Factfulness: 10 motivi per cui il mondo va meglio di quanto pensiamo (e perché ognuno può e deve fare di più)

In Libri per La Grande Differenza
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Il libro di questa settimana è Factfulness di Hans Rosling. "Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo."

Quali strumenti possiamo lasciare ai nostri figli per interpretare il mondo in perenne mutamento in cui viviamo? Come possiamo far fronte alla valanga quotidiana di notizie deprimenti che ci arriva dai media, dai social e dalla politica? Perché prestiamo più attenzione alle notizie negative, quelle che ci danno l’impressione che tutto stia lentamente, ma inesorabilmente, andando a rotoli? Di quali irragionevoli pregiudizi è vittima il nostro pensiero? Attraverso un attento studio dei dati, Hans Rosling, il “maestro Jedi dei dati”, dimostra in Factfulness che le cose non stanno andando così male e che, anzi, siamo di fronte a un radicale miglioramento. Per capirlo dobbiamo però imparare a guardare ai fatti con curiosità, a metterli in prospettiva e a saperci stupire.

Hans Rosling (1948-2017) è stato un medico, statistico e accademico svedese. Membro dell’Accademia di Svezia e del Karolinska Institutet, fondatore della sezione svedese di Medici senza frontiere e infine della fondazione Gapminder, ha vissuto vent’anni in Congo per studiare e combattere il konzo, una malattia epidemica paralizzante.

Ottimismo e pessimismo

Qualche settimana fa, in questa rubrica, ho affrontato un tema che mi sta particolarmente a cuore: l’annosa questione della lotta tra ottimisti e pessimisti e il motivo per il quale tendiamo a vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto o mezzo pieno. I libri consigliati in quell’occasione erano due libri “negativi”: “La legge del contrario” e “Io Non penso positivo” e puntavano entrambi, in modo diverso, a contestare la moda del guardare al mondo solo con occhiali rosa e dell’ignorare i fatti.

Partire invece dai fatti, e non a caso spesso si elogia il “realismo e il pragmatismo”, è la strada a mio parere probabilmente più intelligente e saggia da percorrere. Una strada urgente soprattutto in un momento storico così complesso e in cui le informazioni sono a buon mercato, tanto quanto le cattive informazioni e le fake news. Yuval Noha Harari è stato ancora più incisivo: “in un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere”.

Da dove deriva la lucidità necessaria? La limpidezza di idee non può prescindere dai fatti. Il problema? Tendiamo a sopravvalutare la nostra conoscenza e le nostre conoscenze e a fidarci e immagazzinare acriticamente la “saggezza comune” – il virgolettato ha qui un valore scettico. Il risultato finale di questo approccio è una serie di idee e azioni dettate da poco ragionamento e tanto istinto, un mix spesso si rivela controproducente.
Succede così che agiamo in base ad un pessimismo globale (crediamo che intorno a noi tutto vada male e sia senza speranza) controbilanciato da uno sfrenato ottimismo locale (ci riconosciamo capacità e più possibilità di riuscire di quanto sarebbe ragionevole credere).

Tra i tanti studiosi che hanno approfondito il tema, Hans Rosling è sicuramente la persona al quale dobbiamo di più. “Factfulness”, pubblicato postumo, grazie al lavoro di Ola Rosling e Anna Rosling Rönnlund, è un condensato di buone notizie per l’umanità e allo stesso tempo un monito per ognuno di noi.

La gola è piatta

“Factfulness” contiene dieci ragioni per cui non capiamo il mondo ma è anche ricco di aneddoti personali sulla vita di Hans Rosling. Uno dei più interessanti e divertenti è raccontato nell’introduzione e svela una delle imprevedibili passioni: l’amore per il circo e i mangiatori di spade in particolare.
Sinteticamente apprendiamo che Rosling, giovanissimo, iniziò ad avere un’ammirazione così forte per i mangiatori di spade da iniziare ad emularli. Ci provò ma non avendo una spada, utilizzò una canna da pesca. Fallendo.

Abbandonò il suo bizzarro sogno sino a quando, ormai medico, incontrò tra le sue pazienti una donna che da giovane era stata proprio una mangiatrice di spade. Appreso degli sfortunati esperimenti di Rosling comprese subito il problema.
«Dottore, non sa che la gola è piatta? Ci può infilare solo oggetti piatti. È per questo che usiamo le spade.»

Da quel momento Rosling iniziò ad esercitarsi correttamente sino a diventare talmente bravo da stregare il pubblico anche al termine dei suoi convegni scientifici, quando lo si poteva vedere saltare su un tavolo e togliersi la camicia a scacchi da professore universitario, rivelando un gilè nero decorato da un fulmine di paillettes dorate.

