Quando sbagli sbagli

In Umanità
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Quando sbagli sbagli. C’è poco da fare. Ci sono vasi che quando rompi, per quanto li incolli, rimangono rotti.

La memoria ritorna ogni volta che li guardi e ti accorgi dell’attaccatura, per quanto bene tu li abbia rimessi assieme.
Può anche dispiacerti, ma il risultato non cambia.
Hai sbagliato.
E ti torci le mani, per poi torcerti il cervello, per poi alla fine torcerti lo stomaco, nelle notti in cui non riesci a dormire o nelle albe in cui ti alzi prima del tempo perché a letto, con quella pena, no, proprio non puoi restare.
Hai sbagliato e ti spiace da morire.
Hai valutato male, hai fatto conti sbagliati e ipotesi sballate.
Ti sei allontanato dalla riva senza salvagente o peggio, non ti sei premurato che ce l’avesse chi era con te.
Accidenti.
Il problema dello sbagliare non è nemmeno quello che accade a te, ma quello che accade agli altri.
E’ al vaso degli altri che tieni, più che al tuo.
Il tuo puoi anche accettare che sia incrinato, ma non puoi fare accettare agli altri che lo sia anche il loro, soprattutto per colpa tua.
Allora lo stomaco ti si gira ancora, da una parte e dall’altra, come a strizzarti fuori ogni goccia di presunzione.
Già, sbagliare deve essere una forma di bacchettata che il destino, o chi per lui, ti elargisce ogni volta che esageri con la presunzione di avere fatto tutto perfettamente.
Sbagliare è l’altra faccia della tua potenza, anche tu, come quelli che tante volte hanno mandato in orbita lo Shuttle, puoi fallire e farlo esplodere con tutto l’equipaggio dentro.
Da quello sbaglio non torni indietro.
Puoi solo proseguire.
Non cancelli il dolore, tuo e altrui.
Puoi solo andare avanti facendoti, nella migliore delle ipotesi, carico della tua responsabilità.
E’ vero, puoi anche cancellare, chiudere, fare finta di nulla.
Ma i vasi sono riattaccati non sono più come prima.
Tu puoi chiudere con i vasi, ma sono i vasi che non chiudono con te.
Allora, a modo mio, penso che non ci sia cura per il mio stomaco.
Penso che quel buco che si riapre come un crepaccio nascosto dalla neve del vivere quotidiano, ogni volta che mi fermo a riprendere fiato, sia un pro-memoria.
Mi ricorda che non sono Dio nel bene e nel male.
Che posso ma non devo.
E che devo ma non posso.
Posso provare, ma prendendomene tutto il rischio.
Devo provare, ma solo con ciò che è mio.
Posso riuscire ma non devo pensare che sia garantito.
Devo riuscire ma non posso pensare che questo valga per ciò che non controllo.
Non c’è una cura magica comunque.
Come tutte le cicatrici dell’anima puoi nasconderle, ma non fare finta che non ci siano mai state e che qualcosa o qualcuno le abbia provocate.
E come dicevo, è forse, amaramente, questo il senso dello sbaglio e dei vasi che non spariscono.
Fare da monito.
Anche tu sbagli, anche tu provochi dolore, anche tu deludi.
Ma gli sbagli, i vasi incrinati, servono anche per fare da pietra segnavia, che appare qui e lì, nell’andare della vita.
Come dire: “Sei già passato di qui”.
“Qui sei caduto una volta”.
E come in tutti i cammini, se in quella caduta non sei morto o tornato indietro per sempre, lasci alle spalle il segnavia, e prosegui.
Non ti sei dimenticato di quel cippo, non puoi, ti viene in mente in tutti i dormiveglia, ma sei andato avanti.
Lo ritroverai, magicamente, quel capitello salterà fuori quando servirà.
Ma se sei stato capace di fartene carico, di tutti quei cocci, se hai detto: “Si, è vero, è colpa mia, ne rispondo io, portate pazienza e scusatemi se potete”, allora tutto quello strappare di viscere avrà un senso, mi dico.
L’unico serio e costruttivo che gli si può dare oltre al malinconico e triste significato di essere una punizione.
Il senso che: “Si va avanti, hai sbagliato ma si va avanti”, si procede, con un vaso incrinato in più.
Con un peso in più nello zaino questo è sicuro.
Con delle cautele in più sull’includere altri, che non hanno chiesto, di entrare nella tua avventura.
Con una consapevolezza nuova circa dove finisce il tuo bene e inizia quello del prossimo.
Con delle fibre in più nei muscoli, che sono date dalla lotta contro quel sentimento di irreparabilità del danno causato.
Senso e urlo che non vorresti più sentire rimbombare ansimante nel corpo e nello spirito e che si placa solo mentre ti dirigi nuovamente verso ciò a cui tieni.
Una piccola serenità, che dura solo mentre sei in movimento.

Proseguire con un rinnovato giudizio, disponibilità, umiltà e buon senso è l’unico modo che trovo per riparare al caos generato.
Cercavo la perfezione, ho incontrato l’umano che c’è in me.
Fare pace e imparare senza dimenticare.
E continuare.
Quando sbagli sbagli.

 

Quadro: “The broken vase” di Harry Willson Watrous

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