Ricchi e poveri: destino o merito?Riflessioni sul destino dell’umanità e dell’eguaglianza

In Approfondimenti
Scorri
Perché il reddito universale in Finlandia non verrà prolungato? Che lezioni potrebbero trarne i paesi che sono impegnati in programmi analoghi? Cosa sta succedendo e cosa accadrà in Italia con il reddito di cittadinanza? Cosa possiamo capire dalle esperienze degli Stati Uniti con le loro grandi differenze distribuzione della ricchezza?
E ancora, ricchi e poveri: destino o merito?

Ho provato ad approfondire cosa si sia fatto al riguardo in giro per il mondo surfando tra le diverse correnti di pensiero. Unendo quello che ho capito sulla motivazione umana e su come venga generata l’azione. Ragioneremo di uomini e donne che cercano a buon diritto di fare la propria Grande Differenza senza la pretesa di dare soluzioni ma con l’intento di aggiungere materiale, esempi e dati al tavolo di discussione.

Questo articolo rientra nella categoria approfondimenti. Se non hai il tempo di leggerlo adesso o ti può fare piacere, ho preparato un pdf da scaricare per leggerlo quando vuoi, anche off line.

Note: la parola “poveri” è ambigua e purtroppo si presta a molte generalizzazioni. Intendiamo con questo termine le persone in situazioni di povertà estrema (persone che vivono, secondo la definizione della Banca Mondiale, con meno di 1,90 dollari al giorno), così come persone che vivono situazioni difficili e al limite; quello che intendiamo con povertà relativa). Per una questione comunicativa utilizzerò la parola “povero” in uno e nell’altro caso, cercando di specificare di volta in volta i vari contesti e situazioni. Altra cosa che mi preme sottolineare è che, nella trattazione di un tema così comlesso, cercherò di stare lontano dal giustificare tesi in base a credo religiosi o a ideologie o di abbracciarne alcune. Non perché non abbia la mia idea ma perché le scienze sociali e le indagini storiche hanno dimostrato che mentre la religione e le ideologie spesso aiutino a produrre cambiamenti sociali ed economici a vantaggio di chi vive in povertà, possono anche essere indirizzate a giustificare disuguaglianze sociali ed economiche che hanno effetti negativi sul povero. Proverò quindi a scattare foto di esperimenti e risultati e trarne delle riflessioni che non abbisognino di atti di fede ciechi e pregiudiziali.

Lì, nella savana, c’è un popolo di uomini che ci racconta e ci dà speranza

Foto tratta da “A multimedia exhibit documenting the Hadza tribe of Tanzania”

Nella parte settentrionale della Tanzania, attorno al lago Eyasi, in uno degli scenari più suggestivi del pianeta, tra savane e praterie, vivono gli Hadza, l’ultimo dei popoli a non averci seguito nel processo di “sviluppo” e industrializzazione. Sono ancora cacciatori-raccoglitori, sono organizzati in piccoli gruppi e sono la prova che l’uomo non è intrinsecamente egoista e competitivo. Gli studiosi che da anni li osservano e raccontano, hanno evidenziato che:

  • Le relazioni tra le persone sono basate sulla condivisione e sulla reciprocità ma non implicano vincoli e dipendenza
  • L’accesso alle risorse è comune e non vi sono requisiti per i quali qualcuno ne ha più o prima
  • Nessuno è in grado di esercitare un’autorità permanente sul resto del gruppo, eventuali controversie sono sempre regolate da terzi che non hanno interesse nella questione.
  • Nessuno è in grado di accumulare risorse. Le risorse in eccesso si scommettono in curiosi giochi d’azzardo. Se anche qualcuno momentaneamente dovesse accumulare una piccola fortuna, le leggi della probabilità dicono che facilmente la perderà. Andarsene via con il patrimonio poi non servirebbe a nulla, perché gli altri seguirebbero il compagno fortunato nel nuovo accampamento e continuerebbero a giocare con lui.

Sono probabilmente la società più eguale che si possa incontrare e rappresentano probabilmente il punto storico dal quale il genere umano è partito. In principio infatti, quando gli uomini erano raccoglitori e cacciatori, non esistevano la possibilità e nemmeno la necessità di conservare e di accumulare beni. Le risorse venivano distribuite equamente tra tutti gli appartenenti alla comunità, proprio come gli Hazda.

Semplificando un po’ gli avvenimenti e sintetizzando la storia umana, con il passaggio a una società basata sull’agricoltura iniziarono invece ad emergere concetti e bisogni quali l’accumulo, le scorte, la proprietà. In qualche modo e in qualche momento, i più bravi o i “più fortunati”, acquisirono risorse e conoscenze che permettevano loro di avere sempre di più faticando di meno. Le risorse da quel momento non vengono più distribuite in maniera omogenea. Gli studiosi sono abbastanza concordi nell’individuare in quei momenti pivotali l’inizio di un mondo diseguale.

Il resto è noto, da scavi archeologici, da libri di storia, dai film, abbiamo appreso di quanta differenza ci sia sempre stata tra il faraone e lo schiavo, il re e i sudditi, il ricco mercante e il garzone, il cavaliere e lo stalliere. Andando veloce nella storia, sempre a causa dalla ineguale distribuzione delle ricchezze, incontriamo tumulti, trattamenti disumani, rivoluzioni.
Un mondo spaccato tra fortunati e sfortunati, facoltosi e indigenti, e secondo alcuni tra meritevoli e incapaci. Sino ai nostri giorni. Giorni in cui appena 8 persone detengono la ricchezza di metà della popolazione mondiale. E in cui 8 miliardi di persone godono di benessere e opportunità alquanto eguali.

Uguaglianza: problemi e paradossi

La maggior parte delle persone immagina di vivere un mondo pieno di squilibri e diseguaglianze. La maggior parte delle persone ha ragione però solo a metà. È una situazione complessa e contro-intuitiva e che presenta più di un paradosso.
Viviamo nella società globalmente più ricca della storia umana e in un’era di progresso, salute, benessere e comodità in cui accade tutto e il contrario di tutto.
Vediamo alcuni dati interessanti quando parliamo di ricchezza.

1) I poveri “poveri” esistono ma non sono moltissimi

Esistono i poveri “poveri ma va meglio di quanto sembra. Siamo globalmente la società più eguale della storia umana: solo il 9 % degli abitanti del mondo vive in Paesi a basso reddito. Più del 90% di tutti i bambini del mondo frequenta la scuola primaria. Ci sono chiaramente ancora tanti problemi ma dati alla mano viviamo un’era di prosperità e anche pace

Hans Rosling spiegò bene il motivo per cui, sul capitolo povertà assoluta, tendiamo ad essere negativi e mostrò in un celebre Ted “le migliori statistiche” che dimostrano come sia, incredibilmente, uno dei periodi della storia in cui si è fatto di più in termini di eguaglianza. Ne avevo parlato qui

2) 8 miliardi di persone più 8

Pochissime persone, appena 8, detengono una ricchezza pari alla metà del resto del pianeta. Qualcosa che ormai abbiamo imparato a dare per scontato e che, di norma, è un cruccio al quale pensiamo solo di rado. Dopotutto è un po’ quello che chiamo l’“effetto cognato”: ti secca se tuo cognato guadagna più di te e se può passare le ferie in posti da urlo, ti lascia indifferente o quasi il fatto che Cristiano Ronaldo guadagni in un solo giorno circa 255 mila dollari, qualcosa come 10.600 dollari ogni ora della sua giornata*.

*Stima tratta dai dati del 2017 che registrano un fatturato di 93 milioni di dollari
La ricchezza di chi ti è distante è meno fastidiosa di quella di chi ti è vicino e con cui ti compari.

La ricchezza di chi ti è distante è meno fastidiosa di quella di chi ti è vicino e con cui ti compari.

3) La disuguaglianza ravvicinata è il problema

Le disparità ravvicinate in un paese e in una comunità sono il punto focale e di tensione quando si parla di disuguaglianza e di reddito di cittadinanza e reddito universale. Un problema che vede tutti protagonisti: tanto chi è rimasto indietro, tanto chi è avanti. Richard Wilkinson, accademico e saggista inglese, tra i più attivi nello studio delle diseguaglianze sociali, inquadra bene il problema in un celebre Ted.

