Ho incontrato uno stronzo di nome Ictus e questo è quello che mi ha insegnato

In Umanità
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L’ictus è uno stronzo e lo chiamo per nome perché è molto più facile dire chi è uno stronzo, di quanto non lo sia dire cos’è uno stronzo, come diceva Stefano Bonaga su “Cuore”. Lo stronzo ti fa male e ti tratta con la crudeltà che non riserveresti al tuo peggior nemico. Certo, ci sono tante malattie ma io ho incontrato questa. E quello che segue è quello che mi ha insegnato.

Nel nostro Paese il numero di soggetti che hanno avuto un ictus e sono sopravvissuti, con esiti più o meno invalidanti, è pari a circa 913.000 che sul totale della popolazione significa circa una ogni 60. L’Ictus cerebrale è la terza causa di morte in Italia e la prima causa assoluta di disabilità. L’improvvisa chiusura o rottura di un vaso cerebrale danneggia le cellule del cervello. Una improvvisa debolezza; paralisi o intorpidimento di faccia, braccia o gambe, disturbi della parola, problemi di comprensione, problemi di vista e ti ritrovi con danni cerebrali più o meno permanenti, disabilità croniche, se non ci lasci la pelle.

Quando sbatti il muso

La tua vita cambia in pochi minuti per sempre. Sbatti il muso contro il muro della tragicità. È capitato a mio padre, persona buona, profonda, riflessiva, un imprenditore fin da ragazzo, con hobby e passioni, dalla fotografia al volontariato. Un uomo che ha lavorato così tanto da dimenticarsi di sé con il solo intento di mettere al sicuro chi amava e che io, come tanti figli presuntuosi, ho compreso tardi, confondendo quello sbattimento premuroso con l’ambizione personale.

Lo stronzo se ne fotte di te, della premura, della bontà. Come quelli che parcheggiano nei posti per disabili, o quelli che vanno a dire al capo quello che hai raccontato alla macchinetta del caffè o quelli che ti dicono che per motivi di ristrutturazione il tuo posto purtroppo non esiste più anche se sai che non è vero.

Quando capita a te, quando capita alle persone a cui vuoi bene, la tua aurea di positività costruita sui manuali di Anthony Robbins si sbriciola in mille pezzi. Ti tocca venire a patti con la triste sensazione di insensatezza dell’esistenza che legava persino due opposti come Schopenhauer e Nietzsche. Ti tocca accettare che esiste solo un presente e che i progetti, l’ordine, la struttura che credevi di potere dare alla tua esistenza erano solo illusioni.

La vita è così, ti addormenti 5 minuti e ti svegli che non sai più parlare, contare, scrivere. Borbotti parole in un linguaggio alieno, confondi il 3 con un 3000, guardi le lettere come fossero pezzi di puzzle diversi. La tua capacità di comunicare si blocca e con lei la possibilità di fare capire quello che provi, figuriamoci di ciò che vorresti costruire.

L’ictus blocca tutto, anima, corpo e mente e ho pensato di scriverlo per ricordarlo bene.

Bonk!!!

Sono sempre di corsa e la mia agenda su Google Calendar sembra un Tetris perfetto, colorato ed incastrato perfettamente, come le pietre delle costruzioni del Machu Picchu Inca che non permettono alla lama di un temperino di infilarsi in qualche punto delle fessure. Sono sempre connesso e il telefono mi avverte se c’è coda sul tragitto che devo fare così mi organizzo e ascolto podcast in auto per non perdere tempo.

Avverto mio figlio che sto arrivando così può aspettarmi già pronto fuori da casa. Insomma, ho una vita organizzata, ne studio, ne scrivo, ne parlo, lo faccio.

E un giorno “BONK”! Un pugno dritto in piena faccia.

“La situazione non è buona, venite in ospedale”, così mio fratello ci avverte che qualcosa si è danneggiato nel cervello di mio padre.