Al minuto 8:17 del video si può vedere Hans Rosling davvero nelle vesti di mangiatore di spade

Cosa voglio dire?
Rosling era noto anche per il suo carattere vulcanico e il piacere di stupire il suo pubblico con effetti speciali o oggetti curiosi abbinati a concetti serissimi.
Proseguendo Rosling ci spiega quanto poco sappiamo non solo del mondo in cui viviamo ma del nostro stesso corpo. In un periodo in cui la scienza ha fatto progressi incredibili e inimmaginabili, tendiamo a dare per scontato una conoscenza che in fondo non abbiamo come il fatto che non sappiamo che la gola sia piatta.

Questo mi ricorda ed è confermato da un esperimento molto semplice raccontato in “21 lezioni per il ventunesimo secolo” da Yuval Noah Harari, all’interno del capitolo “Ignoranza”.
“Crediamo di avere conoscenze assai più vaste al giorno d’oggi ma, presi singolarmente, in realtà sappiamo molto meno di quanto sapevamo una volta. Facciamo affidamento sulle conoscenze di altri per quasi tutte le nostre necessità. In un esperimento che induce a una maggiore umiltà, ai soggetti veniva chiesto di valutare il loro grado di comprensione del funzionamento di una normalissima cerniera. La maggior parte rispondeva con sicurezza che lo comprendeva bene – dopo tutto, usiamo cerniere di continuo. Poi veniva chiesto di descrivere nella maniera più dettagliata possibile tutte le fasi del funzionamento operativo di una cerniera. La maggioranza dei soggetti non ne aveva la minima idea.”

Tornando a “Factfulness” ecco alcune delle riflessioni a mio avviso più interessanti. Sono solo tre, per non dilungarmi più del necessario e invitare alla lettura senza “spoilerare”.

p.s. Come sempre sarò felice di sapere da voi cosa più vi ha colpito e ragionarci insieme sui miei canali social: Facebook, Instagram e LinkedIn.

3 ragioni per cui non capiamo il mondo

L’istinto del divario

Rosling si riferisce “alla tentazione irresistibile di dividere ogni genere di cose in due gruppi distinti e spesso contrastanti, con un fantomatico divario – un enorme abisso di ingiustizia – nel mezzo.”
Il punto principale riguarda l’idea che abbiamo del mondo e la tendenza a pensare in termini dicotomici di paese sviluppato e in via di sviluppo, di ricchi e di poveri, di occidentali e non. È un viaggio nella composizione demografica della popolazione mondiale e nella scarsa aderenza tra la nostra percezione e la realtà delle cose. Ad esempio, contrariamente a quanto si pensa, “la maggioranza delle persone, il 75%, vive in Paesi a medio reddito. Né poveri né ricchi, ma da qualche parte nel mezzo, con una vita accettabile. (…) Solo il 9 per cento del mondo vive in Paesi a basso reddito.”

Se non dobbiamo dividere il mondo in paesi sviluppati e in via di sviluppo, allora come dobbiamo chiamarli? Rosling propone quattro livelli di reddito.

Incredibile che Hans Rosling proponesse questa visione già nel 1999. “Ci vollero diciassette anni e altre quattordici conferenze prima che la Banca Mondiale annunciasse pubblicamente che avrebbe abbandonato i termini di cui sopra e che da quel momento in poi avrebbe diviso il mondo in quattro gruppi di reddito.”

Hans Rosling ci arrivò semplicemente guardando con attenzione dati e statistiche. Dati e statistiche pubblici, di organizzazioni proprio come l’Onu e la Banca Mondiale. Non si tratta dunque di mancanza di informazioni e accesso alle informazioni ma piuttosto di un adeguamento a un pericoloso e infondato preconcetto. Il video seguente, una memorabile presentazione al Ted, spiega bene la questione.

L’istinto della negatività

Denigrare il presente, demonizzare il futuro, Idealizzare il passato, sconoscere i fatti.

Nel 1990, più di un terzo della popolazione globale viveva in condizioni di estrema povertà; oggi solo circa un decimo. Un secolo fa, era legale essere gay in circa venti paesi; oggi è legale in oltre cento. Le donne stanno acquisendo potere politico e ora costituiscono più di un quinto dei membri dei parlamenti nazionali e il mondo sta finalmente iniziando ad ascoltare quando le donne parlano di violenza sessuale. Più del 90% di tutti i bambini del mondo frequenta la scuola primaria. Ci sono chiaramente ancora tanti problemi ma dati alla mano viviamo un’era di prosperità e anche pace (vedi anche Steven Pinker “Il declino della violenza”).

