Qualcosa le devo”. Lo penso anche oggi oltre quarant’anni dopo. Così come, per lo stesso motivo, ho speso buona parte della mia vita a chiedermi cosa sia il talento, che responsabilità si porti dietro e come fare #lagrandedifferenza

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