“Il benessere medio delle nostre società non dipende più dal reddito nazionale o dalla crescita economica. È molto importante nei paesi più poveri, ma non nel mondo ricco e sviluppato. Ma le differenze tra di noi e dove siamo posizionati l’uno rispetto all’altro ora hanno molta importanza.”
Per spiegarlo utilizza un esempio molto chiaro: il rapporto tra reddito e aspettativa di vita confrontando i dati di reddito tra paesi diversi, in un caso, e tra redditi diversi all’interno di uno stesso paese. “Norvegia e gli Stati Uniti, sono due volte più ricchi di Israele, Grecia e Portogallo ma non mostrano differenze nell’aspettativa di vita… Ma se guardiamo all’interno delle nostre (singole) società, ci sono enormi gradienti sociali nella salute proprio all’interno delle società e queste influenzano le aspettative di vita degli individui.”

Se le disparità di reddito all’interno di un paese incidono sull’aspettativa di vita degli individui, emerge il motivo per cui la sfida dell’eguaglianza sia così centrale. Il caso Finlandia, ha occupato intere colonne sui quotidiani e in Italia siamo alle prese con la legge sul reddito di cittadinanza.

A rendere più complessa la questione c’è poi una società in divenire e da decifrare, basata su nuovi fattori e dinamiche. Robot e Intelligenza Artificiale (IA) rischiano infatti di diventare un punto di grande squilibrio che potrà assicurare tanto benessere (potremmo ad esempio non aver più bisogno di lavorare vivendo delle tasse sui robot?) quanto di una disuguaglianza senza precedenti, con intere classi di “inutili” e irrilevanti lavoratori tagliati fuori da una società governata e gestita da pochissimi potenti e tecno-burocrati.

“L’ascesa dell’IA potrebbe annullare il valore economico e il potere politico della maggioranza degli esseri umani. Allo stesso tempo i progressi nella biotecnologia potrebbero far sì che la disuguaglianza economica si traduca in disuguaglianza biologica.”

Yuval Noah Harari

Approfondimento: povertà relativa
“Il ricco che si sentiva povero”
Nel Febbraio del 2015 Jesse Klein, scrisse al The Michigan Daily per condividere il suo problema: non era di certo ricco. Il reddito di famiglia era di 250 mila dollari annui, la sua casa valeva 2 milioni di dollari, poteva permettersi di viaggiare abitualmente e non sacrificarsi negli acquisti di vestiti e altre esperienze. Però non era di certo ricco. Era semplicemente una persona di classe media.
Per capirlo, gli bastava guardarsi intorno. In confronto ai vicini, ai veri ricchi, la sua era in fondo una modesta casa di tre camere da letto e due bagni. Altri avevano ville con piscina e un garage pieno di Tesla e altre macchine lussuose.
Come scriveva nel titolo della sua lettera: la ricchezza è relativa.
Vivere a Palo Alto significava vivere in una città tra le più costose del mondo. Tutto costava molto di più che nelle zone ricche di altri luoghi. Ad esempio nella zona di Ann Arbor, una zona considerata di lusso in Michigan, il valore di una casa è di soli 274 mila dollari. E sono case di due piani con grandi spazi, soffitte e semi-interrati. Qualcosa che lui non avrebbe mai potuto permettersi.
Un altro punto che lo rendeva inquieto era che le persone non capissero il fatto che i “soldi sono diversi”. A Palo Alto non contavano come in altri luoghi. Non erano uno status symbol come in altri luoghi. Se vivi nella Bay Area, significa che sei benestante perché solo vivere nella Silicon Valley è sufficiente e non c’è altro da dimostrare. Di soldi non se ne parla e hanno un valore diverso. Ad esempio lui e i suoi amici non si curavano delle marche di abbigliamento e lo scoprì solo parlando con le persone in Michigan. Lì scoprì quanto contassero per le persone. Quando fai un’osservazione su un capo di abbigliamento, iniziano a dire chi l’ha progettato e bisogna fare molta attenzione a nomi come Patagonia, Lululemon, Hunters, Tory Burch, Versace, ecc.
E non era perfettamente comprensibile perché tante persone risparmiassero tanti soldi e rinunciassero a tante cose solo per un vestito firmato. Dalle sue parti invece i soldi si spendevano in viaggi ed esperienze. E, come diceva sempre un suo amico era meglio “viaggiare vestiti da stracci che rimanere a casa con un vestito di Versace”. Insomma, per Klein la ricchezza era relativa e lui si sentiva povero. Tra le risposte al messaggio, la più votata fu questa: “Sei ricco”. Punto.
Le altre risposte dei lettori erano relative al fatto che il solo fatto di poter scegliere se comprare vestiti di marca o spenderli in viaggi, era sufficiente per renderlo ricco e non in grado di capire altre situazioni. Ma Klein si sentiva povero. C’è anche una storia completamente diversa: “la povera che si sentiva ricca”.
Qualche anno prima della lettera di Klein, c’è stata una storia completamente opposta che ottenne grande attenzione: la storia di Donna Freedman.
A 49 anni, appena uscita da un tormentato divorzio, tornò all’università e si apprestò a vivere la sua vita con soli 12 mila dollari l’anno. Soldi che avrebbero dovuto mantenere lei ma anche supportare la figlia disabile. Qui sotto trovate alcuni estratti dal diario di Donna su come pensava cavarsela .
E’ una spiegazione involontaria sul tema della sensazione di “ricchezza relativa”.
Due passaggi su tutti:
“Ho deciso di aumentare il sostegno alla chiesa. Darò 20 dollari al mese. So che potrei risparmiare quei 240 dollari l’anno. Sono pari al costo dell’abito da sposa per mia figlia e la metà del premio di assicurazione da pagare. Però dare questi soldi mi fa sentire ricca. Posso essere parte dei servizi che la Chiesa offre ai senzatetto, agli anziani, ai malati di Aids. E quindi lo farò volentieri.”
“Sentirsi ricca” è un po’ la cifra dell’intero messaggio. E fa effetto che lo dica una donna che viva con a disposizione, tolte le spese, 382 dollari al mese.
“Ho un tetto sulla testa, cibo ogni giorno, parenti e amici, e occasionalmente persino un biglietto da $ 10 per la Seattle Symphony. Alcuni giorni mi sento la persona più fortunata del mondo.”

Perché preoccuparsi dei poveri?

Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1916 al 1939, disse: “Possiamo avere una società democratica o possiamo avere una grande ricchezza concentrata nelle mani di pochi. Non possiamo avere entrambi.”

Il Professor Enzo Spaltro, mio mentore, spiegava con maggiore pragmatismo: “Se chi sta bene non fa stare meglio chi sta male, prima o poi chi sta male fa stare peggio chi sta bene”.
Una frase di acuta intelligenza e prezioso buon senso che permette di analizzare, discutere e affrontare il problema senza fare affidamento a precetti religiosi e sentimenti caritatevoli.

Basta rileggere la storia e analizzare i dati e le ricerche a disposizione.
Se prendiamo dunque come riferimento la nascita dell’agricoltura possiamo trovare rivolte contadine dal 205 a.c con la grande rivolta egiziana nel Regno Tolemaico sino alla rivolta zapatista, in Messico nel 1994. Quasi ogni sorta di tumulti, guerre civili, disordini, è facilmente riconducibile a situazioni di squilibrio, povertà, scarse risorse.

Negli ultimi giorni è facile pensare alla protesta dei pastori sardi tagliati fuori dal mercato per via di un prezzo del latte. In “The Great Leveler”, lo storico Walter Scheidel afferma che nel corso dei secoli, la disuguaglianza economica è stata “risolta” solo da uno dei “Quattro cavalieri dell’uguaglianza”: guerra, rivoluzione, collasso dello stato e pestilenza. E questo dovrebbe portare a concordare con il professore di Stanford quando avverte che : “Questo ci impone di essere più creativi nel gestire la disuguaglianza. Soprattutto dobbiamo pensare più duramente alla fattibilità. Non è sufficiente che gli economisti propongano ricette per ridurre la disuguaglianza, ma dobbiamo anche capire come implementarle in un ambiente politicamente polarizzato ed economicamente globalizzato.”

In termini economici, il costo è alto.
Ad esempio, 7 giorni di sciopero, ad Aprile 2018, dei lavoratori di Air France, che rivendicavano un adeguamento salariale, sono costati alla compagnia ben 170 milioni di euro. La salute mentale (episodi di stress e di umore non collegati dunque a malattie mentali diagnosticate) costano ogni anno oltre i $ 53 miliardi nel solo mercato americano. Di contro “Questo inizia a darci un’idea di cosa potrebbe essere il guadagno, se spendessimo più soldi per aiutare le persone che hanno problemi”, ha detto Goetz, studioso che ha collaborato alla ricerca.