Perché allora sembra che tutto stia andando a rotoli?
Hans Rosling lo spiega con l’istinto della negatività, “la tendenza a notare più gli aspetti negativi di quelli positivi. Qui entrano in gioco tre processi: il ricordo erroneo del passato, la presentazione selettiva delle notizie da parte di giornalisti e attivisti, la sensazione che finché le cose vanno male sia crudele dire il contrario.”

“L’equivoco secondo cui il mondo sta peggiorando è molto difficile da difendere quando inseriamo il presente nel suo contesto storico. Non dobbiamo sminuire le tragedie delle siccità e delle carestie che stanno accadendo in questo momento, ma la conoscenza delle catastrofi passate dovrebbe farci capire che il mondo è diventato molto più trasparente e più bravo nel portare aiuto dove ce n’è più bisogno.”

Rosling identifica in questo capitolo anche un altro fenomeno e cioè la tendenza a idealizzare il passato e non prestare attenzione alla storia e ai fatti.
Per spiegarlo uso una riflessione molto profonda tratta da una storia raccontata da Matt Ridley in “Un ottimista razionale” ed è tratto da un saggio di Deirdre N. McCloskey, “The Bourgeois Virtues: Ethics for an Age of Commerce” che ci mostra come sia possibile trasformare in “brutta” qualsiasi situazione
“ C’è una famiglia, raccolta intorno al focolare, nella sua semplice casa di legno. Il padre legge la Bibbia ad alta voce mentre la madre si appresta a servire uno stufato di manzo e cipolle. Una delle figlie conforta il fratellino appena nato, mentre l’altro fratello versa l’acqua da una caraffa nelle tazze di terracotta disposte sul tavolo. La sorella maggiore sta dando da mangiare ai cavalli nella stalla. Fuori non si sente il rumore del traffico, né ci sono spacciatori; nel latte delle loro mucche non è stata mai trovata diossina o radioattività. Tutto è tranquillo; un uccellino canta fuori della finestra. Ma fatemi il piacere! Sebbene la loro sia una delle famiglie più benestanti del villaggio, la sacra lettura del padre è interrotta da una tosse bronchitica che presagisce la polmonite che lo stroncherà a 53 anni, aggravata dal fumo del camino. (È fortunato: nel 1800 la speranza di vita in Inghilterra era inferiore ai 40 anni.) Il neonato morirà a causa di quello stesso vaiolo che in quel momento lo sta facendo piangere; presto la sorella diventerà un oggetto nelle mani di un marito ubriacone. L’acqua che il ragazzino versa ha il gusto delle mucche che si abbeverano nel medesimo ruscello da cui è stata attinta. La madre è torturata dal mal di denti. Il bracciante del vicino sta ingravidando l’altra figlia nel pagliaio, e il bambino che nascerà verrà spedito in orfanotrofio. Lo stufato è grigio e cartilaginoso, ma tanto i bocconi di carne sono una rarità rispetto alla brodaglia: non ci sono ortaggi né frutta in questa stagione. La zuppa viene consumata in ciotole di legno con posate di legno. Le candele sono troppo care, per cui il fuoco del camino è l’unica fonte di luce nella stanza. Nessuno dei presenti ha mai visto uno spettacolo teatrale, dipinto un quadro o udito il suono di un pianoforte. La scuola si riduce a qualche anno di noiosissimo latino insegnato da un dispotico bigotto nella canonica del villaggio. Il padre è stato in città una volta, ma il viaggio gli è costato l’intero salario di una settimana e gli altri membri della famiglia non si sono mai spinti più in là di una ventina di chilometri da casa. Ogni figlia ha un paio di vestiti di lana, un paio di camicette di lino e un solo paio di scarpe. La giacca del padre è costata un intero stipendio ma è ormai infestata dai pidocchi. I bambini dormono a coppie su un pagliericcio steso a terra. E per quanto riguarda l’uccellino fuori della finestra: domani sarà catturato e mangiato dal ragazzino”.

Ritornando alla tendenza alla negatività, va ricordato Bill Gates, che nella sua recensione del libro, ha notato che: “Abbiamo ridotto del 50% il numero di persone che vivono in condizioni di estrema povertà negli ultimi venti anni, ma non c’è mai stata una mattina in cui “POVERTY RATES DROP INCREMENTALLY” ha dominato i titoli dei giornali.”

Un altro passaggio del libro che mi piace evidenziare.
“Se vogliamo che il pianeta abbia pace, stabilità finanziaria e risorse naturali protette, c’è una cosa di cui non possiamo fare a meno: la collaborazione internazionale, basata su una visione del mondo condivisa e oggettiva. L’attuale mancanza di conoscenze sulla realtà è dunque il problema più preoccupante di tutti.”

