Non sempre avere tutte le risposte è una buona cosa. (Perché leggere 21 lezioni per il ventunesimo secolo di Yuval Noah Harari)

In Libri per La Grande Differenza

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21 lezioni per il ventunesimo secolo è un libro che offre prospettive brillanti e inaspettate, senza la presunzione che ci debba essere un necessario svolgimento o che debba essere l'autore a offrirlo. E questo lascia al lettore la grande opportunità di ragionarci sopra e farsi domande.

Yuval Noah Harari è a mio parere uno dei pensatori più brillanti e a volte più controversi, dell’ultimo decennio. E la sua storia sembra essere scritta per introdurre “il lettore” al nuovo millennio, un tempo fatta da informazioni che corrono veloci.

Sino al 2014 sappiamo poco di questo accademico israeliano. Poi un suo libro sulla storia dell’umanità, Sapiens, scritto in ebraico, viene tradotto in inglese e vende oltre un milione di copie; Ridley Scott vuole farci una serie Tv, Barack Obama si dichiara colpito e ispirato da una prospettiva capace di ricordare quanta straordinari passi abbia fatto la nostra civiltà e quanto tendiamo a darlo per scontato.

Nel successivo libro: “Homo Deus”, Harari volge invece lo sguardo al futuro, tracciando una rotta dalla scoperta del fuoco alla creazione dei cyborg. Ed è un successo planetario.
Infine, chiude il cerchio concentrandosi sul presente e offre al mondo “21 lezioni per il ventunesimo secolo”, un libro che proprio di recente è stato inserito da Bill Gates nella sua personale classifica e suggerimenti di lettura.

Questa volta i pareri non sono univoci.
Mentre in Italia viene accolto con favore (anche se molti non lo hanno ancora letto), oltre Manica sono numerose le critiche. Dal Times al Guardian, l’opinione comune è che in fondo non si tratti di niente di nuovo (la maggior parte dei saggi sono stati già pubblicati su New York Times, Bloomberg ed altre testate ) e che l’autore si sia limitato a una disamina superficiale, soprattutto tenendo conto che è un libro che “pretende” di dare lezioni su un secolo così complesso.

Non sono d’accordo e quando consiglio un libro che possa fare la Grande Differenza, suggerisco comunque di leggere “21 lezioni per il 21° secolo”.

Il guadagno in termini di comprensione del mondo moderno è per chi legge notevole, secondo me.
La struttura in saggi risulta utile e fluida, ottima anche per chi voglia saltare da una parte all’altra, e anche quando sembra che possa mancare qualcosa (Harari non si sbilancia quasi mai nel dare una soluzione agli interrogativi che egli stesso pone), si ha l’opportunità di poter continuare a pensare in modo critico e autonomo.

Harari non si sbilancia quasi mai nel dare una soluzione agli interrogativi che egli stesso pone, ed é l’opportunità di poter continuare a pensare in modo critico e autonomo.

L’approccio con il quale l’autore offre prospettive brillanti e inaspettate, senza la presunzione che ci debba essere un necessario svolgimento o che debba essere lui a offrirlo è onesto e stimolante per il lettore. Harari non ha desiderio né necessità di vendere soluzioni a tutti i costi ai nuovi problemi che ci attanagliano.

Probabilmente perché nemmeno lui ne ha ma anche perché alcune soluzioni appaiono in filigrana come soluzioni globali, che le autorità dovranno porre in essere.

Altri suggerimenti invece riguardano ciò che può fare il singolo, ma Harari non si pone come maestro quanto piuttosto come osservatore.

Per quanto mi riguarda è comunque già molto che riesca a mettere a fuoco delle istanze e degli scenari che molti politici e governanti non riescono nemmeno ad immaginare, figuriamoci l’uomo della strada assorto nelle sue routine di sopravvivenza giornaliera.

