L’assurdità del vivere quotidiano e vivere da ghianda felice comunque.

La sorte a volte ti schiaffeggia senza chiedere permesso e lascia guance rosse di vergogna o rabbia.
A noi, manager ambiziosi, dipendenti in carriera e imprenditori pieni di progetti questa cosa suona drammaticamente illegittima.
Stiamo guidando il nostro destino, non vogliamo essere disturbati.
Il controllo di ciò che ci accade ma soprattutto di come reagiamo agli eventi è un paradigma che abbiamo assorbito fino al midollo.
Abbiamo imparato a fare piani, impostare scadenze, creare condizioni, controllare.
Sappiamo redigere diagrammi di flusso e di Gantt per evitare le sorprese.
Ma poi queste strategie vengono frustrate, da sempre, dai colpi bassi del fato.
Nulla tiene testa agli uragani del vivere.
Nemmeno gli obiettivi S.M.A.R.T.
Malattie, incidenti, cataclismi, crolli di borse e di aziende, rivoluzioni e guerre non sono interessati ai nostri progetti.
Allora abbiamo imparato a reagire con la migliore soluzione possibile quando le cose vanno fuori controllo.
Abbiamo studiato la resilienza e tradotto in manuali occidentali operativi e decaloghi di tutti i tipi le parole del maestro tantrico Padampa Sangye : “La gente può reggere solo un poco di felicità, mentre può reggere tantissima avversità . Come in molti hanno potuto constatare, le grandi difficoltà possono far sì che tiriamo fuori il meglio di noi” .
Abbiamo poi sviluppato sistemi religiosi, schemi psicologici, paradigmi razionali che sottolineano e danno indicazioni per accettare ciò che il monaco buddista Shantideva riassumeva così: “Se c’è qualcosa che puoi fare rispetto a un problema, perchè sentirsi frustrati; e se non c’è nulla che si possa fare, perchè sentirsi sconvolti?” e quel
Insomma, sappiamo:

  1. come definire gli obiettivi;
  2. come procedere di fronte alle avversità modificabili;
  3. come accettare quelle immodificabili.

Sappiamo tutto e abbiamo regole e raccomandazioni per tutto.
Perché allora molti di noi si struggono costantemente con ansia, tristezza e preoccupazione?
La mia ipotesi è quella che intimamente e in filigrana percepiamo la pressoché totale insensatezza dell’esistenza e di una vita che sempre troppo presto finirà.
Sapere, anche se preferiamo delicatamente ignorarlo, che tutto questo finirà per alcuni prima e per alcuni dopo, rende tesi e sostanzialmente sfiduciati.
Nessuna tecnica ci salverà definitivamente.
Lo sentiamo soprattutto quando qualche amico ci lascia improvvisamente.
Che senso ha tutto questo gran daffare che ci diamo?
E questo che ci fa male e ci rende angosciati, per quanto disciplinati e preparati siamo.
Alcuni sperano in un aldilà che sistemi le cose.
Qualcuno si dispera e smarrisce il controllo sull’ambiente e, peggio, su di sé perdendosi per sempre.
I più sopravvivono in un’amara e nervosa gara di velocità giornaliera contro un mondo in costante disgregazione, con la sensazione che in fin dei conti nulla valga veramente la pena.
Io sono tra questi ultimi e continuo a chiedermi laicamente perché dovrei smettere di preoccuparmi del fatto che questa strano percorso non abbia poi un gran senso.
Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare un potenziale, qualunque esso sia e qualunque cosa io intenda e senta come mio potenziale.
La domanda è comprensibile ma potrebbe anche essere sbagliata e frutto solo della nostra coscienza e di qualche circuito neuronale di cui sappiamo ancora molto poco.
La ghianda, esempio tipico di potenzialità nascosta, non si chiede quale sia la sua missione.
Germoglia e cresce.
Magari la domanda è solo frutto di una superbia umana di credere di avere il diritto di sapere il perché di qualunque quesito il cervello si possa porre.
Faccio finta di averlo questo diritto e provo a rispondermi.
Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare il mio potenziale?

Perché io, con un atto di volontà, credo e accetto di essere né più né meno di una ghianda.
E soprattutto decido di credere di essere una ghianda felice di essere una ghianda, in qualsiasi situazione mi possa trovare.
E quindi credo che nel mio vivere quotidiano:

  1. Io dovrei realizzare il mio potenziale perché questo è quello che deve essere in natura.
  2. Io dovrei fare fronte alle avversità perché tutto ciò che impedisce o rallenta il mio pieno sviluppo è male.
  3. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché è quello che fa una quercia quando cresce e trova un sasso che ostacola le sue radici.

Se poi aggiungiamo il prossimo in questa lista allora la cosa diventa ancora più semplice e io credo che:

  1. Io dovrei essere il mio meglio perché un mondo di gente al meglio è un mondo migliore per tutti.
  2. Io dovrei fare fronte alle avversità perché altri potrebbero avere bisogno di essere stimolati ad affrontare le loro da chi ha già capito di essere una ghianda felice.
  3. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché altre ghiande attendono di comprendere con degli esempi perché e come essere felici nonostante tutto.

Non mancano le informazioni, è la storia che ci raccontiamo che è debole.
Non sono le tecniche che mancano, è il significato che latita.
Non sono le ghiande potenziali ad essere scarse, è la consapevolezza che la lotta per essere quercia è la via, che sfugge.
Mi auguro, vi auguro, ci auguro, di essere ghiande felici solo per il fatto di essere ghiande.
Buon lavoro.

1 comment

  1. Andrea Vinci 27 ottobre, 2017 at 12:26 Rispondi

    “perchè dovrei realizzare il mio potenziale?”
    Io sono tra quelli che si sono rassegnati al fatto che ognuno di noi nell’Universo e nel mistero assoluto della vita conta zero. Siamo un aggregato di materia che si manifesta in questa forma in questo remoto posto per una insignificante frazione di tempo.
    Non un granchè a cui arrivare dopo aver studiato per anni fisica, ingegneria, sociologia e psicologia comportamentale (se possiamo chiamare studio la lettura interessata di un singolo), il tutto amalgamato da spunti di filosofia e religione, anche queste mai veramente approfondite da studioso per ovvia incapacità di estendere le ore del giorno.
    Il terrore (che non diamo a vedere ma c’è) di vivere in mezzo agli altri in constante pericolo a causa di ciò che ci circonda e delle “regole del gioco” nel vivere in questa cultura con le sue regole e non-regole, dove gli “altri” sono contemporaneamente capaci di dare la vita per il prossimo o di togliergliela nella maniera più feroce. Non ci sono risposte a confortanti a questo (per me, non credente). Non ci sono liste di punti o “best practice” che funzionano oltre quei 5 o 10 minuti che ti prendi per tirare il fiato. E’ tutto li, sempre pronto a crollarti addosso. E allora cosa si fa? Come realizzo il mio potenziale? Io cerco di fare piccole cose in uno stato di consapevolezza per un piccolo scopo a breve termine. Scrivere qualcosa di utile immaginando che possa risparmiare fatica ad un collega, insegnare qualcosa di tecnico che ho capito bene a qualcuno a cui interessa, ascoltare per 10 minuti una persona che ha bisogno di parlare di se, di “sfogarsi” come si dice, massaggiare i piedi a mia moglie sul divano, offrire una birra a qualcuno che non se lo aspetta, travestirmi da Babbo Natale per mia nipote. E’ poco? E’ nulla? Probabilmente, ma io ho deciso che sono qui per questo. E lo farò finchè ci sarà un domani.

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