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In Graffi sull'anima
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In questi giorni, sono stato impegnato in una meravigliosa attività che alcuni amici marchigiani hanno organizzato per portare un aiuto alle popolazioni che hanno subito la tragedia del terremoto in Italia centrale. Non li nomino solo perché hanno scelto uno splendido modo di aiutare senza mettersi in mostra. Ma sappiamo bene chi sono.

L’iniziativa come avrete forse visto si è svolta durante un intero fine settimana, in una meravigliosa Ascoli, in un meraviglioso teatro.
Tanti formatori, tante persone dell’organizzazione, tanta gente da tutta Italia che ama approfondire i temi legati al miglioramento personale.
Tanti amici insomma. Che ringrazio di cuore per l’opportunità.
Gente che ha speso tempo, energie, denaro per cercare di migliorare una situazione che a prima vista non è collegata direttamente ai temi che la formazione di solito tratta.
Infatti di solito noi che ci aggiorniamo, che sguazziamo tra libri, corsi, audio ci focalizziamo su come possiamo migliorare i nostri risultati.
Non quelli degli altri che con noi o il nostro team non sono collegati.
Quasi sempre puntiamo la nostra attenzione su come portare a casa risultati migliori in un ambiente economico.
Migliorare la capacità di resistere allo stress, migliorare la capacità di comunicare le proprie idee, migliorare le proprie attitudini alla vendita, migliorare le capacità di promuovere prodotti o servizi, migliorare le capacità di apprendere concetti di resistere agli urti della vita, migliorare le performance della nostra squadra.
Una cosa a mio parere affascinante e che per quanto mi riguarda mi ha dato e mi da molto.
Lo sforzo mio e di molti altri appassionati e simpatizzanti di queste materie parte da una fondamentale insoddisfazione per la situazione in cui siamo.
Mio Dio, non magari una insoddisfazione esistenziale profonda, non una depressione o un’ansia troppo grande per il futuro, ma una costante brama, un continuo ronzare di una domanda.
Posso essere migliore di quello che sono?
Spesso utilizziamo metafore sportive e le paragoniamo alla vita.
Come dire: Potrei correre i 100 m più velocemente?
Potrei aumentare il numero di volte in cui in questa competizione arrivo prima?
Potrei migliorare la la mia postura e i relativi risultati?
A prima vista la metafora e la semplificazione che essa comporta, appare congrua e ragionevole.
In questi giorni mentre provavo il mio intervento, non potevo fare a meno di sbirciare le notizie che gocciolavano tra le colonne dei giornali, dai fondi di cronaca, dalle pagine dei social media.
Notizie drammatiche di persone che compiono gesti terribili di violenza su di sé e sugli altri.
A livello di singolo o a livello collettivo.
Quando sei immerso nei tuoi pensieri, teso alla cattura di un risultato che si sposta sullo sfondo in modo sempre più confuso, ti sembra che tutte queste notizie non abbiano un granché a che fare con la tua avventura personale. Ti sembra che tutti questi drammi di gente che non conosci siano lontani e che appartengano ad un altro pianeta. Un pianeta che tu non abiti.
In fin dei conti i tuoi 100 m sono confinati a quella pista e a quei concorrenti specifici, che una volta finita la gara torneranno alle loro vite e tu non ti mischierai più con loro.
In un momento in cui mi sono fermato un po’ di più a soppesare il senso di certi crimini, violenze, rivolte, ribellione, distruzione, operate da individui che molte volte fino al momento prima appariva persone sostanzialmente normali mi sono sentito riempire di dubbi.
Come mai queste persone non sono pervase del fuoco sacro del miglioramento?
Perché preferiscono la distruzione anziché la costruzione, perché abbandonano la progettualità anziché la rivolta, perché mollano la fiducia in sé stessi e abbracciano un nichilismo cosmico?
Certamente per questi la formazione è qualcosa di estraneo, di perdente, comico ridicolo.
Ma posso dirvi?
È abbastanza irrilevante il motivo per cui siamo due categorie diverse al fine di sistemare le cose.