Spunti per La Grande Differenza

Di seguito alcuni punti che mi hanno fatto riflettere particolarmente e ritengo possano essere interessanti anche per chi avrà la volontà di ragionarci sopra e farsi altrettante domande.

Se devi puntare su una cosa, punta sull’Umanità

Da quando ho iniziato a scrivere e parlare di “Grande Differenza” ho legato questo concetto al cercare di raggiungere i propri obiettivi, nella vita come nel lavoro, nella propria carriera come in azienda, mantenendo un senso di umanità. Una parola evocativa ma che negli anni, specie gli ultimi, potrebbe aver perso il suo appeal, in un momento in cui tutti puntano tutto sul digitale e sull’intelligenza artificiale e in cui tutti lottano e sgomitano per non farsi soffiare il loro posto al sole.

Ho trovato in “21 lezioni per il 21° secolo” riflessioni che fanno pensare e sperare e corroborano la mia tesi. L’idea dell’autore sul destino della partita Uomini – Robot è abbastanza in linea con quello di altri pensatori, e a volte anche più provocatorio.

A differenza delle passate rivoluzioni, l’avvento dell’intelligenza artificiale avrà un impatto ancora più drastico sulle nostre esistenze.
Parlando di lavoro, molti di noi, riassume lo scrittore, potrebbero non condividere il destino dei conducenti di carrozze del XIX secolo – che passarono a guidare i taxi – ma bensì quello dei cavalli del XIX secolo, che furono gradualmente espulsi dal mercato del lavoro e quindi perdere significato economico.

Harari non salva da un potenziale futuro gramo nemmeno le professioni ad alto tasso di creatività, come l’arte o la musica, evidenziando come in un prossimo futuro gli algoritmi potrebbero benissimo scovare tendenze e riprodurre “arte personalizzata” e di sicuro successo per ogni individuo.
Anche professioni ad alta responsabilità potranno essere messe in discussione, mentre una speranza maggiore si intravede per chi saprà lavorare con le macchine – cita ad esempio le persone addette al funzionamento di radar e altre apparecchiature. Una sorta di nuovi intermediari culturali tra mondo fisico ed algoritmico. Dei “Medium” moderni.

Una osservazione interessante è anche questa:
“Molti medici si concentrano in modo quasi esclusivo sull’attività di elaborare informazioni: acquisiscono dati medici, li analizzano e forniscono una diagnosi. Al contrario, gli infermieri devono possedere anche una certa forza fisica e intuizione psicologica per eseguire un’iniezione dolorosa, sostituire una medicazione o contenere un paziente violento.”

In questo senso appunto, il futuro sembra appartenere di più a chi padroneggia il mondo materiale rispetto a chi padroneggia l’informazione in senso generale, visto che l’informazione è copiosa, a buon mercato e disponibile a tutti. Tante diagnosi può farla un solo medico, anche a distanza, attraverso l’analisi dei dati ma servono tanti infermieri e fisioterapisti quanti i malati da muovere ed assistere.

Io ci voglio intravedere un barlume di verità sull’assunto che l’umanità e l’empatia dell’uomo siano ancora superiori agli algoritmi. Spero che sia vero anche quando si tratterà della propria carriera o di condurre un’azienda o lavorare con i fornitori, collaboratori, dipendenti e capi, la gentilezza e la bontà, l’umanità saranno ancora un vantaggio competitivo.

In questo senso mi piace l’idea e la speranza che ne nasce.

Il pericolo è l’irrilevanza

Siamo abituati a parlare di cattive condizioni del lavoro, di scarsa tutela. Abbiamo da poco assistito alle polemiche sui riders e su quanto di dannoso socialmente venga prodotto dalla Gig Economy.

Su un social come LinkedIn, ad esempio, è più facile imbattersi in una persona che lamenta di essere sottopagata e sfruttata, che non in chi festeggia una promozione ma esiste un problema ancora più grande dello sfruttamento all’orizzonte secondo Harari: “l’irrilevanza”.
Il reddito universale, quello di cittadinanza, i Navigator appena introdotti, l’idea di super tassare i ricchi o addirittura i robot, sono tutte misure, probabilmente necessarie, che tuteleranno l’esistenza del lavoro per le persone. Speriamo bene.