Corriamo e troviamo papà, che chiama “Vandu” mio fratello, che si chiama Luca, e che parla una lingua sconosciuta. Spaventato e disorientato, la sua disperazione contagia anche noi. Impreparati e dilettanti di fronte a tutto questo.

Ogni esperienza è individuale, ma quello che ho visto negli occhi di mio padre quando disperatamente ed inutilmente tentava di connettere ciò che pensava a ciò che voleva comunicare, quando mi guardava e scrollava la testa sconfortato e isolato, mi faceva piangere di rabbia e di paura, paura di non potere recuperare tanto tempo sprecato senza dirgli o farmi dire che ci vogliamo un sacco di bene, nonostante tutto e tutti.

Tutto in questo mondo finisce (e certo questa non è una novità su cui scrivere un post) ma una domanda me la ponevo, mentre tenevo con infinita tenerezza la mano svuotata di mio padre, cosa che molti della mia generazione non sono abituati a fare, cresciuti in climi in cui il contatto fisico con i genitori non era pane comune.

Mike Tyson dice che tutti hanno un piano fino a che non prendono un pugno in faccia. È vero. Beh, quel pugno era arrivato. Sui piani miei e di mio padre.

Immediatamente dopo un ictus come questo anche la vita di tutta la famiglia viene sconvolta. D’un tratto avevamo a che fare con un papà profondamente diverso da quello che conoscevamo. Aveva esigenze diverse, modi di esprimersi diversi e sentimenti diversi, il più dei quali misteriosi. È come scoprire un estraneo che conosci da sempre e a cui vuoi un bene dell’anima.

Ma lui non necessariamente ha una idea, o almeno una idea canonica di chi è chi, di chi sei tu e di dove è e di cosa sta accadendo, di come si faccia a vivere come prima. Il suo mondo è su Plutone, pianeta e divinità romana dell’oltretomba, tanto è lontano.  Una lontananza che ti uccide mentre sei preso a fare continuare la vita di ogni giorno e a incastrare i pezzetti del tuo Tetris perché il mondo non si ferma.

Ma poi che differenza c’è a vederla bene con l’avventura di tutti noi?

“Per me sei fuori!” urla in faccia a mio padre il Briatore dell’Universo.

E a lui tocca uscire.

La rabbia e la depressione ti offuscano la vista e senti che la situazione è profondamente ingiusta. Percepisci che il mondo va avanti e lui rimane al palo. Non sarà più come prima. Non sarò più come prima.

Quante persone incontro che stanno avendo la stessa sensazione. Non si tratta di ictus cerebrali, ma di ictus esistenziali, non per questo meno stronzi. Licenziamenti ingiusti, carriere mancate, disoccupazioni non previste ma anche separazioni dolorose e figli ingrati o senza futuro. Ansia per il futuro e tristezza per il passato sono un mix esplosivo.

Da vent’anni, mi sono dato come missione questa storia della Grande Differenza, la mia romantica e razionale idea di riuscire ad essere il meglio che puoi essere per te e per gli altri.

Scrivo sul come raggiungere obiettivi, mantenendo la propria umanità, per scaldare un mondo che sembra divenire sempre più cinico e affronto i giochi del mercato per poterne uscire a testa alta, per il bene proprio e quello degli altri. Rifletto su come creare piani B che permettano di non perdere mai la dignità e il sorriso mentre ci si dà da fare per dare equilibrio ai successi. Ragiono su come ottenere risultati e allo stesso tempo di poter guardare tuo figlio in faccia senza vergognarti.

Tutto interessante e stimolante, ma alla fine come te la cavi quando prendi un pugno in faccia così forte e tutto il tuo perfetto Tetris vacilla?

Ho pensato che questo fosse il momento giusto per ragionarci sopra e migliorare ciò che penso e faccio, ma volevo e dovevo capirlo con mio padre. È a questo punto che il mio approccio alla vita cambia per l’ennesima volta. Osservando come sta cambiando quello di mio papà.