Ma in generale il punto è ascrivibile ad una sola e fondamentale parola: sicurezza.
Sempre Il professor Wilkinson, citato sopra, evidenzia 3 fattori strettamente correlati alla povertà, (ricordo che si parla di disparità relative all’interno dello stesso paese e non di “soglia di povertà assoluta”), che incidono direttamente e indirettamente con la sicurezza dell’individuo.
Nei paesi con forti disparità sociali solo il 15% delle persone tendono a concedere fiducia al prossimo, contro il 60% delle società con livelli bassi di disparità.

Paesi con forti disparità sociali presentano tre volte il tasso di malattie mentali (dall’8% nei paesi con minori disparità sino al 24%). Quanto alla violenza, sempre in base al livello di disparità interno, si va dai 15 omicidi per milione di abitanti sino ai 150.
E la disuguaglianza incide anche sull’asprezza delle pene, non è un caso, secondo Wilkinson, che nei paesi con forti disparità sia ancora in vigore la pena di morte.

Sicurezza che varia non solo in rapporto ai tassi di criminalità ma anche da un punto di vista sanitario. Un caso emblematico è rappresentato dagli episodi di Epatite A in Michigan a partire dal 2016.

Tra il 2015 e il 2016, i casi di epatite A nello stato del Michigan sono aumentati del 44%, da 1.390 nel 2015 a 2.007 casi nel 2016. Un recente e ulteriore aggiustamento dei dati ha fatto salire il numero di infezioni a oltre 4.000. Durante il 2017, i casi sono segnalati sono stati 3164, nel 2018 si è arrivati a ben 10.582 episodi. La situazione viene ancora oggi monitorata con dati aggiornati settimanalmente, consultabili qui.

Melinda Wenner Moyer, giornalista scientifica, ha sposato la tesi e ha reso tutto molto più chiaro, e per certi versi agghiacciante, in un articolo apparso su Scientific American. Ecco alcuni passaggi salienti.
“Ci sono molte cause per queste crescenti ondate infettive, ma i ricercatori concordano sul fatto che un driver importante è la crescente disuguaglianza di reddito del paese … Il numero di famiglie che guadagnano meno di $ 15.000 all’anno è cresciuto del 37% tra il 2000 e il 2016 … Nelle aree povere dove quasi la metà le persone vivono al di sotto dei livelli federali di povertà, le popolazioni sono raddoppiate durante questo periodo. Le persone su questi gradini più bassi della scala della società vivono in condizioni affollate, spesso impure, hanno cure sanitarie limitate, devono lavorare quando sono malati, hanno una cattiva alimentazione, sperimentano uno stress debilitante e sono più propensi degli altri ad abusare di droghe e alcol – tutti noti rischi di infezione. (…) Inoltre, i lavoratori poveri nelle aree urbane sono anche posizionati in modo “favorevole” per diffondere le malattie infettive a causa delle condizioni di lavoro. Più di un milione di americani a basso reddito (intorno ai $ 13.200 all’anno) lavorano in ristoranti, mense, in ruoli a contatto con il cibo. Molte di queste persone lavorano per forza di cose anche quando sono malate.”

Due riflessioni che possiamo fare.
La prima è che la sicurezza, in questo caso la nostra salute, è strettamente correlata a quella di tutti, come aveva provato a spiegare Rudolf Virchow nel 1848, nel corso di un’epidemia di tifo. In quell’occasione, il patologo e scienziato tedesco, aveva suggerito che la terapia migliore sarebbe stata l’educazione, l’istruzione e il benessere economico diffuso. Questo prima di essere esiliato dal governo prussiano.

La seconda riflessione è che oggi, in un momento in cui temiamo soprattutto le ripercussioni derivate dall’immigrazione come la paura per l’Ebola e altre terribili malattie, ci troviamo ad affrontare un pericolo ancora maggiore in termini numerici e per tipologia “del contatto”. Quello con chi è molto povero e dunque a rischio.
Riprendendo le parole di Melinda Wenner Moyer, portatori di nuove e vecchie epidemie potrebbero essere persone normalissime (una fascia di reddito che potremmo collocare intorno ai 15 mila euro). Persone che prendono la Metro insieme a noi, che lavorano con noi, che ci servono un pasto, e che non possiamo evitare. Anche se qualcuno sta provando a farlo.

Il caso delle Gated community

Con il termine inglese gated community (o walled community) si definisce una tipologia di modello residenziale auto-segregativa, recintata, formata da gruppi di residenze esclusive e con accesso costantemente sorvegliato. Si tratta di vere e proprie città separate, nelle intenzioni, dal resto del mondo e dalle metropoli che le ospitano. All’interno vi è tutto ciò che può servire: parchi o piscine oppure, nel caso la community sia più grande o prestigiosa, servizi di uso quotidiano, ad esempio ristoranti, bar o scuole, grazie ai quali i residenti possono svolgere la maggior parte delle attività quotidiane senza uscire all’esterno.

Il fenomeno si è sviluppato negli Stati Uniti dagli anni ’60 ma ha rapidamente attecchito in quasi tutto il mondo, specie in zone con un alto coefficiente di Gini. In Messico, a causa delle forti disparità economiche, vi è la più alta percentuale di residenti all’interno di tali comunità. In paesi come il Sudafrica, le gated community hanno avuto grande successo perché riescono a contrastare criminalità e fenomeni di squatting. In Cina sono molto diffuse soprattutto nella regione del Delta del Fiume delle Perle e intorno a Pechino, dove le residenze vengono acquistate molto spesso da cinesi residenti all’estero, cittadini di Hong Kong e nuovi ricchi. In Arabia Saudita, Paese che ha subito anche diversi atti terroristici, sono invece edificate per alloggiare separatamente gli occidentali con le loro famiglie.
Ne abbiamo anche due esempi in Italia, come Borgo di Vione che è una frazione del Comune di Basiglio, piccolo Comune dell’hinterland milanese che ogni anno si contende con Portofino il primato di città più ricca d’Italia.

Il motivo per il quale “chiudersi” in prigioni dorate è individuabile nel bisogno di sicurezza , nel desiderio di privacy, nel senso di identità e voler vivere con persone dello stesso ceto sociale, nella volontà di chiudere fuori il mondo esterno e il diverso.
Da una parte si tratta di un potenziale simbolo di fallimento: quando i governi non riescono a garantire uguaglianza e benessere diffuso, alcune persone potrebbero scegliere di provvedere in modo autonomo. D’altra parte, quando succede non è mai privo di rischi.

Riflessioni e polemiche sulle Gated Community hanno trovato l’apice nel 2012, con l’uccisione di Trayvon Martin.

Un murales dedicato a Trayvon Martin nel quartiere di Sandtown (fonte)

“Il ragazzo aveva passato il pomeriggio a casa del padre della ragazza, in una gated community, un quartiere cintato di Sanford, alla periferia di Orlando. Durante una pausa della partita di basket in TV, Trayvon decide di andare a comprare dei dolcetti in un vicino negozio della 7 Eleven. Sulla via di casa, incontra George Zimmerman, un vigilante volontario della zona che, insospettito dal ragazzo (che indossa, appunto, una felpa con cappuccio), comincia a seguirlo. Tra i due scoppia presto una lite. Zimmerman chiama il 911 e dice all’operatore (che gli consiglia di non intervenire) che “questo ragazzo ha un’aria losca, è drogato o qualcosa di simile”. Durante l’alterco, anche Trayvon telefona a un amico (che più tardi testimonierà di aver udito Zimmerman proferire insulti razzisti come “fottuto negro”). La lite degenera presto in uno scontro. Alcuni abitanti della zona dicono di aver sentito Trayvon urlare, chiedere aiuto. Poi, lo sparo. La polizia, che arriva pochi minuti dopo, trova il ragazzo riverso a terra, senza vita.”

