Efficienza è il modo nuovo in cui snobbiamo il futuro e l’umanità

In Approfondimenti, La Grande differenza
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Un sabato, in un bar, una coppia entra con i suoi due bambini. Un attimo dopo entra anche una giovane donna, con una borsa piena di appunti e un pc.

La giovane coppia probabilmente vuole solo staccare dalla routine, portare fuori i bambini, rifocillarsi dopo una passeggiata. La giovane donna probabilmente vorrà finire qualche lavoro lasciato indietro.

Il bar è completamente vuoto. Ci sono almeno una trentina di tavoli ma il titolare fa accomodare entrambi vicino l’ingresso, in due tavoli quasi incollati.

La coppia passa il tempo chiedendo ai bambini di fare i bravi e non disturbare la signora.

La signora dice che non c’è problema, ma chiude il pc, beve un caffè veloce e va via.

Dopo poco tempo va via anche la giovane coppia con i bambini che saltellano di qua e di là.

Il titolare ha incassato velocemente qualche soldo, ha sporcato solo una parte del locale, ha ridotto i passi per prendere le ordinazioni e portare le bevande. È stato efficiente.

Ma i clienti saranno stati delusi.

È il paradosso dell’efficienza.

Può trasformarsi in problema.

Il costo dell’efficienza, tra presente e futuro

Ho raccontato a modo mio una scena vista tantissime volte. In un bar, in azienda, nella vita di uomini e donne, nei luoghi e nelle occasioni più disparate.

La versione originale di questa storia l’ha raccontata invece qualche tempo fa Bernadette Jiwa ricordando come nel business conti non solo ciò che vendi ma anche come fai sentire le persone, contano cioè appunto le persone, l’empatia.

A me però questa storia parla chiaramente di presente e futuro, una lotta impari.

Ho affrontato il tema lungo tutto il mio nuovo libro, Alternative, cercando di analizzare, provare a interpretare, perché alcune persone riescano ad avere vite facili e altre difficili.

La spiegazione più semplice che mi sono dato, per quanto possa sembrare banale e poco ambiziosa, sta in una frase di Jerzy Gregorek: scelte facili, vite difficili. E viceversa.

Ora, pensando a questa storia, reale o inventata che sia, di un ristoratore che ottimizza tempo e sforzi, scontentando entrambi i suoi clienti, penso si parli appunto di scelte facili.

E penso che molte volte, sotto l’egida dell’efficienza, si sacrifichi troppo del nostro futuro.

Molte persone si ritrovano, presto o tardi, in difficoltà per non averci pensato. Per aver fatto poco o nulla o decisamente male.

Ma moltissime sono le persone che invece scelgono, consapevolmente o meno, di fare benissimo sul breve termine senza considerare il lungo.

Non vorrei tirare in ballo ancora “il qui ed ora” ma sono troppo persuaso che centri anche una certa tendenza nel semplificarne il concetto. Vivere solo il presente, per quanto in maniera copiosa, porta quasi sempre a un conto salato, a vite difficili e finali poco soddisfacenti.

Per gli individui

La storia di Audrey Hepburn, iconica attrice degli anni Cinquanta, è emblematica.

A 30 anni ha smesso di fare commedie romantiche anche se le fruttavano un sacco di soldi, ha ridotto le partecipazioni in TV a un lumicino, e si è dedicata alla sua missione: parlare a fianco dell’UNICEF del futuro dei bambini “sfortunati” provando a cambiare il loro destino.

James Clear, famoso blogger e imprenditore americano, ha evidenziato provocatoriamente una situazione che potrebbe apparentemente sembrare paradossale. L’idea di Clear, parafrasando, è: “Ma se l’attrice voleva aiutare i bambini poveri, non avrebbe potuto continuare a recitare e dare i proventi all’UNICEF e altre organizzazioni? Economicamente avrebbe avuto molto più impatto.”

L’impatto delle emozioni e dei nostri valori è però una discriminante ben più importante.

Un caso simile è quanto raccontato da Steve Pavlina, imprenditore e blogger americano tra i più seguiti al mondo. In un articolo di agosto 2019, Pavlina racconta il motivo per cui nel 2008 ha smesso di ospitare pubblicità sul suo blog anche se ciò gli fruttava circa 12mila euro al mese.

“La gente pensava che fossi pazzo a rifiutare quell’incasso facile e continuo, ma non mi pento della decisione. È stata la mossa giusta, e l’ho fatto per motivi intelligenti. Se avessi continuato a fare affidamento sulla pubblicità come principale fonte di reddito, avrei modellato il mio personaggio in una direzione in cui non volevo andare. Se avessi continuato a generare entrate dagli annunci, i miei veri clienti sarebbero stati gli inserzionisti e le reti pubblicitarie.