La Grande Differenza o era un concetto che funzionava anche dopo un pugno in faccia o non valeva nulla.

“Non sei mai pronto per morire”

Esiste una domanda che non impari in nessuno posto e da nessun maestro. Si affaccia dal profondo della tua anima tormentata in modo personale ed ineludibile. La chiamo “l’ultima domanda” e suona così: “Sei pronto per morire?”

Questa domanda rivoluziona tutto e arriva quando la sofferenza, la rabbia, la stanchezza hanno rotto gli argini e morire sembra una alternativa migliorativa.

Come mi disse poi mio padre “Non ho mai sentito così forte il desiderio di andarmene da tutto questo caos indescrivibile ma poi decidi che non è il momento”.

La risposta è l’unica cosa che conta a questo punto.

Ho deciso di farmela questa domanda, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, soprattutto se sono di fronte ad un problema. E più grande il problema, più mi grido addosso la domanda.

“Quindi sei pronto per morire?”

E poi mi rispondo che “no, non è il momento giusto, non ancora perlomeno”.

L’istinto di sopravvivenza serve ora più che un ragionamento. La nostra mente razionale va disattivata e va provocato un sequestro emozionale da parte del nostro cervello primitivo che ci permetta di reagire e correre verso un posto più sicuro.

Certo l’istinto può commettere uno sbaglio, l’intuito non è sempre attendibile, ma come scrive Armando Palacio: “Quando è vicino al baratro e la notte è buia, il cavaliere saggio lascia le redini e si affida all’istinto del cavallo”.

Accettare il problema e rispondere alla domanda. “Quindi sei pronto per morire?”

I problemi sono la linfa vitale delle esistenze ne ho scritto in “Aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi”, non mi sbagliavo ma soprattutto non sbagliava Popper. La nostra opposizione alla pressione che la vita pone su di noi in mille modi è il sintomo della nostra voglia di non morire e di dispiegare il potenziale che ci distingue anche quando non lo avvertiamo pienamente.

La risposta alla domanda, se è un “NO!”, chiaro, deciso, anche se bisbigliato per l’estrema stanchezza, è il punto di svolta.

Un “NO!” è un pugno in faccia alla pressione della natura, che priva degli strumenti vitali alcuni dei suoi figli, spesso in modo casuale ed inspiegabile.

Un “NO!” è anche il modo con cui diamo un vigoroso pugno in faccia alle limitazioni della società, del censo, della disponibilità economica, della prestanza fisica o estetica.

Un “NO!” significa che non siamo ancora disponibili a morire al mondo biologico, affettivo, sociale, economico e a cedere alla opposizione.

È da questa domanda e da questa risposta, da queste due dimensioni che si crea una piattaforma di nuovo solida su cui poggiare.

Sai poche cose, anzi spesso, come in un ictus cerebrale, non ne sai più nemmeno una.

Ti basterà questa. Ti basterà rispondere:

“No!” “Non sono pronto per morire, non ora”.

Sei pronto allora per ricominciare e vivere meglio?

Con una immensa fatica mio padre mi chiede un quaderno, una penna e il suo smartphone. Anzi lo chiede a tutti quelli che vanno a trovarlo. La prima cosa per non morire è avere degli strumenti per affrontare l’ambiente ostile, o comunque nuovo, che una lesione grave del cervello ridisegna a mano libera.

Servono strumenti a tutti noi per affrontare un ambiente nuovo che le forze sociali, culturali ed economiche riprogettano di giorno in giorno a velocità stratosferica.

A me servono di sicuro e mi accorgo che quelli che ho usato negli ultimi anni sono spesso spuntati, obsoleti, inefficaci. La mia prima formazione arriva dagli anni splendidi dei duelli chiari e riconoscibili tra Duran Duran e Spandau Ballet e tra Pentapartito e il P.C.I. Un mondo Yin e Yang al cui confronto quello di oggi appare più confuso di un film come Donnie Darko.

