Se praticare lo sport che ami fosse come lavorare, i negozi come Decathlon sarebbero vuoti

 

Se praticare lo sport che ami fosse come lavorare, i negozi come Decathlon sarebbero vuoti.

 

Se lavorare fosse appassionante come praticare lo sport che ami credo che non esisterebbero la letteratura e i consulenti motivazionali.

Se praticare lo sport che coltivi nei fine settimana e nelle pause pranzo, fosse privo di significato, come molti lavori che svolgi o hai svolto, credo che i negozi come Decathlon o Cisalfa sarebbero vuoti.

Senza generalizzare, va detto che lo sport che pratichi per diletto te lo scegli, il lavoro che fai quasi mai.

Potere scegliere è più importante di quello che si crede.

Questa riflessione è frutto di quanto mi disse un giorno un famoso allenatore di pallavolo, con cui ebbi la fortuna di tenere a quattro mani, una giornata formativa sulla leadership.

 

“Caro Sebastiano, la differenza tra me e te, quanto a motivare la gente, è che io devo motivare dodici persone che sgomitano per entrare in campo, tu invece hai una squadra di giocatori che spesso se li lasci in panchina sono più felici”.

Mi colpì questa riflessione onesta, anche se fatta nel backstage, a microfoni spenti.

Io cresciuto a forza di frasi di Michael Jordan rimasi pensieroso.

“Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”.

“Il talento fa vincere le partite, l’intelligenza e il lavoro di squadra fanno vincere un campionato”.

“Se lavori duramente, sarai ricompensato. Non ci sono scorciatoie nella vita”.

Tutte frasi di un talento cui piaceva un sacco quello che faceva.

 

Michel Jordan godeva nel giocare.
La persistenza, lo sbattersi per sé e per il team, il non cercare scorciatoie.

 

Era lì il masochistico divertimento di chi si sceglie il cammino.

L’avrebbe fatto probabilmente, anche se non lo avessero pagato.

La genialità sta, a dirla tutta, nel rivendere tutto ciò come filosofia di vita lavorativa a chi chiede motivazioni per fare fronte a situazioni che non ama e che spesso sa che non amerà mai.

A me piace il lavoro che faccio.

Per questo queste frasi con me funzionano, ancora adesso.

Per me, come per altri fortunati, il lavoro ha le caratteristiche dello sport.

Sono già motivato dal piacere di fare ciò che amo.

In parte la mia paga è in tasca.

Ma quando mi si chiede di aiutare a trovare la motivazione per individui o gruppi che evidentemente non hanno scelto, il discorso si complica.

E le metafore sportive cessano di essere efficaci e diventano pannicelli caldi che entusiasmano solo capi e decisori ammiratori ed appassionati

di questo o quel campione .

Che credono di potere contagiare i loro collaboratori con esempi tennistici, golfistici, rugbistici, ciclistici e così via.

La motivazione che serve sul lavoro è invece la risultante dell’impegno che si spende per dare significato alle azioni e all’impresa che si desidera compiere.
Scegliere liberamente ha in sé la motivazione.

Invece quanto più ristretta e agra è la scelta, tanto più difficile e complesso sarà il lavoro della persona nel trovare motivazione.
È romantico e affascinante pensare Abebe Bikila o Mohamed Alì come esempi da imitare per trovare un senso al proprio lavoro.

Ma questo funziona solo se te lo sei scelto.

Potere scegliere è più importante di quello che si crede.

Una volta che hai potuto prendere la prima decisione tutto il resto, per quanto duro, non ha bisogno di ulteriori prese di posizione.

La resilienza è in te. Non ti serve crearla. Basta, se si può dire così, sfruttarla.

Se invece il lavoro non lo hai scelto la strada è differente.

Devi lavorare e scegliere continuamente di essere in un modo o in altro secondo le avversità che ti capitano.

Continuamente dare un senso a quello che per te un senso non ha.

 

Il lavoro non è uno sport per la grande maggioranza delle persone.
Per questo le stesse persone che corrono ultra-maratone nel weekend poi in ufficio ti rispondono di andartela a prendere tu la risma in magazzino per la fotocopiatrice che ha esaurito la carta.

La motivazione sul lavoro ha necessità di riflessione ed approfondimento individuale più che di trainer.
E un fenomeno che si sviluppa in modo anche amaro, internamente a ciascuno, altrimenti non durerà.

E il cammino di ristrutturazione psicologica che parte dalla domanda : “Che senso ha tutto ciò?”.

E la risposta di solito sarà: “Non ha nessun senso ciò che fai, serve solo a pagarti il mutuo”.