Nota: il virgolettato è tratto da un articolo di Roberto Festa su Il Fatto Quotidiano

Trayvon Martin aveva solo 17 anni, il suo assassino, George Zimmerman aveva all’epoca 28 anni. E fu prosciolto.
L’ondata di proteste che ne scaturì è ancora nell’aria e pone più di un interrogativo su forme abitative di questo genere. Alcuni sostengono questo tipo di comunità causino chiusura, xenofobia e anche una certa dose di paranoia verso l’esterno. Edward Blakely ad esempio, autore di Fortress America, uno dei primi studiosi del fenomeno Gated Community, osservò che il rischio è quello di “ridurre la nozione di impegno civico e permettere ai residenti di ritirarsi dalla responsabilità civica”.

Cosa si può fare e cosa si sta facendo

L’esperimento in Finlandia

L’idea di un reddito di base è fonte di contrasti in tutto il mondo. I sostenitori sottolineano una serie di vantaggi: dai benefici economici al miglioramento del benessere psicologico. Gli oppositori dicono che è economicamente irrealizzabile e renderà le persone ancora più pigre.

L’idea gode invece di un crescente sostegno popolare. In un referendum pubblico, il 68% degli europei voterebbe a favore del reddito di base (rispetto al 64% dell’anno precedente), ha rivelato un’ampia indagine condotta in 28 paesi europei.

L’esperimento appena concluso in Finlandia, in concomitanza con il varo del reddito di cittadinanza italiano, che però ha un sistema molto diverso, sembra una buona occasione per chiarirsi le idee.
I risultati che abbiamo sono ancora parziali, dati ufficiali e completi verranno rilasciati presumibilmente a fine 2019 o inizio 2020. Quello che abbiamo sono solo alcune testimonianze e un report preliminare ma vediamo di ragionarci sopra.
Il reddito di cittadinanza funziona? Come ha scritto Emma Charlton, giornalista economica, sul sito del World Economic Forum : “Dipende”. Dipende da cosa ci si attendeva.

“I risultati iniziali del primo di un programma biennale in Finlandia, dove i partecipanti hanno ricevuto 560 euro (circa 630 dollari al mese), hanno mostrato effetti positivi su salute e stress, ma nessun miglioramento nello stato lavorativo. Le persone che hanno ricevuto un reddito di base non hanno avuto più probabilità di trovare lavoro.
Quindi, mentre l’obiettivo del governo di “promuovere una partecipazione più attiva” e “fornire un incentivo più forte al lavoro” non sembra essere stato raggiunto, il successo può essere riscontrato in altre aree come il benessere e la riduzione dello stress.”
Un vantaggio di diverso tipo emerge invece nella testimonianza del giornalista e autore Tuomas Muraja, uno dei pochi liberi professionisti ad aver ricevuto il reddito in questione.

Nelle parole di Muraja ciò che ha inciso favorevolmente è stato il fatto di poter assumere piccoli lavori senza paura di intaccare i benefici economici acquisiti e dover poi ripresentare tutta la documentazione. “Mi sento molto più sicuro ora che i lavori a breve termine non riducono più i miei benefici né ritardano il loro pagamento.”

Dalla Finlandia all’Italia

All’indomani della fine dell’esperimento del reddito universale in Finlandia, mi sono arrivati messaggi dal contenuto discordante e opposto: “Hai visto che non serve a niente?”, “Hai visto che le persone si dichiarano più felici”?

E’ rischioso voler trasferire risultati, consigli e lezioni da un paese all’altro e senza tenere in considerazione il contesto e non lo farò. Ma il vero nodo dell’esperimento finlandese e di qualunque analoga sperimentazione è in realtà prima di tutto economico: capire se e come si concilia un reddito davvero universale con le esigenze di bilancio, in altre parole :” E’ sostenibile?”. Per Olli Kangas «molto dipende dalle politiche fiscali, ossia dalla capacità di spostare risorse dalle fasce più ricche al reddito di base». Secondo Ernesto Hartikainen «bisogna considerare anche il Paese: la Finlandia destina già molte risorse al Welfare e una delle idee alla base della sperimentazione è che il reddito universale di base possa essere meno costoso di un sistema più burocratico. Inoltre si devono considerare i costi sociali negativi di un aumento della disoccupazione, dei sussidi, della criminalità: l’alternativa potrebbe in definitiva essere più dispendiosa del costo diretto del reddito di base universale».
Poi c’è da considerare la differenza di impatto che può avere il reddito di cittadinanza (così come concepito e attuato in Italia che va a sostenere persone senza lavoro e senza adeguato reddito) da un reddito di base o universale, come testato in Finlandia, che assicura una somma di denaro indipendentemente dall’avere un lavoro e dalla fascia di reddito.

Il caso di Muraja, freelance che indipendentemente dal reddito ha ricevuto il sussidio finlandese per intenderci non potrebbe esistere nel nostro paese. Diversi punti critici ruotano dunque su questo punto e cioè nel dubbio che una misura volta a favorire eguaglianza possa diventare un pericoloso strumento di disparità.

Sul Sole 24 ore, nelle scorse settimane c’è stato un vivace scambio tra Massimo Famularo, investment manager esperto in crediti in sofferenza (Npl) e Gabriele Guzzi, laurea con lode in Economia alla Luiss e poi alla Bocconi, attualmente dottorando presso l’Università Roma Tre.

“I contro”

L’idea di Famularo, che cito perchè rappresenta buona parte delle critiche, è che: “ ll reddito di cittadinanza è una misura ingiusta, disfunzionale, dannosa e non adatta a raggiungere gli scopi dichiarati da chi la propone: per semplificare , ancora una volta i politici preferiscono dare pesci alle persone (in cambio di voti) invece di fare in modo che imparino a pescare.

Ingiusta perché dà lo stesso sussidio ad aree geografiche con potere d’acquisto e soglie di povertà differenti. Disfunzionale perché si propone reiterare meccanismi di intervento statale che in passato hanno fallito e che hanno scarse probabilità di funzionare perché non affrontano il problema di fondo, che risiede nella necessità di creare nuovi posti di lavoro e formare i lavoratori per meglio rispondere a quelli che esistono già.”

“I pro”

L’idea di Guzzi, anche qui rappresentativa di una buona fetta della popolazione, è che: “la (più diffusa obiezione) è che il reddito di cittadinanza potrebbe risultare troppo elevato in rapporto ai salari medi percepiti oggi in Italia. Il punto che meglio fa capire come questa obiezione sia radicata su una visione iniqua dei rapporti economici, è che dinanzi a una misura che vuole offrire una compensazione di reddito a tutti quelli che vivono sotto la soglia di povertà, non ci si indigna per il fatto che il salario di milioni di lavoratori è inferiore o di poco superiore alla soglia minima di povertà, fatto quanto mai allarmante per un paese civile che si fonda sull’art.36 della Costituzione, o che in Italia più di 5 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. No, dinanzi a questa situazione ci si indigna perché una misura di welfare potrebbe spingere al rialzo la soglia dei lavori accettati dai nostri giovani in termini di dignità, di salari e di condizioni lavorative. Certo, il reddito di cittadinanza potrebbe disincentivare un ragazzo ad accettare un lavoro da 500 euro al mese per 40 ore alla settimana. Ma è proprio l’esistenza di un tale lavoro che dovrebbe quantomeno destare preoccupazione nella classe politica e intellettuale di un paese avanzato.

(In merito all’ingiustizia), Massimo Famularo nel suo pezzo sostiene che poiché il sussidio è concepito come una “misura ibrida tra indennità di disoccupazione e sostegno ai meno abbienti”, chi ha un lavoro ma vive sotto la soglia di povertà, non sarebbe “eleggibile per il Rdc”, e questo rappresenterebbe un fattore di ingiustizia. Credo che qui ci sia semplicemente una errata interpretazione del testo del decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 28 gennaio 2019. Infatti, Il Rdc non è concepito come una misura ibrida tra indennità di disoccupazione e sostengo ai meno abbienti, ma come un reddito minimo condizionato, ossia come un’unione tra le politiche attive del lavoro e la lotta contro la povertà. Questa precisazione apparentemente innocua, in realtà, confuta ciò che dice Famularo. Infatti, il Rdc è concepito come “un’integrazione al reddito famigliare” (art.3), e quindi se un lavoratore guadagna meno di 780 euro, è single, e non ha altre fonti di reddito, avrebbe diritto a una compensazione esattamente pari a 780 euro meno il salario percepito. Ed è quindi l’opposto di quanto sostiene Massimo Famularo.