Mi servono bussole adatte ad un magnetismo diverso, e sestanti buoni per orbite nuove degli oggetti celesti. Mi servono strumenti nuovi di zecca e strumenti antichi abbandonati.

A mio padre servono carta e penna e smartphone, per imparare di nuovo e comunicare ancora, anche se in modo diverso, con contenuti diversi e influenzati ora da una esperienza che ti porta alla domanda chiave. A me servono tecnologie nuove per gestire il mio tempo senza perdere energie e mi servono filosofie di gente che è vissuta 3000 anni fa e aveva molto tempo per pensare a cosa vale la pena dedicarsi per rendere la vita significativa.

Mi servono strumenti psicologici per comprendere prossimi che non ho mai conosciuto, nemmeno di rimbalzo, e tecniche per vendere i miei pensieri nel mondo parallelo del web. Devo imparare a fondere marketing e “humanitas”, che per Terenzio significava anzitutto l’impegno di cogliere le ragioni dell’altro. La capacità di sentire il suo dolore come dolore proprio. Il prossimo non è più un nemico da combattere ed ingannare ma un altro simile da comprendere e aiutare.

Quando affronti il nuovo che ti spaventa, quando devi tagliare il traguardo di una corsa, con arrivo in volata, senza esclusione di colpi, per essere ammesso alla tappa successiva serve un colpo di reni. ll colpo di reni è una tecnica utilizzata dai ciclisti e che ho visto usata anche da mio padre.

Sollevi il sedere dalla sella, pieghi la schiena in avanti, spingi con un movimento secco delle braccia e delle gambe la bicicletta, il più avanti possibile rispetto al corpo. La tua massa, molto più grande di quella della bicicletta, sposterà in avanti la bici di quei centimetri che ti renderanno possibile la qualificazione. Vuoi vincere e i concorrenti sono spalla a spalla con te. Servono pochi centimetri, ma essenziali. Vuoi vivere di nuovo. Serve alzarsi. Pochi centimetri ma fondamentali.

Uno sforzo immane, certo. Ma l’opposizione si sorpassa solo con uno sforzo.

Mio padre ad un certo punto si alza, con tutta la fatica del caso, con un colpo di reni in cui o la va o la spacca, sostenuto da un motivo che devi spolverare in tutta la sua importanza. Vuoi stare al mondo e stare al mondo significa che devi comunicare. Serve riprendere in mano gli strumenti. Inutile raccontarci storie. Un colpo di reni ti asciuga le ultime energie e ti sfinisce. Chi promette una soluzione semplice ai problemi gravi ha di sicuro qualcosa da venderti o una religione alla quale convertirti…

Dopo un Ictus

Sono ormai passati diversi mesi. Mio padre mi guarda con un sorriso che cola malinconia per i tempi diversi ma con una calma che trasuda la saggezza di chi ha capito l’insensatezza del gioco e che ora, caparbiamente, gioca solo per dare il meglio di sé in faccia al destino. Parla meno e solo quando serve, ma parla bene, si spiega bene e dove non riesce, ricorre a nuove strategie e giri di parole.

Sa che non si vince sempre e prima o poi morire si deve. Ma non prima di morire, perché come diceva Benjamin Franklin: “La maggior parte delle persone muore a venticinque anni, ma non viene sepolta prima di averne compiuta settantacinque.”

Io scrivo sul mio blog, con nuova intensità e nuova consapevolezza, per fare la grande differenza a farla fare a quelli che hanno fiducia in me. Tanti o pochi che siano. Sto lontano dai cialtroni che parlano di motivazione come se parlassero di sex toys elettrici e la vendono come si vendono le ciambelle fritte al luna park. Guardo a tutti i miei errori con l’intenzione di non rifarli e prego, se un Dio mi ascolta, che a quelli a cui ho provocato dolore mi perdonino e che trovino la loro via. Studio, lavoro e parlo come prima ma più intensamente ancora. Perché non ho più tempo. Nessuno ce l’ha a dire il vero. Ma io parlo per me intanto.