Questo modello negli anni ha funzionato a livello pratico e molte persone lo usano ancora, ma non mi sono piaciute le sue ricadute sulla mia evoluzione come essere umano. E ne ho messo in dubbio l’opportunità: voglio davvero seguire questa strada? Come mi sento onestamente al riguardo? Voglio che il mio business mi definisca come una persona migliore? Tra dieci anni, se continuassi a seguire questa strada, mi piacerebbe l’uomo che vedrei allo specchio? Sarei davvero io? Ho riconosciuto la connessione tra il modello di business scelto fino a quel momento e l’impatto che avrebbe avuto sul mio personaggio. E così l’ho rifiutato.

Inoltre, non mi piacevano le implicazioni del percorso pubblicitario sul mio rapporto con i miei lettori. Volevo aiutare le persone a crescere come esseri umani, ma il mio reddito dipendeva dai loro clic sugli annunci e non sul loro tempo di permanenza sul sito, di cui avrebbero dovuto leggere diversi articoli. Mi sono sentito combattuto per questo. Ciò che mi ha davvero aiutato a eliminare questo flusso di entrate è stato capire che avrei potuto scegliere molti altri modelli di business e ogni scelta avrebbe modellato il mio personaggio in modo diverso.

Quindi ho pensato a quale tipo di persona volevo diventare. L’anno seguente abbiamo organizzato il primo di molti eventi live di 3 giorni: il seminario sulla crescita consapevole dell’ottobre 2009. Quel seminario ha cambiato la mia vita e quella di molti partecipanti. Includere eventi nel mio modello di business, è stata una scelta allineata con i miei valori. Invece di diventare un testimonial migliore, ho trovato più gratificante investire nel migliorare la mia capacità di parlare in pubblico, di progettare eventi, di aiutare le persone a connettersi e di creare esperienze di trasformazione.”

Entrambe le storie, in tempi e modi diversi, dimostrano – anzi, ricordano – a mio avviso, che le persone non possono vivere di sola efficienza né sia sempre la strada da seguire.

Non lo è se la strada efficiente, domani ci presenterà un costo insostenibile.

Potrebbe essere efficiente, per assurdo, mangiare tutti i giorni panini del Mc Donald, e risparmiare tempo da investire nel lavoro, ma quasi sicuramente il nostro io futuro non sarà così felice e forse di futuro ne avremmo davvero poco.

Può sembrare efficiente, nel breve termine, focalizzarsi su una cosa sola – per dirla con Gary Keller autore dell’omonimo libro – ma potrebbe rivelarsi una pessima idea nel momento in cui quella cosa non ci piaccia più o non piaccia più al mercato.

Il problema che vedo con l’efficienza insomma, ma ci tengo a precisare che si tratta di un’idea da non generalizzare, è che quasi sempre ignora le prospettive temporali.

Ho raccontato al Ted di Bologna i miei inizi professionali e quella che fu la mia svolta. La sera che comunicai a casa la mia decisione non fu accolta con entusiasmo.

In quel periodo lavoravo già, avevo un figlio, una moglie, un mutuo. Ebbi l’occasione di fare un colloquio in un’azienda fantastica e l’offerta fu un bigliettino lanciatomi da una parte del tavolo, seguito con: “Zanolli, le daremo di meno di quanto guadagna oggi e per la macchina aziendale non se ne parla nemmeno. Però si ricordi questo: con questo bigliettino, nella sua vita, andrà da qualsiasi parte voglia andare.”

L’uomo dall’altra parte della scrivania era Renzo Rosso, patron di Diesel e anche se lo avrei compreso nel tempo mi stava dando una lezione di micro-velocità e macro pazienza.

Ci sarebbe stato da sgobbare nel breve termine. Andare veloce. (micro-velocità)

Sarebbe stato necessario tanto tempo per dimostrare a me e agli altri che la decisione era quella giusta, e raccogliere i risultati. (macro-pazienza).

Come detto e come forse molti sanno – in Diesel rimasi oltre 25 anni, arrivando a posizioni che non avrei mai immaginato – quella fu una scelta buona.

Efficace nel tempo, non efficiente sul momento.

E forse è qui che sta la difficoltà. In italiano, ma accade anche in inglese, i termini efficace ed efficiente si assomigliano troppo.

Efficace però sta a significare il verificarsi di “un effetto voluto”.