Ho riportato questo scambio per raccontare quanto la questione Reddito di cittadinanza in Italia sia discordante.  Sono del parere che siano ragioni dall’una e dall’altra parte e, al netto di interventi strutturali e controllo che sono indispensabili, ritengo che sarà necessario un certo lasso di tempo per avviare, normalizzare il sistema.

Tuttavia, ciò che qui mi preme analizzare è se siano davvero i soldi sufficienti a innescare comportamenti virtuosi, maggiore impegno e, in definitiva, promuovere davvero uguaglianza. Ci sono alcune storie, ricerche e idee che aiutano una riflessione su tutto ciò.

Soldi, motivazione e differenze

Come si diventa ricchi, come si rimane poveri

“Padri ricchi, figli ricchi e padri poveri, figli poveri?” Nei paesi con minori disparità, come i paesi scandinavi la correlazione è meno forte. In paesi con alta disparità è invece decisamente pronunciata. In Italia? Rispondo innanzitutto con una storia.

Ho la fortuna di fare un lavoro che amo e che mi pone a contatto con grandi imprenditori e grandi persone, ogni volta imparo e mi lascio contaminare da idee e suggestioni di ognuno di loro. Tempo fa però fui completamente rapito da un imprenditore che parlò per più di un’ora in modo impeccabile, spaziando dalla storia alla filosofia antica, durante la convention della forza vendite alla quale ero invitato come speaker.
Più di 350 milioni di fatturato. Una bella azienda.
Al termine non potei che non fermarmi e congratularmi con lui. Mi rispose “Grazie Sebastiano però sa in famiglia siamo tutti così. Mio nonno e prim’ancora suo padre cioè il mio bisnonno, poi mio padre e poi io abbiamo avuto sin da piccoli un’educazione classica, volta alla filosofia, alla letteratura e al pensiero. Sebastiano la mia famiglia si è affrancata dal lavoro parecchie generazioni fa per questo possiamo permetterci di approfondire tutto questo” Non dissi nulla, sorrisi ringraziando per la franchezza e ammettendo dentro di me che aveva assolutamente colto il punto, semplice ma non banale.

Chi è ricco può permettersi non solo cose ma anche approfondimenti culturali e spirituali che chi è povero ha molte difficoltà ad approcciare.
Il tema è purtroppo ben documentato. Federico Fubini è un brillante giornalista con cui ho avuto il piacere di conversare, è autore di “La maestra e la camorrista” .Nel libro Fubini conduce un’inchiesta sul nostro Paese, da Nord a Sud – le disparità all’interno di un paese possono avere anche carattere locale ndr – per raccontare di un paese senza mobilità sociale, dove resti quello che sei.

“Nel 1427 un capofamiglia fiorentino, Manno Mannucci figlio di Benincasa, discendente di un soldato di ventura tedesco sbandato in Toscana durante le incursioni di Federico Barbarossa, si dichiarò al catasto come artigiano del legno. Sei secoli dopo, nel «laboratorio di un quartiere di Firenze che sta dolcemente invecchiando», il suo discendente Fabio Mannucci fa più o meno lo stesso lavoro: il restauratore. Forse tra gli arredi medievali che sono passati dalle sue mani ce n’è qualcuno intagliato dal suo avo. Nel 1427 il patrimonio finanziario e immobiliare dei Mannucci — 4 nuclei familiari, 21 persone — arrivava a 437 fiorini, pari a circa tredici anni di lavoro di un manovale, circa di un terzo superiore alla mediana delle famiglie fiorentine. «Nell’anno di imposta 2012, fra i contribuenti di Firenze compaiono 149 Mannucci e il loro reddito dichiarato in media è di 31.775 euro: un quarto sopra la media cittadina, ovvero più o meno esattamente dov’era il patrimonio dei Mannucci rispetto al patrimonio mediano dei fiorentini sei secoli fa. Erano e restano solidamente ceto medio. Il caso dei Mannucci non è isolato. Incrociando redditi e patrimoni degli 807 cognomi che compaiono sia nel catasto della Firenze del 1427, sia nelle dichiarazioni dei redditi della Firenze del 2012, si nota che quasi nulla è cambiato. I ricchissimi sono rimasti ricchissimi; i ricchi, ricchi; il ceto medio, medio; i poveri, poveri; i poverissimi, poverissimi. Tre dei primi cinque contribuenti della Firenze di oggi appartengono alle famiglie più in vista nella Firenze dell’inizio del Rinascimento; e le famiglie dei cinque contribuenti oggi più poveri facevano già parte della metà meno abbiente della popolazione.”

La tesi di Fubini è spietata: «Non si rischia di scendere quando si parte da sopra, non si riesce a salire quando si parte da sotto.»
Certo Fubini riconosce che la capacità di chi sta bene di rimanere ricco è data anche dal fatto che, per esempio i figli di imprenditori, spesso vengono immersi in un bagno somato-sensoriale di stimoli ed esempi che li rende più capaci di fare affari. Ma questo non cambia la sostanza. Chi è ricco ha più probabilità di rimanere ricco e chi è povero di rimanere povero.

I ricchi sono diversi da noi , il problema delle statistiche e l’origine della diseguaglianza

In un famoso scambio tra Hemingway e Fitzgerald, si dice che Fitzgerald abbia detto, “I ricchi sono diversi dal resto di noi”, a cui Hemingway rispose, “Sì, lo so, hanno più soldi.”

Ma i poveri sono poveri perché si comportano da poveri o perché ci sono delle circostanze che non controllano? Rispondere a questa domanda e tracciare come si è risposto nella storia, sono il primo passo per capire come intervenire.
Ad esempio, Benjamin Franklin, gigantesco personaggio della storia, un giorno disse: “Più si organizzano forme di assistenza pubblica per prendersi cura dei poveri, meno questi ultimi avranno cura di sé […], meno si fa per loro, più faranno qualcosa per se stessi”. Ancora oggi troviamo opinioni simili di chi dice che i poveri sono poveri perché si comportano da poveri e sono poveri perché indolenti per natura. La maggior parte delle volte si tende a ridurre tutto a una scelta.

La povertà “come scelta” deriva da una corrente di pensiero tipica della società nordamericana e figlia del pensiero di Ralph Waldo Emerson che ipotizzava l’esistenza di “un’anima superiore”, “Over-soul”, che in sé comprende tutti ciò che vive e che ti incita a superare i limiti di qualsiasi natura. Gran parte dell’ambiente della formazione e dell’auto-miglioramento insiste ancora oggi sul mantra “volere è potere” e che, di contro, chi non si impegna abbastanza si cerchi e meriti in un certo senso una situazione di povertà.

Io sono del pensiero che giudicare il comportamento altrui è difficile perché il nostro giudizio è ammantato di “Bias cognitivi”. come quello ” Attore-Osservatore”. Quando guardiamo gli altri, tendiamo a vederli guidati da tratti intrinseci della personalità, mentre nel nostro caso sappiamo che, ad esempio, abbiamo agito con rabbia perché ad esempio siamo stati licenziati e non perché siamo persone naturalmente aggressive o con un temperamento irascibile. In altre parole, gli altri poveri sono poveri perché fanno scelte sbagliate – ma se io sono povero, è a causa di un sistema ingiusto.

Da uno studio del 2009 pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology (JPSP), emergono due considerazioni interessanti: le persone di ceto alto, diciamo benestanti, tendono a ignorare le diseguaglianze e quando vengono messi di fronte all’evidenza tendono a giustificarle con argomenti quale il duro lavoro e il talento. Questo non è solo un dato che in fondo potremmo comprendere ma incide poi realmente su come ci comportiamo di fronte alle diseguaglianze. Dall’individuazione delle cause sino alle soluzioni messe in atto agiamo sulla base di ciò che crediamo sia reale.
Bennett Callaghan e Michael Kraus dell’Università dell’Illinois, partendo dalla citata ricerca, si sono presi la briga di analizzare il comportamento legislativo dei membri del Congresso degli Stati Uniti. I risultati, anche in questo caso prevedibili, dimostrarono che i membri più ricchi tendevano sponsorizzare interventi legislativi volti ad accrescere o non ridurre le diseguaglianze; situazione dettata certamente dalla volontà di accrescere il proprio status ma anche da una visione “distorta” o comunque “ personale” delle cause di povertà.

Sugli effetti della diseguaglianza economica e il comportamento umano, è interessante e originale l’analisi che Paul Piff psicologo e studioso del comportamento, ne trae in seguito ad un esperimento che prevedeva una partita di Monopoli truccata.