Ho rivisto il mio blog, il mio sito, la modalità con cui scrivo e passo i concetti, come rispondo alle persone, come rendo più facile lo scorrere della comunicazione, come strutturare metodi e suggerimenti perché siano più comprensibili e sfruttabili, perché non ho l’eternità per fare la Grande Differenza e mi piacerebbe che la gente mi ricordasse per qualcosa di buono. Qui continuerò a lavorare per dare motivazioni, significati, strumenti, ascolto, consigli a tutti quelli che voglio fare la loro Grande Differenza nel lavoro e nella vita.

È un sacco di lavoro approfondire e rimanere serio quando il marketing ti chiede solo di massaggiare la pancia della gente, ma tant’è, questa è la morale che ho decifrato dalle aste incerte sul primo quaderno di mio padre.

Detto questo e spiegato verso cosa mi sto dirigendo, ecco alcuni insegnamenti che lo stronzo mi ha lasciato in cambio di un bel po’ di dolore.

1) Nessuno è pronto

Sei impreparato per definizione ma provare a progettare è un ponte obbligatorio per connettere gli imprevisti della vita. Condividi il Tweet

Un sacco di gente ti dice che non vale la pena progettare, darsi obiettivi, pianificare, perché poi la vita ti scombina tutto. Che la vita ti scombini i piani è la verità. Ma accade in modo casuale, potrebbe capitare a te oppure no. Potrebbe scombinartela in meglio, insomma non ne sappiamo proprio nulla di quello che accadrà e a vederla così nulla ha senso.

Tutte le persone in punto di morte, ci spiega Bronnie Ware, che ha assistito e parlato con centinaia di malati terminali, se hanno un rimpianto è riassumibile in una necessità di significato e connessione delle loro esistenze. Ipotizzare, immaginare, congetturare scenari e passi serve per dare significato. I progetti sono passerelle tra un imprevisto e l’altro, un modo per dare senso. La loro importanza è soprattutto per il ruolo psicologico ed esistenziale che hanno più che per i risultati in sé. Fare la Grande Differenza è andarsene con meno rimpianti possibile.

2) Prima o poi qualche pugno ti tocca prenderlo

Nessun pugile sale sul ring senza l’aspettativa di prendere un sacco di legnate. Questo non risolve ma aiuta a sopportare il dolore Condividi il Tweet

L’ictus è un pugno in faccia ma diciamocelo, non dovrebbe essere una sorpresa, visti i dati. La salute, il lavoro, gli affetti, la vita relazionale e sociale sono dei ring in cui i pugni arriveranno: secondo le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i casi di depressione sono aumentati in tutto il mondo del 18%.

Gli ideali e le aspettative di successo sono sempre più elevati ed è necessario soddisfare una mole di requisiti per ottenere qualche successo sociale. Ma se il dolore è inevitabile, la sofferenza è un’opzione che puoi esercitare decidendo che valore dare al dolore. Esiste dolore utile che non dà sofferenza e dolore inutile che ne dà invece molta. La differenza la fa il significato che diamo al dolore. Per quanto ho vissuto io, mi ritrovo nelle parole di Harlan Ellison che scrive che senza dolore, non ci può essere nessun piacere. Che senza tristezza, non ci può essere felicità e che senza miseria non ci può essere bellezza. E senza queste tre cose, la vita è senza fine, senza speranza, condannata e dannata.