Efficiente indica semplicemente il verificarsi di un “effetto”.

Efficace è incisivo.

Efficiente è produttivo.

E anche la produttività, di per sé, può creare problemi di valutazione su un orizzonte temporale lungo come generalmente è quello della vita degli uomini e delle donne.

Per TUTTI gli individui

Se allarghiamo il campo di discussione, andando ad analizzare non solo la vita degli individui, nella loro singolarità, ma gli effetti tra tutti gli individui, il discorso diventa ancora più complesso e delicato.

In un vecchio articolo del 2012, lo psicologo Barry Schwartz (per uno strano caso del destino, autore anche di un celebre Ted sulla lotta tra io presente e io futuro), scrisse in un articolo sul New York Times che “Può sembrare senza cuore venerare l’efficienza a tutti i costi, compresi posti di lavoro persi e comunità decimate, ma è importante capire che una maggiore efficienza è l’unico modo per migliorare lo standard di vita di una società.”

Da Forbes rispose qualche tempo dopo Steve Denning, consulente esperto e famoso autore sui temi del management e della leadership, che la tesi presentava un grosso problema: si basava su concetti vecchi, tipici del  “Principles of Scientific Management (1911) di Frederick Winslow Taylor, il quale presupponeva che l’efficienza, vale a dire la riduzione dei costi e il risparmio di denaro, fosse il tutto e la fine di un’organizzazione.”

A distanza di anni, vorrei dire quanto Denning avesse ragione. Le continue conferenze in cui si cita il purpose e si snocciolano gli impegni per l’ambiente e la collettività sembrano la frontiera di un mondo nuovo e più equo.

Solo che non è così.

Proprio l’altro giorno, Oxfam ha fornito i numeri della diseguaglianza: “duemila Paperoni più ricchi di 4,6 miliardi di persone. In Italia l’1% più ricco detiene quanto il 70% della popolazione. A pagare il prezzo più alto sono donne e giovani. Oltre il 30% dei ragazzi guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese mentre il 23% degli under 29 versa in condizioni di povertà lavorativa.”

Questo è purtroppo frutto anche di una eccessiva fiducia nell’efficienza, in una ricerca dell’efficienza ad ogni costo.

Farsi portare la pizza a domicilio, quando piove, al prezzo più basso, è efficiente.

Produrre fuori dall’Italia, in un paese in via di sviluppo, è efficiente.

Assumere riders è efficiente.

Comprare su Amazon è efficiente.

Un’app per rimanere in forma, anziché un personal trainer è efficiente.

Siamo continuamente bombardati da promesse di efficienza alle quali non sappiamo o non vogliamo resistere.

Parafrasando il titolo di un libro, proprio sulla sharing economy, di Riccardo Staglianò, potremmo dire che: (nel lungo periodo) l’efficienza ci renderà tutti più poveri.

Perché alla fine il tempo il conto lo presenta sempre.

Non si può stare molto bene se qualcuno sta molto male.

Il Professor Enzo Spaltro, mio mentore, spiegava con maggiore pragmatismo: “Se chi sta bene non fa stare meglio chi sta male, prima o poi chi sta male fa stare peggio chi sta bene”.

Una frase di acuta intelligenza e prezioso buon senso che permette di analizzare, discutere e affrontare il problema senza fare affidamento a precetti religiosi e sentimenti caritatevoli.

Basta rileggere la storia e analizzare i dati e le ricerche a disposizione.

Se prendiamo e come riferimento la nascita dell’agricoltura  (EFFICIENZA) possiamo trovare rivolte contadine dal 205 a.c con la grande rivolta egiziana nel Regno Tolemaico sino alla rivolta zapatista, in Messico nel 1994. Quasi ogni sorta di tumulti, guerre civili, disordini, è facilmente riconducibile a situazioni di squilibrio, favorite proprio da nuovi sistemi di efficienza.

Che poi, detto qui che non ci sente nessuno, efficienza a volte significa essere stronzi.

Ed ecco, per chi ha la bontà di starmi ad ascoltare, io spero invece in una storia diversa.

Sarà che sto invecchiando, sarà che sono cresciuto con il Libro Cuore sottobraccio, mi sento attratto da quello scambio di battute in Walter Mitty:

“Tu hai i tuoi ordini da eseguire e devi fare quello che devi….questo lo capisco. Ma non devi per forza fare lo stronzo. Incidilo su una targa ed attaccalo nel tuo prossimo ufficio”.

Perché essere stronzi, come alcune forme di efficienza, paga nel breve termine ma alla lunga il conto è salato. Per tutti.

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