Oppure, in questo esperimento condotto dagli psicologi della New York University, dove viene analizzato perchè le persone “ricche” tendano inconsciamente a prestare meno attenzione ai passanti e alle persone “povere”.

Altre visioni distorte sono quelle che mettono in correlazione povertà e cattive scelte o povertà e scarsa cultura. Per intenderci “scegli male dunque sei povero” e “sei poco colto dunque sei povero”.
Molte volte, senza neanche qui voler generalizzare, basterebbe rovesciare l’ordine delle parole per avere una rappresentazione più fedele della realtà. La diseguaglianza non cresce dunque lungo la linea “basso reddito”-scarsa cultura- cattive scelte ma, come evidenziato da Susan Mayer nel suo libro “What Money can not Buy”, perché adulti con più successo finanziario tendono ad avere una varietà di altre caratteristiche che conferiscono diversi vantaggi ai propri figli.

Scelte complicate

Un altro motivo per cui non è possibile affrontare con superficialità l’argomento è dato da un interessante esperimento sociale portato avanti dagli studiosi sociali James Andreoni , Nikos Nikiforakis e Jan Stoop. Lo studio osserva i diversi comportamenti dei ricchi e dei poveri di fronte ad eventi uguali. I risultati mettono in risalto una componente importante: le decisioni critiche ai quali sono sottoposti con più frequenza i poveri rispetto ai ricchi.

L’esperimento, condotto su un gruppo casuale di persone di classa agiata e non, venne condotto nei Paesi Bassi e consisteva nell’inviare una busta con 5 o 20 euro e un biglietto che spiegava che si trattava di un regalo di un nonno a un nipote. Il denaro è stato inoltre inviato in due modi: come banconote o come assegno che dunque non si poteva incassare essendo intestato a una persona fittizia e non alle persone sottoposte all’esperimento.
I risultati dimostrarono che i ricchi restituivano nell’80% dei casi le buste e la percentuale scendeva di poco quando all’interno vi erano le banconote. I poveri invece conservano la metà delle buste con gli assegni (non prendendosi la briga di rispedirli al mittente) e conservavano nel ¾ dei casi le buste con le banconote. Perché “i poveri” tenevano le buste con assegni che non avrebbero potuto incassare? Lo studio, analizzando più a fondo, scoprì che questo succedeva prevalentemente nei giorni in cui presumibilmente le persone erano in difficoltà finanziaria, ad esempio a metà mese. Mentre nella settimana in cui le persone ricevevano sussidi e stipendi, verso fine mese, la maggior parte di loro restituiva le buste. Se c’è ne fosse bisogno l’esperimento rende evidente quanto anche scelte apparentemente facili diventino complesse in momenti di grande tensione ed è normale che “i poveri” vivano molti e più frequenti momenti di questo tipo.

Esistono molte posizioni che seguono e confermano queste conclusioni. Alla metà degli anni ’80 ad esempio, la provincia canadese di Manitoba condusse nella città di Dauphine un insolito esperimento battezzato “Mincome”, “minimum income”. Si iniziò a distribuire denaro ad alcuni cittadini, una forma di reddito di cittadinanza, dopo un pò di anni l’esperimento venne abbandonato per un cambio della guardia politico ma i risultati analizzati anni dopo da Evelyn Forget, economista all’Università di Manitoba dimostrò che la qualità della vita era migliorata, i tassi di ospedalizzazione diminuiti. Minore abbandono scolastico e tassi di occupazioni più alti.

Lo racconta Rutger Bregman, storico e giornalista olandese autore di: “Utopia per realisti” e di un famoso TED Talk intitolato: “La povertà non è una mancanza di carattere: è una mancanza di denaro”, in cui supporta anche il reddito universale (la forma più estesa di reddito di cittadinanza che si intende solo per i bisognosi).

Non sposo del tutto la posizione di Bregman che sembra suggerire, anche ideologicamente, un mondo di totale redistribuzione delle ricchezze. La mia posizione è che quando sei in difficoltà hai bisogno di un pesce ma quando non lo sei più devi imparare a pescare e tutto ciò in un movimento continuo attivo e pro-attivo che stimoli la responsabilità individuale.
Certo il problema “meglio un pesce o insegnare a pescare” non si risolve poi in pratica così facilmente. Aiutare un individuo è cosa ben diversa che non aiutarne milioni.

Il Financial Time, attraverso il Professor Ian Goldin spiega molti dei motivi per cui il reddito di cittadinanza non farà bene a nessuno citando come prova i conti impossibili da fare tornare per pagarlo al fatto che attraverso un sussidio monetario le persone ottengono solo reddito, ma a loro serve anche significato, status, abilità, reti e amicizie attraverso il lavoro. Se questo non avviene si stimolano comportamenti fuorvianti e antisociali come consumo di droghe ed alcol.
Secondo Ian Goldin un sussidio non convincerà gli individui e le famiglie a partecipare alla vita della società. Le reti di sicurezza come il reddito di cittadinanza dovrebbero essere un’ancora di salvezza verso il lavoro e la partecipazione significativa nella società e non una garanzia di una vita di dipendenza.

Che fare allora? La mia idea è che si debba con forza attingere ad un’idea di equilibrio. Per prima cosa, i “poveri” vivono situazioni diverse che vanno trattate in modo diverso. Un esempio reale è stato raccontato da Isabel V. Sawill, ricercatrice e studiosa economica.

“Negli anni ’90, due giornalisti hanno raccontato in modo indipendente la vita di due famiglie del centro città a Washington, DC. Uno di loro, Leon Dash, un giornalista del Washington Post, ha seguito la storia di Rosa Lee Cunningham e della sua famiglia. A quel tempo, Cunningham era una nonna di 52 anni che aveva avuto il suo primo figlio all’età di 14 anni e abbandonato la scuola. Figlia dei mezzadri della Carolina del Nord, è cresciuta nei pressi di Capitol Hill ed è poi andata avanti, lavorando come prostituta, vendendo droghe e di rapina. Divenne dipendente dall’eroina e passò del tempo in prigione per traffico di droga. Ha avuto otto figli generati da sei uomini diversi e tutti tranne due sono diventati, come la madre.
Ron Suskind, un giornalista del Wall Street Journal ha invece seguito la vita di un adolescente di nome Cedric Jennings, che al tempo viveva con sua madre nello stesso quartiere di Cunningham. Ma la madre di Cedric, Barbara, aveva tre figli e aveva lavorato per 11 anni con una paga di cinque dollari all’ora come addetta ai dati per il Dipartimento dell’Agricoltura. Frequentava regolarmente la chiesa, viveva frugalmente, sorvegliava attentamente i suoi figli e aveva instillato nel figlio un desiderio feroce di riuscire. Cedric non solo divenne uno studente d’onore alla Ballou High School, ma alla fine ottenne l’ammissione alla Brown University.
Come suggeriscono queste storie, le persone che vivono in povertà sono un gruppo eterogeneo. Alcuni sono poveri soprattutto perché, come Cunningham, persistono in comportamenti perversi e antisociali. Altri, come Jennings, hanno fatto del loro meglio con risorse limitate. Quindi le due visioni contrapposte di ciò che causa la povertà – il comportamento delle persone o le loro circostanze avverse – avranno una certa validità solo in parte. La maggior parte delle persone povere non è né disastrosa come Cunningham, né tanto laboriosa e dedita al successo dei loro figli come Jennings. Ma ciò che mostra una ricerca più sistematica è che il comportamento è importante e deve essere preso in considerazione se vogliamo ridurre la povertà e la disuguaglianza.”

“Un pesce o insegnare a pescare” dunque? Certe volte l’uno, certe volte l’altro. Certe volte quello che serve è solo un paio di calzini asciutti come ha raccontato Scott Benner attingendo alla sua storia di senza tetto , altre volte una quantità di denaro, un pesce, è sufficiente per ottenere quella serenità per scegliere correttamente, come dimostra l’esempio delle buste citato prima.
Altre volte ancora la situazione non si può affatto risolvere con il denaro. Il caso di Tree For Car mi pare sempre un buon esempio per porre il rischio di risolvere tutto con una somma di soldi.

