Le stalattiti se ne fregano

In Talento e responsabilità
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Sì, perché ho visitato delle grotte in questo week end. Con mio figlio siamo entrati nella pancia della terra, su un trenino veloce, che ci ha portati in un budello, lungo lungo, scuro scuro, umido e nero. Dritti fino a dove se ne sta nascosta l’anima apparentemente silenziosa e immobile del pianeta. Un’anima gocciolante di lacrime filtrate attraverso la crosta, che sembra spessa ed impenetrabile, ma che ha mille crepe e fessure e spaccature.

Come le mie convinzioni e le mie motivazioni alle prese con i cataclismi dei giorni che levano certezze di continuo, mentre ci si dà un’aria di unità e solidità che il tempo e i movimenti della storia, con un lento ma inesorabile disegno, disgregano e scompongono.
Non c’è nulla che dura sotto il sole, quello vero.
Non c’è nulla che dura, sotto il sole della limitatezza umana.
Fatta di carne, muscoli, ossa.
Dritti, fino a stanze dove correvano fiumi in piena, gonfi di passione ed energia, abbiamo attraversato ere e tempi, accarezzando con lo sguardo mondi apparsi e scomparsi, animali enormi e feroci che hanno lasciato in eredità solo qualche dente e cranio scomposto, incastrati nell’argilla molle che stucca i passaggi più drammatici della storia del mondo come faccio io con la colla narrativa con cui mi racconto, per unire in un’unica fiaba sensata la storia della mia esistenza.
Il fiume ora passa sotto.
Il fiume prima passava sopra.
Il fiume cambia, si secca e si gonfia.
E la volta della grotta cadde, si trasformò da soffitto a pavimento.
Tutto si gira e si contorce nel buio del ventre del pianeta.
Magari da fuori non si vede né si sente.
Ma cambia, come cambia il tuo spirito alle prese con le intemperie del vivere quotidiano.
Sembri intatto ma non lo sei.
Sei disgregato e la partita è sembrare integro nonostante il terremoto, il fiume e le lacrime di tutto il Creato.
Tutto si muove, sopra e sotto.
Non esiste nulla cui fare riferimento, una stella del nord a cui fissare una cima.
Sopra e sotto tutto si avvita e si svita, perché è così che funziona.
La vita si torce e ritorce, si piega e si spezza, si impenna e si inchina, a volte padrona arrogante a volte serva meschina.
E il trenino ti scarica nel bel mezzo di quello che sembra l’ultima fermata della storia del mondo.
Una specie di antro che reputo sia come gli antichi s’immaginavano l’entrata dell’Aldilà.
Cammino.
Cammino e guardo.
Abbiamo gettato una luce sull’Aldilà, noi umani, e abbiamo acceso delle lampadine che descrivono disegni sulle pareti che la natura ha creato in un impeto di creatività disordinata ma perfetta.
Drappi di pietra, acquari di sabbia, colonne di calcio levigato come un marmo di Michelangelo.
E lance che sporgono dall’alto.
Spine a rovescio che premono verso il basso, a voler raggiungere altre lance che come aculei spingono in su, verso un cielo bloccato da tonnellate di pensieri di sasso, da miriadi di oppressioni di rocce.
Stalattiti e stalagmiti.
Che nomi strani.
Hanno a che fare con la parola greca “stalagma” che significa goccia.
E attraverso le gocce e la loro eredità, che si chiama carbonato di calcio, le due lance si cercano, insistono, aggiungono.
Aggiungono un centimetro ogni cento anni.
Aggiungono strati sottili di carbonato di calcio, come noi aggiungeremmo foto ricordo ai fogli del nostro album di famiglia.
Vanno piano ma senza tregua.
In mezzo a tutta quella confusione, sopra e sotto, insistono e se ne fregano.
Se ne fregano ed insistono.
Cammino e noto che sono ovunque.
Grandi, piccole, medie, crescono e si cercano.
Spesso si trovano.
Allora tutto si salda e trova la sua conclusione perfetta e definita.
Tutte le lacrime del mondo hanno prodotto una colonna che sosterrà la volta del pavimento su cui corro, incespico, cado e mi rialzo, in una infinita sequenza che a me sembra un film ma che in fondo è proprio un albo di mille e mille foto disconnesse.
Ma le stalattiti se ne fregano.
E anche le stalagmiti se ne fregano.
E stanno lì a cercarsi e trovarsi.
E costruire colonne.
Riprendo il trenino e ritorno che è ora.
Accarezzo, appoggiata alla mia spalla, la testa di mio figlio, appisolato per il lungo camminare nel budello.
L’aria mi sbatte sul viso mentre abbandono quelle camere e stanze e cunicoli e antri, dove le stalattiti crescono e si formano in centinaia di migliaia di anni in barba allo spread, al traffico, al global warming, alla disoccupazione, alle elezioni, agli scandali e alle guerre, a tutto quello che conosco e anche di più.
Penso che ci sia molto da imparare da loro.
Dal loro menefreghismo, utile a rendere bello un posto catastrofico e desolato come e più di quello che sta sopra.
Loro fanno quel che devono.
Prendono le lacrime e le trasformano in bellissimi sostegni, in estetici decori che potrebbero anche non essere visti da anima viva per millenni o addirittura mai.
Trasformano la sofferenza in bellezza, solo perché è quello che devono fare.
In barba alla necessità di approvazione o riprova.
E mentre accarezzo la testa reclina di mio figlio e percorro gli ultimi metri che mi riporteranno fuori da quell’utero materno, quasi per rinascere un’altra volta, penso che non c’è proprio nulla che mi appartenga.
Nulla che posso dare per scontato, definito, mio.
Posso solo provare a costruire stalattiti e stalagmiti distillando tutto il dolore che mi è piovuto e che mi pioverà addosso.
Che poi le lacrime sono l’unica cosa certa, l’unica esperienza che contenga quel carbonato di calcio da distillare e spalmare per edificare delle colonne belle, che uniscano la terra ed il cielo della mia esistenza.
Ecco, forse è per questo che le stalattiti se ne fregano di tutto.
Hanno un lavoro importante da fare.
Rendere bello quello che bello non è o rendere più bello quello che è già bello, mentre tutto intorno cambia, mentre tutto gira e si contorce nel buio del ventre del pianeta.
Fanno bene.
C’è da imparare.

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Aspirare al meglio, prepararsi sempre per il peggio. E avere sempre un piano B. 

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