Non è mai solo questione di culo

 
L’invidia succhia la linfa vitale delle relazioni e delle cose belle che hai già.
La risputa poi sotto forma di veleno irritante.
L'invidia è causata da un'insoddisfazione per l'immagine che hai di te, ovvero dalla percezione della tua “statura” attuale.
Sul luogo di lavoro l’invidia è di casa, anzi, certe aziende sono la casa dell’invidia.
Sostantivo derivato, “Invidia” dal latino “invidere” che significa guardare male.
In molte organizzazioni aziendali il guardare male altri che lavorano con noi diventa l’occupazione principale.
In azienda, d’altro canto, all’invidia viene offerto un humus particolarmente fertile, composto da confronti continui, pubblici e privati, formali o informali, con persone con qualità e risultati superiori alle nostre.
Vengono proposti stimoli importanti diretti a fare desiderare gli status di altri, le paghe degli altri, i benefit degli altri.
Si creano sistemi premianti complessi e di difficile comprensione e a volte squilibrati ,nella beata speranza che i dipendenti non comunichino e si confrontino fra loro.
L’invidia attecchisce prontamente in un terreno cosi fecondo.
Nasce il dubbio se questo sia un bene o un male.
L’invidia nel cristianesimo è un peccato mortale.
E tutte le altre importanti religioni non sono da meno.
Qualche motivo ci sarà.
Ma parliamo di management senza scomodare Dio.
Harward Business Review scrive che: “L'invidia danneggia le relazioni, sconvolge i team e mina le prestazioni dell'organizzazione”.
 
 
HBR di solito ne sa.
Certo ci butto anche del mio quando dico che il meccanismo dell’invidia può anche essere di stimolo in alcune organizzazioni.
Quelle per esempio in cui chi dirige riesce a diffondere una cultura dell’ammirazione anziché quella della competizione e riesce a portare con sé persone mature e risolte che non confondono il gioco professionale con la vita reale.
Organizzazioni di solito votate ad ottenere risultati sul medio-lungo periodo attraverso team e collaboratori stabili.
Vediamo di approfondire un po'.
L’invidia necessita un termine di paragone, quindi di almeno un'altra persona.
 
Sapete chi è Abraham Tesser?
È un emerito professore di Psicologia che nel 1988 sviluppò un modello chiamato
teoria dell’autovalutazione che si riferisce a cosa succede tra due persone che si conoscono ed hanno qualche tipo di relazione quando una delle due coglie qualche successo in qualche campo.
Questo è un processo chiamato auto-valorizzazione ed è un tipo di motivazione che lavora per far sentire le persone bene con se stesse e per mantenere l'autostima e che tutti applichiamo facendo confronti con gli altri.
La teoria di Tesser spiega come le persone cerchino di difendere la propria autostima e possibilmente di aumentarla.
Lo stesso modello spiega come l'autovalutazione sia influenzata dalle relazioni con gli altri e anche dal tipo di successo che colgono.
Se tuo cognato è un bravo calciatore ma tu del calcio non ti interessi per nulla, quando vincerà il torneo di calcetto del paese tu ne gioirai e tutto sommato ne sarai anche fiero, potresti perfino raccontarlo ad altri
Ma se per caso, porta a casa un viaggio premio aziendale alle Maldive perché è stato il miglior venditore dell’anno e per te la dimensione lavoro è fondamentale, morirai dalla rabbia e ti sentirai sminuito nel tuo valore.
L’invidia ha due facce.
Un Giano bifronte che guarda fuori e dentro i tuoi sentimenti e che stimola o disintegra la possibilità di imparare da chi è più bravo.
L’invidia fa soffrire.
Pochi dubbi.
L'invidia ha a che fare con il sentirsi infelici per il successo di qualcuno, con il sentirsi inferiori e scatena rabbia, astio, animosità, antipatia, rancore.
L’invidia però da un punto di vista evolutivo è uno dei fenomeni psicologici che ci ha portato fino a qui.
Almeno secondo molti studiosi e psicologi come Sara Hill.
L’invidia è una emozione che ci costringe a concentrare i nostri pensieri sulla fonte del nostro malessere e aumenta la persistenza mentale e la memoria per potere così emulare il concorrente.
Puoi quindi cercare il successo migliorando te stesso o migliorare il tuo stato d’animo desiderando che l'altra persona perda quella qualità o status o possesso.
 
Quindi?
Quindi il meccanismo, biologicamente parlando, è ottimo.
Come spesso accade, con il cambiare dei tempi ci siamo persi il manuale di istruzioni.
Ho una sola regola che mi sono dato da almeno 25 anni, più per ciò che ho visto e vissuto che per ciò che ho studiato a dire il vero.
Io ho lavorato con aziende che volevano durare a lungo.
Che credevano nelle persone.
Che avevano complesse relazioni interne.
La mia regola recita che quando lavoro e mi relaziono con qualcuno che è o ha più di me e sento salire quel sentimento misto, prima che sia troppo tardi, mi devo dire :
“Non è mai solo questione di culo”.
 
 
E perdonate la volgarità dovuta solo alla mia lunga e attuale permanenza in azienda, in cui le cose vengono chiamate con un glossario evocativo per superare il rumore delle macchine o le urla dei capi scontenti o le imprecazioni dei clienti scontenti.
“Non è mai solo questione di culo” è un antidoto alla potenziale trasmutazione del fenomeno “invidia” in cinico astio.
“Non è mai solo questione di culo” ti permette di ammirare senza sentirti in difetto, perché implica che se ce la fanno lui o lei puoi farlo anche tu.
“Non è mai solo questione di culo” implica la dismissione di pregiudiziali o credenze ipotetiche e il riportare nel tuo mondo la possibilità.
“Non è mai solo questione di culo” trasforma i tuoi sentimenti ed il tuo cervello in una fucina di idee e miglioramenti anziché lasciarti nella deriva della auto-commiserazione passiva.
E per dirtelo con serenità serve la maturità di sapere che tu vali, indipendentemente da ogni altro.
Solo per il fatto che esisti.
Nessuno sta dicendo che gli altri meritino sempre ciò che sono o ciò che hanno.
Sto dicendo che non serve starci sopra troppo, né sprecarci energie.
Quelle vanno tenute per il dopo.
Dopo cosa?
Dopo che ti sei detto: “Non è mai solo questione di culo”.

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