Ecco a quel punto ti rendi conto che l’esempio di Michael Jordan sarà pure affascinante, ma non aiuta a tenere duro difronte a un capoufficio stronzo o un collega depresso o mentre scarichi casse in un magazzino surriscaldato o devi ascoltare le lamentele infondate di un cliente psicopatico.

Magari per pochi euro o con contratti evanescenti.

In casi del genere piuttosto aiuta la riflessione di Viktor Frankl, un illustre psicologo che perse la famiglia nei lager nazisti e che si salvò grazie alla sua capacità di strutturare una prigionia terribile ed inaccettabile ai più.

Riflessione che suggerisce come l’importante per vivere con senso, non è che la vita sia alla tua altezza, ma piuttosto che tu sia all’altezza della vita che ti capita.

È tutto rovesciato.

Non serve un allenatore, se non per darti il ritmo una volta che hai deciso.

Ma il decidere, prendere la decisione che, per quanto brutto, questo adesso è il tuo viaggio, questa è una decisione tutta tua.

Da prendere in solitudine.

Servi tu.

Senza gli spot “just do it”, che non ci saranno a farti compagnia quando ti assaliranno i dubbi.

La motivazione, si diceva, è un viaggio interiore e il più delle volte doloroso alla ricerca di un contenuto.

E la motivazione ha almeno una fonte, cui tutti possiamo attingere.

È la fonte rappresentata della nostra individualità.

Perché di noi c’è solo un esemplare, che alla fine scomparirà.

Il compito di ciascuno è fare sì che quell’esemplare unico abbia un’esistenza soggettivamente rilevante, a prescindere dalla libertà di scelta delle condizioni.

È fare sì che la tua stella brilli come può e finché può, qualsiasi sia il significato che darai al verbo “brillare”.

La motivazione quando arriva da fuori, come gli esempi degli eroi sportivi, funziona solo se le condizioni in cui ti trovi sono soggettivamente buone.

Ma paradossalmente, quando sono soggettivamente buone, della motivazione esterna si potrebbe anche fare a meno.

Potere scegliere è più importante di quello che si crede.

E quindi i nostri sforzi per avere una vita serena dovrebbero essere rivolti ad aumentare il ventaglio di scelte.

E quando non sia possibile scegliere, rimane comunque una opzione disponibile.

Optare di essere osservatori, silenziosi e profondi, della nostra capacità di resistere e migliorare.

L’istino di sopravvivenza è nel nostro DNA.

La capacità di dare un senso è nel nostro animo.

La motivazione anche.

1 comment

  1. Barbara Olivieri 10 settembre, 2017 at 01:01

    Buondì Sebastiano,
    ho letto con un senso paradossale di conforto questo tuo post.
    Conforto dettato dal fatto che forse, le perplessità che nutro verso la motivazione da stage vs la realtà lavorativa, non è una personale allucinazione (o un rigetto da overdose da formazione).
    Perplessità e disagio che vanno a pescare nelle tante domande che mi faccio negli ultimi tempi sulla professione che svolgo da quasi 20 anni, che mi sta facendo domandare con sempre maggiore frequenza: “Ma vale la pena andare avanti?” Facendomi riflettere che – forse complice anche l’età – non si è più così poi disposti ad accettare anomalie sempre più presenti (bassa professionalità, alto garantismo, remunerazioni basse e a singhiozzo,…).
    Però come scrivi tu tutto ciò “serve a pagare il mutuo” e per trovare un senso in quello che fai, devi raschiare il fondo del barile alla ricerca della motivazione e devi farti discorsetti assai prosaici per riportarti a più miti consigli (per non gettare tutto dalla finestra e farti paracadutare nella foresta del Borneo).
    Forse la motivazione e i suoi argomenti vanno cercati nella quotidianità. Propria ed altrui.
    Non nei libri di sportivi o mega-coach americani strapagati, che non hanno alcun punto di contatto con la vita di noi comuni mortali.
    Forse va cercata nelle storie (cosa che sto facendo, leggendo romanzi non epici ma sommessi e “normali”, magistralmente scritti), dalle quali puoi trarre ispirazione e trovare anche rifugio e consolazione.
    Le dinamiche motivazionali da ricchi premi e cotillon stanno mostrando ora tutta la loro debolezza, davanti ad un mondo ben più prosaico e altamente turbolento. È un po’ come una particolare “resa dei conti” motivazionale.
    Grazie per il tuo post che ha dato modo di farmi qualche riflessione,
    Barbara

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