Nel 2013 il ventitreenne Patrick McConlogue aveva fatto amicizia con un senzatetto, Leo Grand, che incontrava ogni mattina andando al lavoro. Grand viveva sui marciapiedi, lungo la West Side Highway di Manhattan. Patrick gli fece una proposta: ti do subito cento dollari, e ne fai quel che vuoi, oppure ti insegno a programmare e ti aiuto e trovarti un lavoro. Grand scelse la seconda offerta e riuscì a realizzare un’app che ottenne un buon successo sul mercato. Poco dopo però, alle prime difficoltà imprenditoriali, abbandonò tutto e torno a vivere per strada.

Così come, nella mia esperienza riconosco di avere incontrato persone che una volta messe nella situazione di non fare fatica si impigriscono e non pensano più a come migliorare la loro condizione. Insomma, o lavoriamo con le statistiche o lavoriamo con i singoli individui.

I figli di Bill e quando i soldi sono un problema

Qualche tempo fa creò scalpore la notizia che Bill Gates non avrebbe lasciato la sua eredità ai figli ma avrebbe devoluto la sua fortuna in beneficenza. Il motivo, ha spiegato, che lasciare così tanti soldi ai suoi figli non sarebbe affatto un favore: “distorcerebbe tutto ciò che potrebbero fare e il loro percorso”. Sta invece incentivando un’educazione universitaria e sta chiaramente sostenendo tutte le spese necessarie affinché avvenga – forse una buona analogia su come aiutare le persone a creare il proprio percorso.
Il suo altrettanto ricco e celebre amico, Warren Buffet, la pensa allo stesso modo e lascerà ai suoi tre figli solo 6 dei suoi 66 miliardi di patrimonio.
E la lista è ancora lunga: Zuckerberg ha pubblicato una lettera in occasione della nascita di sua figlia Max, nella quale annunciava che avrebbe donato in beneficenza il 99% delle sue azioni facebook valutate oltre 45 miliardi. L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, con un patrimonio di oltre 50 miliardi, farà altrettanto: “Se vuoi fare qualcosa per i tuoi figli e mostrare quanto li ami, l’unica cosa migliore è sostenere le organizzazioni che creeranno un mondo migliore per loro e per i loro figli.” Sting, con un patrimonio di 300 milioni di dollari, ha già chiarito ai suoi sette figli “ “Devono lavorare. Tutti i miei figli lo sanno e raramente mi chiedono qualcosa.”

Perché tanti miliardari non lasceranno il proprio patrimonio ai loro figli?
Howard Sharfman, esperto di trasferimento di ricchezza familiare, ha provato a spiegare: “I genitori sono preoccupati di assicurarsi che i bambini abbiano una vita significativa e non vogliono che le loro fortune finanziarie possano ritorcersi contro di loro. Vogliono aiutare, e questo è un equilibrio molto difficile.”
Su questo equilibrio si è espresso ancora Warren Buffet: “L’importo perfetto da lasciare ai figli è abbastanza denaro in modo che sentano di poter fare qualsiasi cosa, ma non così tanto da non poter fare nulla”.
Lo chef Nigella Lawson si è espresso in modo ancora più radicale: “Sono determinato nel dire che i miei figli non dovrebbero avere alcuna sicurezza finanziaria. Rovina le persone che non devono guadagnarsi quei soldi.”

Detto che in quasi tutti i casi sono previsti sistemi di sicurezza e che, anche una piccolissima parte del patrimonio, renderà ricchi i figli di queste persone, c’è qualcosa da imparare in questo approccio e soprattutto dall’equilibrio di cui parla Buffet.

L’aiuto vincolato (cosa insegna il caso del Kenya)

Come detto, uno degli stratagemmi utilizzati da molti ricchi in al momento di destinare la propria eredità, è quello di suddividere il proprio patrimonio e impostare un sistema “di rilascio” in momenti diversi della vita degli eredi.

Un sistema simile, in qualche modo, è quanto spesso si è auspicato per supportare le fasce deboli della popolazione. Nel nostro paese ad esempio, la social card limita la possibilità di spendere i fondi a a beni di prima necessità. Il reddito di cittadinanza introdotto oggi in Italia parte da presupposti simili, vincolando il mantenimento del beneficio a una ricerca attiva di lavoro e all’accettazione di possibili lavori che vengano proposti. Ma davvero i “poveri” sono incapaci e bisogna vincolare l’aiuto? Il caso del Kenya sembra confutarlo.

A Kisumu, nel Kenya occidentale, un’associazione benefica chiamata GiveDirectly ha dedicato più di cinque anni a distribuire direttamente somme di denaro alla popolazione.
Ogni destinatario riceve circa $ 1.000 in due o tre rate e possono spendere i soldi per quello che vogliono.
I risultati rilasciati dal governo kenyano e commentati da povertyactionlab.org hanno, forse sorprendentemente dimostrato che i soldi ricevuti dalle persone sono stati spesi in attività produttive come cibo e cultura e non è aumentato il livello di beni di tentazione come alcol e tabacco.

Quanto contano i soldi? E quando non contano?

Buona parte delle polemiche intorno al reddito di cittadinanza in Italia, sembrano riconducibili al fatto che non si riesca a vedere la completa risoluzione a un problema.
Se bisogna considerarlo come una misura per contrastare la diseguaglianza, rimangono tutti i dubbi dati dal fatto che le somme destinate non sembrano sufficienti, specie in alcune zone di Italia ad assicurare quella dignità di vita così chiaramente espressa nell’articolo 25 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

“Quasi la metà delle famiglie beneficiarie sono in realtà single, che costituiscono il 47,9% della platea (626 mila) e riceveranno in media, un sussidio di 4 mila 485 euro l’anno. Le coppie con figli minorenni sono 257 mila (il 19,6% delle famiglie beneficiarie) e percepiranno in media, 6 mila 470 euro, quindi, per effetto delle scale di equivalenza, meno delle coppie con figli tutti adulti (che percepiranno 7041 euro). Gli stranieri si attestano al 12,4% dei beneficiari.” (fonte Istat)

Se lo intendiamo come una misura volta a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro – anche alla luce della nuova e curiosa figura dei navigator – rimangono tutti i dubbi classici su come il denaro influisca nella motivazione e nel favorire l’ingresso nel mondo del lavoro (in Finlandia, come discusso prima, l’effetto non è stato dimostrato).

Sul rapporto e la correlazione tra denaro e motivazione, ci si perde infine in una letteratura ancora più incerta e discordante.
Un paio di esempi e ricerche interessanti mostrano come gli incentivi possano avere effetti strani e a volte opposti; sintomo che non abbiamo chiaro in testa tutti gli elementi del problema.

I “guadagni” pubblici


In Finlandia ogni anno, il 1 novembre, soprannominato “Giornata nazionale dell’invidia”, viene rivelato il reddito imponibile di ogni cittadino finlandese, ricercabile da chiunque. Anche la Svezia e la Norvegia pubblicano le dichiarazioni dei redditi dei cittadini.
“Se la pubblicazione di liste delle tasse abbia un impatto positivo o negativo sulla società è però una questione controversa”, afferma Kristiina Äimä, specializzata in diritto tributario all’Università di Helsinki. “Alcune persone pensano che la trasparenza promuova la democrazia nella società e alcuni pensano che violi la privacy”. Appunto.
Uno studio dell’Università della California del 2011 ha rilevato che coloro che guadagnano meno della paga media e e ne sono a conoscenza, hanno riportato una minore soddisfazione lavorativa ed erano più propensi a voler trovare un altro ruolo, mentre quelli che guadagnano sopra non hanno riportato alcun effetto stimolante. Dall’altra parte uno studio della Cornell University del 2016, ha scoperto che sapere quanto guadagnano i colleghi può aumentare le prestazioni.
David Burkus, professore associato di leadership e innovazione presso la Oral Roberts University spiega che il meccanismo utile per fare fruttare la trasparenza nelle organizzazione è quello di comunicare come si possono ottenere gli stipendi più alti e perché a un dipendente è stato dato. “Non molte organizzazioni però possono percorrere la strada della totale trasparenza” conclude Burkus.

Le multe inutili

“I bambini usciranno da scuola alle 4” ma molti genitori arrivano costantemente in ritardo con ovvi problemi logistici per il personale scolastico. Che fare? In un esperimento* condotto in dieci scuole materne di Haifa, in Israele, si testò se multe economiche avrebbero risolto il problema, la tesi era che lo avrebbe fatto.
Fu dunque annunciato che, trascorsi i primi 10 minuti di tolleranza, ogni ritardo sarebbe costato l’equivalente di 3 dollari a bambino, sotto forma di supplemento che sarebbe andato ad aggiungersi ai 380 dollari di retta mensile.