Ma Yuval Noah Harari afferma che prima bisognerebbe tutelare le persone anziché il lavoro.

Bisognerebbe tutelare le persone, non il lavoro. Condividi il Tweet

La minaccia, e non voglio “spoilerare” una parte affascinante del libro, è quella di scomparire socialmente. Il rischio terribile per la gente è quello di passare da individuo sfruttato a individuo inutile e finire quindi nell’irrilevanza.

È l’irrilevanza, il non contare più nulla nel sistema socioeconomico, il vero dramma a cui le persone rischiano di partecipare nel prossimo futuro.

Una questione di senso

In questo ragionamento ciò che va ricercato da tutti è il “significato” della propria esistenza.
Serve una narrazione della propria vita che dia senso.

Harari spiega che :“Tutte le narrazioni sono incomplete. Per costruire un’identità utile per me stesso e per dare un senso alla mia vita, però, non ho davvero bisogno di una narrazione completa priva di punti oscuri e di contraddizioni. Per dare un senso alla mia vita, basta che una narrazione soddisfi due condizioni solamente: la prima è che deve dare a me un qualche ruolo da ricoprire. La seconda è che, mentre non occorre che una buona storia si estenda all’infinito, essa deve però andare oltre i miei orizzonti. La storia mi fornisce un’identità e dà senso alla mia vita includendomi in qualcosa di più grande di me. (E) La maggior parte delle storie di successo si chiude con un finale aperto.”

Questo è uno dei passaggi a mio avviso più emblematici anche se il discorso sul senso non si completa così. L’autore lo inserisce nel capitolo finale, “Resilienza”.

Suggerisce che il “come andare avanti senza perdere la fede” sia una questione di trovare significato e soprattutto di trovarne uno personale.

Anche la trattazione di questo argomento non è lineare e risolta ma è proprio questa nebulosità a donarle fascino di avventura in divenire a cui partecipare. E io, come lettore in cerca di chiavi interpretative del mondo, ci voglio prendere parte.

D’altro canto, c’è un vantaggio nel trovarmi di fronte a un autore che pone le domande giuste ma non mi fornisce le risposte. Sono sicuro che non ha voglia di vendermi corsi di approfondimento.

Unica critica

Unica critica, e sono in compagnia di Bill Gates, è sull’importanza e la predominanza dei dati.
Sono convinto che non basterà avere le informazioni ma conterà saperle usare nel modo corretto, calandole nel giusto contesto e adeguandosi alle persone di un contesto. (Ne avevo parlato anche a proposito della motivazione e della tecnologia in azienda)

Pensarci é la Grande Differenza

Infine, come sempre faccio quando consiglio un libro, propongo la frase che mi ha colpito di più. Cito un breve passaggio che introduce il testo e può servire da bussola per orientarsi.

“In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere. In teoria chiunque può partecipare al dibattito sul futuro dell’umanità, ma è molto difficile mantenere una visione chiara. Spesso non ci accorgiamo neppure che un dibattito è in corso, o quali siano le questioni importanti. Miliardi di noi possono a stento permettersi il lusso di approfondire queste domande, poiché siamo pressati da ben altre urgenze: lavorare, prenderci cura dei figli o assistere i genitori anziani. Purtroppo, la storia non fa sconti. Se il futuro dell’umanità viene deciso in vostra assenza, poiché siete troppo occupati a dar da mangiare e a vestire i vostri figli – voi e loro ne subirete comunque le conseguenze. Certo è parecchio ingiusto; ma chi ha mai detto che la storia sia giusta?”

Puoi scaricare un estratto di 21 lezioni per il ventunesimo secolo da qui

Puoi essere più piccolo o più grande dei tuoi problemi. Ma per risolverli devi essere più grande.

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