Immagino conosciate il concetto di esternalità.
Esternalità è la conseguenza positiva o negativa di un nostro comportamento, di cui però fanno le spese oppure godono le persone che con quel comportamento non hanno nulla a che fare.
Ho provato allora a mettere insieme i due pezzi dell’osservazione. Da una parte ci sono io, teso a migliorare le mie performance, dall’altra ci sono persone che non vogliono, non ce la fanno o non possono migliorare le loro.
Lungi da me dal decidere quale delle due parti abbia ragione o sia la più virtuosa.
È chiaro che per me certi comportamenti sono difficili da prendere in considerazione e il mio schierarmi a favore della formazione sarebbe come banale e scontato.
Provo ad astrarmi e a valutare le cose da fuori.
La questione per chi migliora o tende a migliorare diventa : E’ plausibile disinteressarsi completamente del fatto che tutto un altra parte la società non tenda allo stesso miglioramento?
Che tanti, sempre di più non riescano a competere e rimangano indietro?
Nella mia esperienza lavorativa ho notato che negli ultimi anni è sempre più frequente incappare ovunque nel concetto di polarizzazione.
Chi ha, ha sempre di più, chi ha potere ha sempre più potere, chi ha influenza ha sempre più influenza.
Dall’altra parte chi ha meno, ne ha sempre meno.
Ora, non è questo il luogo per ragionare d’ideologie.
La mia è una riflessione pragmatica.
Il fatto che certe persone diventino, a un certo punto, incapaci di migliorare e diventino talmente consapevoli di questa impossibilità, o di questa difficoltà, implica che prima o poi imbocchino delle vie devianti.
Possono essere le vie della violenza, della corruzione, del crimine, della prepotenza, del razzismo, del classismo.
E qui e qui mi viene da riflettere sul fatto che la competizione, quella che spiegavo con al metafora dei 100 metri, non solo non può spiegare correttamente il fenomeno ma è addirittura fuorviante.
È come se la gara dei cento metri non finisse mai.
E una volta che i bravi sono 100 km avanti gli altri corridori non li prenderanno mai più.
Così, prima o poi, i corridori che sono indietro, per loro responsabilità o per le regole o per i casi della vita, smetteranno di correre e si dedicheranno a trovare furbizie, escamotage, trucchi per vincere oppure si siederanno sconsolati e smetteranno del tutto di partecipare.
Ma la metafora più corretta è allora quella dell’astronauta all’interno di una navicella, o di un marinaio di un sommergibile.
Questi possono interessarsi a migliorare le loro performance e far si che i loro livelli siano imbarazzatamente alti.
Possono far si che la loro efficienza sia eccellentissima e a tenere lindo e pulito l’ambiente, ma se si disinteressano di tutto ciò che riescono o non riescono, possono o non possono, vogliono o non vogliono fare gli altri componenti dell’equipaggio prima o poi ne patiranno le conseguenze.
Perché l’astronave è una per tutti e il sommergibile lo stesso.
Ecco, a questo pensavo in questi giorni.
Che la formazione ha la possibilità di fare dei passi avanti quanto più aumenta il suo raggio di azione.
Quanto più tiene conto che sono curando tutto l’ecosistema siamo capaci di ottenere oltre ai risultati che cerchiamo anche equilibrio, libertà e sicurezza.
Che le anime fragili ci sono e se non vengono trattate con cura creano dolore, per tutti.
Creano caos, per tutti.
La moneta di scambio si chiama generosità, prevede delle aperture di credito e quindi di iniziare ad avere fiducia anche in chi la formazione non la fa, non può o non la vuole.
Serve provare a salvarsi tutti assieme.
Altrimenti il risultato sarà sempre e solo un desolante piatto pieno, da consumare sotto gli occhi affamati di mille proprietari di piatti, desolatamente vuoti.
Questo weekend ad Ascoli abbiamo riempito dei piatti, senza privarci di nulla, anzi riempiendo i nostri di equilibrio, libertà e sicurezza.
Un buon inizio.
Passi avanti.

Puoi essere più piccolo o più grande dei tuoi problemi. Ma per risolverli devi essere più grande.

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