3) Non è finita sino a quando non credi sia finita

È vero, alcuni pugni potrebbero stenderti per sempre e questa è un’ipotesi purtroppo da tenere a mente. Ma non è finita fino a quando non è finita. Condividi il Tweet

Nella sua autobiografia, Wilma Rudolph, vincitrice di 3 medaglie d’oro olimpiche a Roma 1960, parlando della poliomielite che l’aveva colpita a sei anni rendendola zoppa, dice: “Penso di aver cominciato proprio allora a formarmi uno spirito competitivo… uno spirito che mi avrebbe poi fatto vincere nello sport”.
Ecco, l’ictus ti insegna che non ci si arrende fino a che non sei morto davvero. Perché lo stronzo, come gli stronzi che incontri nella vita, non è forte, è solo subdolo. Ti sussurra che non puoi farcela, ti mette i bastoni tra le ruote, incrina la tua autostima.

L’unica strategia è non mollare. Ne avevo parlato anche qui raccontando l’incredibile storia di Austin Hatch.

4) In certi casi può salvarti solo un colpo di reni, e sarà doloroso

Quando affronti il nuovo che ti spaventa, quando devi tagliare il traguardo di una corsa, per essere ammesso alla tappa successiva serve un colpo di reni. Serve uno sforzo immane ma niente si supera senza uno sforzo. Condividi il Tweet

Esiste un momento in cui uno scoppio, una esplosione di energia sblocca la situazione. Aron Lee Ralston, un alpinista statunitense ne ha avuto bisogno dopo un incidente nel 2003. Con un braccio incastrato dai massi dopo una frana in un posto isolato dello Utah, si amputa da solo l’arto con un colpo di reni ed un coraggio che fa venire i brividi solo a pensarci. Ha ripercorso la sua storia in “127 ore: Intrappolato dalla montagna”, un libro che mi sento di consigliare.

I massi che bloccano i nostri arti nella vita di ogni giorno sono meno drammatici forse, e forse non serve tagliarsi qualcosa. Magari si tratta di spostarli con energia, ma rimane che una deflagrazione potente, anche se all’ultimo minuto, risolve. Mette a tacere l’opposizione e scioglie la situazione.

5) Serve un motivo. Uno solo ma tuo, quelli degli altri servono a loro

Ho visto mio padre risollevarsi e tentare di riprendere in mano la propria vita quando ha capito che tutta la responsabilità di usare gli strumenti era in mano sua e solo sua. E quando ha compreso che la capacità di tornare a godere di una qualità di vita era collegata a quanto sforzo sarebbe riuscito a sopportare. Tutte le altre parole che venivano da fuori non servivano; anzi, a volte peggioravano la situazione, facendolo sentire inadeguato. Il mondo dei sani spesso ha la presunzione di sapere come si sente chi sta male e come dovrebbe fare.

La motivazione sale da dentro ed io che di motivazione ci vivo non voglio più fare l’errore di cercare di motivare nessuno. Non sono i coach che motivano, sono le idee che si depositano dentro alle menti delle persone che motivano una volta che le persone le elaborano. Quelle cose sul palco che confondiamo con motivazione, quei salti, urli, balli e abbracci sono emozioni. Sembrano motivazione, ma finiscono dopo la sigla di chiusura. La motivazione rimane invece, perché non è una emozione ma un sentimento profondo legato ad un ragionamento profondo.

6) Riguarda sempre le Persone

La connessione e il lavoro di team sono degli acceleratori incredibili. Dovremmo sempre curare le relazioni. Le relazioni sono una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane e riempiono il cuore di speranza. Condividi il Tweet

Non sarebbe stato possibile fornire tutta l’assistenza senza una staffetta continua, ma questa staffetta va pensata prima, almeno potenzialmente. Siamo troppo piccoli per affrontare la complessità.
Qualche giorno fa un vecchio compagno di scuola mi scriveva triste per dirmi quanto solo fosse e come ormai avesse accettato la situazione.
Non sono stato capace di dirgli che quando ne hai bisogno, quando l’animale sociale che c’è in te chiama, gli animali più sociali sono quelli che hanno meno strumenti propri.
Quelli che hanno meno strumenti ed armi per far fronte alla sopravvivenza. Siamo più simili ad un bufalo che a uno scorpione. Abbiamo più cervello che pungiglioni e ci serve collaborare. Per sopravvivere e per sentirci parte di qualcosa e riconosciuti.

7) L’amore conta anche se non ci credi.

La Grande Differenza, per quanto mi riguarda, è anche questo. Infondere amore ed umanità nel grande gioco economico Condividi il Tweet

Io non sono un esperto di problemi di cuore ma non serve in questo caso. Qui parlo dell’amore che proviamo prima per noi stessi e contestualmente per gli altri. La necessità di provare ad essere felice e la necessità che lo siano anche gli altri.

Questo ti fa uscire dalle logiche di mercato che avvolgono ormai tutto e che stanno invadendo ogni angolo della nostra vita, commercializzando e rendendo marketing qualsiasi cosa.
L’amore sacrifica volentieri, anzi, nemmeno si accorge di sacrificare perché è mosso da un intento più alto e motivante. Il tentativo di avere una esistenza bella e buona. Allora ripartire di nuovo, sbattersi come matti per tornare in sella, aspettare chi si è perso indietro, tutto ciò.

Con mio padre questo fluido ha funzionato. Lo ha tenuto sveglio e un po’ lo abbiamo fatto per lui e un po’ per noi stessi. Ma abbiamo sacrificato qualcosa e non ce ne siamo accorti.
Ecco sì, credo che l’equivoco ai giorni nostri sia quello di chiamare “sacrificio” ciò che fai per amor proprio e per gli altri a cui vuoi bene.
E questo perché il modello di mercato, che ti deve vendere qualcosa, mal sopporta che tu sprechi tempo ed energie e denaro in qualcosa che non si tradurrà in marginalità sul conto profitti e perdite.
Serve equilibrio. Ecco la Grande Differenza, per quanto mi riguarda è anche questo. Infondere amore ed umanità nel grande gioco economico. Ne parleremo ancora molto su questo blog.

8) Dunque ama. Ama più che puoi.

Forse non è solo come cantavano i Beatles che “Love is all you need”, ma certo c’è molto di buono in quella frase. Condividi il Tweet

Mio padre ha già riempito cinque grandi quaderni in cinque mesi. Dalle aste elementari, alle parole di due sillabe, a quelle più complesse, ai pensierini, a frasi più lunghe e a concetti più difficili ed astratti. Ha iniziato a ricopiare e ripetere lunghi brani di libri di storia delle religioni, una sua passione, e la sua parlata si è resa più fluida nonostante inciampi qui e lì su dittonghi e trigrammi. Mi sto esercitando anche io su Intelligenza Artificiale e rileggo Seneca, imparo di “Digital Twins” e approfondisco Carl Rogers e altro ancora.
Inciampo, perché tutto questo mi chiede senza posa di mettere in discussione tutto ciò che ti hanno fornito i tuoi primi trent’anni di lavoro, ma mi rialzo sempre su un gradino più su.

Dopo le aste, le lettere. Dopo le lettere, le frasi. Dopo le frasi, i pensierini. Dopo i pensierini, un discorso intero.

Ma tutto questo avviene se intorno esiste una certa, specifica, atmosfera, altrimenti la possibilità che nulla accada è grande, nonostante gli sforzi. Le ore lente passate accanto a mio padre di mia madre, di sua sorella, dei miei fratelli, degli amici fedeli, dei logopedisti, dei medici e del personale ospedaliero di buona volontà, sono le molecole di questa benevola atmosfera. Non si tratta di quantità e basta, ma è la qualità della loro composizione chimica che rende possibile la rinascita.

È il punto di appoggio, il baricentro per il colpo di reni, il chiodo in parete dove si fissa il “NO!” della risposta all’ultima domanda. È una atmosfera composta dalle sostanze più incredibili, bizzarre e poco malleabili del mondo. È fatta di amore, umanità, empatia, compassione, altruismo, in quantità variabili, indefinite a priori, Q.B. “Quanto Basta”, come per il sale nell’acqua della pasta.

Ed io, ho iniziato a tenerne ancora più conto. Qualcosa avevo intuito ma non basta. Devo fare di più.

Devo dare struttura e strumenti ai sogni delle persone, ricordando costantemente che solo se sono immerse in una piscina di umanità rimarranno a galla.
Solo se sono immerse in un bagno di comprensione ed affetto, la gente che desidera mettersi alla prova potrà raggiungere risultati senza creare prossimi infelici che a loro volta creeranno altri infelici e sofferenti, in un domino che, presto o tardi, danneggerà anche loro stesse.

L’amore conta.
Forse non è solo come cantavano i Beatles che “Love is all you need”, ma certo c’è molto di buono in quella frase.

La via per riuscire a rinascere, sia dopo un ictus, che dopo uno dei mille problemi della vita ai giorni nostri, che sia la perdita del lavoro o la necessità di trasferirsi o cambiare mansione o essere lasciati da un partner, passa attraverso la connessione con i nostri simili. Tutta la famiglia, gli amici, i parenti si sono mossi nel nostro caso, con uno slancio e una affettuosità che mi fa salire le lacrime agli occhi. Centinaia di ore dedicate a mio padre, come se gli orologi di tutti si fossero fermati per aspettarlo all’uscita del reparto. Una rete di animi che vibrava di amore e che scaldava i neuroni oltre che il cuore e credo che sia questo che si chiama compassione.

La tecnica, la pratica, l’esperienza funzionano solo se siamo connessi, compresi e comprendenti, compassionevoli. Tutto il resto, tutti quei momenti, andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia della nuova società liquida, come avrebbe forse detto Zygmunt Bauman se avesse recitato in Blade Runner.

9) Si impara sempre. In ogni caso.

In ogni caso si impara anche da uno stronzo. Si impara anche dall’ictus di tuo padre. Si impara sempre anche se occorre ingoiare un bel po’ di orgoglio e di pregiudizi.
L’ultima lezione è quella a cui tengo di più, non perché sia più importante o perché sia facile da mettere in atto, ma perché è elementare e porta subito risultati se applicata.

Datti da fare, sempre, di nuovo, ancora, anche se inizi dalle aste. Condividi il Tweet

Manager (una vita in Diesel)| Speaker e scrittore ispirazionale
Un giorno la mia maestra delle elementari andò a chiamare mamma. Ero terrorizzato ma ci teneva solo a dirle che intravedeva talento nei miei giovani temi. Sembra ieri: La mamma mi guarda e io riguardo le sue scarpe. Piene di polvere bianca delle fabbrica da dove veniva e dove lavorava sodo perché io studiassi. Quel giorno pensai che “Qualcosa le devo”. Lo penso anche oggi oltre quarant’anni dopo. Così come, per lo stesso motivo, ho speso buona parte della mia vita a chiedermi cosa sia il talento, che responsabilità si porta dietro e come fare #lagrandedifferenza

Manager (una vita in Diesel)| Speaker e scrittore ispirazionale
Un giorno la mia maestra delle elementari andò a chiamare mamma. Ero terrorizzato ma ci teneva solo a dirle che intravedeva talento nei miei giovani temi. Sembra ieri: La mamma mi guarda e io riguardo le sue scarpe. Piene di polvere bianca delle fabbrica da dove veniva e dove lavorava sodo perché io studiassi. Quel giorno pensai che “Qualcosa le devo”. Lo penso anche oggi oltre quarant’anni dopo. Così come, per lo stesso motivo, ho speso buona parte della mia vita a chiedermi cosa sia il talento, che responsabilità si porta dietro e come fare #lagrandedifferenza

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