L’istinto del destino

Il capitolo si apre con l’ultima e più potente “arma” a disposizione dell’uomo: le idee, le storie. Racconta che in seguito a una conferenza dove presentò le sue statistiche e quanto il mondo fosse cambiato e non fosse poi così in rovina come si credeva, gli si avvicinò un uomo.
“Mentre mettevo via il portatile, un uomo dai capelli grigi con un completo tre pezzi a quadretti si avvicinò lentamente al palco, fece un sorriso cortese e disse: «Beh, ho guardato i suoi numeri e ho ascoltato le sue parole, ma temo che le probabilità che l’Africa ce la faccia siano pari a quelle che nevichi all’inferno. Ne sono certo perché ho lavorato in Nigeria. È la cultura, sa. Non permetterà la creazione di una società moderna. Mai e poi mai». Feci per replicare ma, prima che potessi trovare una risposta basata sui fatti, mi diede una lieve pacca sulla spalla e andò in cerca di una tazza di the.”

Rosling spiega la vicenda con la tendenza umana a dare per scontate certe idee anziché fare la fatica di riconsiderarle e rivalutarle. Una strategia di sopravvivenza questa, sostiene Rosling, che in passato ci ha permesso di progredire e contrastare calamità naturali e altri grandi problemi ai quali non si riusciva a dare oggettivamente senso o trovare soluzione. Con la stessa strategia per esempio si è dato il la anche alle rivendicazioni di un particolare destino per il proprio gruppo etnico o religioso o politico, creando così un senso di superiorità rispetto ad altri e generando conflitti, violenze e sopraffazioni.

“Oggi, tuttavia, l’istinto di considerare le cose immutabili, di non aggiornare le conoscenze, ci rende ciechi alle rivoluzionarie trasformazioni sociali che si verificano intorno a noi. Le società e le culture non sono rocce, immutate e immutabili. Si muovono.”

Nel capitolo Rosling affronta in profondità e con dati l’argomento e suggerisco di leggerlo con attenzione. Per certi versi mi sembra analogo a quanto sostiene Yuval Noah Harari nel primo capitolo, “Disillusione”, di 21 lezioni per il ventunesimo secolo (ne avevo parlato qui) e in particolare quando sostiene “Gli esseri umani preferiscono pensare in termini di storie piuttosto che di fatti, numeri o equazioni, e più semplice è la storia, tanto meglio è.”

Io che mi occupo di gestione del cambiamento e mi chiedo sempre da dove nasca l’azione, questo fatto ha un’importanza fondamentale.
Le sfide del presente e del futuro richiedono certamente motivazione estrinseca ma sempre di più motivazione intrinseca. E questa è innegabile risenta delle storie che ci raccontiamo e dell’idea del “destino” che scegliamo di sposare o non sposare.

Solo partendo da qui possiamo comprendere perché una persona corre una maratona nel week end e poi in ufficio ti risponda svogliata di andartela a prendere tu la risma di carta che gli hai chiesto per favore di portarti. Solo partendo da qui si comprende perché alcune persone lavorino con costanza e passione e altre invece si limitino al minimo indispensabile a parità di trattamento.

Ci sto riflettendo anche alla luce dell’attuale dibattito sul reddito di cittadinanza e su quanto in effetti “fornire denaro” risolva il problema motivazionale e abbia un reale impatto sui comportamenti. Una riflessione interessante che sto approfondendo, in linea con “l’istinto del destino” di cui parlava Rosling, è quella che lo psicologo Barry Schwartz definisce “la tecnologia delle idee”.

Molto sinteticamente Schwartz evidenzia come l’idea che abbiamo del nostro “destino” modelli le nostre azioni quotidiane. E che dobbiamo fare attenzione alle teorie che formuliamo sulla natura umana, perché la natura umana sarà cambiata dalle teorie di cui disponiamo per spiegare e capire gli esseri umani. La nostra natura umana, viene perlopiù creata, piuttosto che scoperta.

Se crediamo che si diventi ricchi secondo un sistema meritocratico, saremo persone che si impegnano per eccellere, ogni giorno. Se crediamo che tutto sia scritto ci comporteremo in base al principio del minimo sforzo perché non c’è molto da fare, se crediamo che nel mondo regni l’ingiustizia e che alcuni stiano approfittando di noi ci prepareremo alla rivoluzione e ci batteremo per i nostri diritti. Parliamo di storie ma in realtà si sta parlando di azioni che prendono il via dalle storie.

Spero di essere riuscito a trasferire l’importanza di guardare in faccia la realtà e i dati, di scremare le informazioni irrilevanti e fare in questo modo la nostra personale Grande Differenza.

Qui il link per leggere “Factfulness”.

Come sempre sarò felice di sapere da voi cosa più vi ha colpito e ragionarci insieme sui miei canali social: Facebook, Instagram e LinkedIn.

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