I risultati però furono ben diversi: ben presto la media dei ritardatari salì a venti alla settimana, con un aumento più che doppio. Quello che doveva essere un incentivo si era rivelato invece un boomerang. Cosa non ha funzionato? La spiegazione data dagli studiosi fu che 3 dollari erano una sanzione troppo lieve. A quel prezzo, qualunque genitore poteva permettersi di arrivare in ritardo anche ogni giorno con un sovrapprezzo mensile di 60 dollari (pari a neppure un sesto della retta). Molto più economico di una baby-sitter.

Inoltre, il limite della misura adottata dalle scuole fu quello di sostituire un incentivo economico (risparmiare 3 dollari) a un incentivo di ordine morale (evitare il disagio e il senso di colpa connesso al ritardo). Per pochi dollari al giorno, di fatto si acquistava il diritto di tardare a piacimento, e con la coscienza a posto.

Potrebbe essere che i sussidi come il reddito di cittadinanza producano gli stessi effetti di disimpegno?

L’esperimento fu condotto da Uri Gneezy e Aldo Rustichini ( , la semplificazione e i risultati sono stati resi celebri da Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner nel libro Freakonomics – Il calcolo dell’incalcolabile

Furti indotti

Un altro caso di come gli incentivi si possano ritorcere contro è un esempio studiato e raccontato da Robert Cialdini, psicologo e tra i massimi esponenti in termini di persuasione e motivazione.
“ Il parco nazionale dell’Arizona aveva un problema, ed era espresso molto chiaramente da un cartello: OGNI GIORNO, UN PEZZETTO PER VOLTA, QUESTA VOSTRA EREDITÀ VIENE VANDALIZZATA DA FURTI PER 14 TONNELLATE ALL’ANNO.

Il cartello voleva chiaramente risvegliare il senso di indignazione dei visitatori. Cialdini e colleghi volevano capire quanto questo appello fosse efficace, quindi hanno condotto un esperimento disseminando frammenti di legno pietrificato qua e là lungo i sentieri del parco: praticamente, un invito al furto. Su alcuni percorsi hanno piantato anche loro un cartello che invitava a non rubare, su altri no. Il risultato? Lungo i sentieri con gli avvisi i furti sono stati quasi il triplo degli altri. Com’era possibile? Cialdini ha concluso che i cartelli del parco, oltre a trasmettere un messaggio morale, ne contenevano anche un altro. Qualcosa tipo: Wow! La foresta pietrificata sta scomparendo… meglio che me ne prenda un pezzo finché sono in tempo! Oppure: Quattordici tonnellate all’anno? Che differenza può fare se me ne prendo un pezzetto anch’io?”

Il punto è che gli incentivi morali non funzionano affatto come si potrebbe pensare. «Molto spesso», spiega Cialdini, «i messaggi di pubblica utilità sono pensati per orientare le persone verso comportamenti socialmente desiderabili comunicando loro quante altre, invece, ne assumono di indesiderabili.

Il reddito di cittadinanza, con le sue implicazioni morali, potrebbe essere frainteso?

E dunque?
Devo ripetere ciò che mi trovo a dire nelle riunioni con i responsabili del personale che tentano di convincermi che piani generali e algoritmi collettivi risolveranno il tema della responsabilità dei lavoratori.
La motivazione è a mio parere soprattutto un tema personale, singolare, individuale.
O lavoriamo con le statistiche o lavoriamo con gli individui. Fin dove si può, l’intervento dovrebbe essere sul singolo. Dove non si può l’obiettivo sarà quello di limitare i danni.

Le sfide del futuro: sfruttamento e irrilevanza

Più ne parliamo, più ci si rende conto che la situazione è tutt’altro che facile, sfaccettata come è in tanti piccoli micro problemi e conseguenze per le quali servirà sicuramente grande attenzione e grande equilibrio. Non abbiamo però molto tempo. Se è vero che la diseguaglianza ha caratterizzato buona parte della storia umana – ad eccezione del felice popolo degli Hazda naturalmente – è anche vero che mai come oggi viviamo in una società complessa, veloce e in continuo mutamento.

Ci sono soprattutto due grandi e per certi versi nuovi problemi che ne derivano.

Il primo problema non è del tutto nuovo ma lo è nella forma: la gig economy sembra solo apparentemente offrire nuove opportunità mentre aumenta il rischio dello sfruttamento e della diseguaglianza. Questo almeno è il parere di Riccardo Staglianò, scrittore e giornalista italiano, corrispondente per La Repubblica. Nel suo libro sull’argomento, “Lavoretti: così la sharing economy ci rende tutti più poveri”, Staglianò sottolinea ed evidenzia che per quanto le nuove dinamiche offrono inaspettate opportunità lavorative, “i lavori, a differenza dei voti, oltre che contarli si pesano.”

La tesi principale è che “calano i lavori di una volta, quelli nutrienti con cui puoi sfamare una famiglia, mentre crescono i lavoretti, snack che butti giú uno dopo l’altro e non ti saziano mai.”
Partendo dall’esempio di Uber, emblema della sharing economy, nota infatti che si sia giunti a un sistema in cui “i nuovi lavoratori” assumono tutti i rischi imprenditoriali in cambio di saltuarie e per niente stabili entrate, tanto che “Infatti solo il 4 per cento degli autisti continua a lavorare per l’azienda dopo un anno da quando ha cominciato. Tasso di ritenzione scarsissimo che dimostra, altrettanto evidentemente, che chi ha provato non si è trovato tanto bene.” Il vero punto a suo dire è pero che, in una società fatta da “poveri” il ricambio è costante e questo porta al crescere delle compagnie e del sistema della sharing economy in cambio di quello che definisce “un downgrade di civiltà che, sinceramente, non possiamo permetterci.”

Numeri alla mano, si pensi anche alle recenti polemiche dei riders, viene difficile dare torto a Staglianò. La mia personale opinione è che da una parte non sia mai saggio combattere il “cambiamento” per definizione.
Si tratta di leggerlo, tenerne il buono, sistemare le storture e buttare l’inaccettabile, quando per inaccettabile si intende ciò che la sensibilità dei tempi, lo “Zeitgeist” indica.

Un’altra visione della storia racconta come la gig economy possa rappresentare, specie all’inizio del proprio percorso professionale o ad esempio per mantenersi gli studi, un buon compromesso e una diffusa opportunità. D’altra parte è chiaro che non risolve il problema del lavoro delle persone e che sistemi di questo tipo siano più pensati per massimizzare i vantaggi ed obbedire ad un’economia di competizione che per assicurare un vantaggio diffuso agli individui.

Staglianò parla in fondo di sfruttamento delle persone, di downgrade di civiltà e del lavoro, fenomeno che nel corso della storia ci siamo sempre trovati volenti o nolenti a dover affrontare. Allo stesso tempo però la tecnologia, pensiamo a robot e Ai, sta correndo così veloce da creare una società che probabilmente vedrà una sempre più marcata divisione in termini di opportunità, equità ed eguaglianza. La nuova linea di demarcazione sarà data non più dalle origini di nascita ma dalle competenze e in particolar modo dalla capacità di relazionarsi insieme “alle macchine” e portare in dote quello che Tyler Cowen in “La Media non conta più” definisce marginalità o valore. Di contro, sempre con le parole di Cowen, ci sarà sempre meno spazio per coloro a marginalità zero. Persone che per cultura, incapacità di adattarsi al cambiamento, renderanno preferibile l’uso di un software o di un robot anche solo intelligente “per metà”.
In questo caso quale sarà il destino di queste persone?

C’è una barzelletta amara che circola in questi casi: «Uno stabilimento tessile moderno impiega solo un uomo e un cane: l’uomo per dare da mangiare al cane e il cane per tenere l’uomo lontano dalle macchine».

Detto che una sola persona per stabilimento rende inutili tutte le altre persone, a marginalità zero, dove finiranno i discorsi sul senso e significato per chi si ritroverà ai bordi della società? Il grande rischio che si prospetta è ancora peggio dello sfruttamento: è l’irrilevanza.

E anche in questo caso mi viene da dire che non solo è triste, poco umano, ma che ancora una volta non conviene a nessuno perché : “Se chi sta bene non fa stare meglio chi sta male, prima o poi chi sta male fa stare peggio chi sta bene”.

Submit a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi