È finita solo quando è finita!

Esistono storie che meritano l’attenzione di tutti noi.

Ho avuto questo onore di tenere il discorso di apertura dei Campionati Nazionali di Basket under 16.

Il destino è strano.
Non ho mai avuto la caratura fisica e mentale per essere un bravo giocatore di basket anche se ho giocato molto nei campetti di cemento del paese.
Diciamo che non era la mia chiamata anche se per qualche tempo, prima che la realtà mi svegliasse a suon di stoppate, ho creduto lo fosse.
Per fortuna mia e del mondo della pallacanestro il destino mi ha portato altrove, anche se ho nel cassetto la mia maglia dei Chicago Bulls, a eterno monito che

non sempre la vita è d’accordo con i tuoi sogni Condividi il Tweet

Ho però una storia di team e sfide alle spalle, soprattutto militarmente e professionalmente. Una storia di momenti duri e momenti entusiasmanti.
La mia fortuna è stata quella di avere incontrato Coach in gamba che hanno creduto che io avessi delle doti e colleghi che si sono spesi per me come io mi sono speso per loro.

La mia fortuna è stata quella di avere avuto dei genitori con delle aspettative, amorevoli, ma con aspettative.
E anche questo è importante.
Per questo mi interesso del perché la gente fa quello che fa e di come spingerli a dedicarsi a ciò che li ispira.
Per vivere una vita a pieno, che non significa senza problemi, ma significa una vita sensata, in cui la mattina non vedi l’ora di alzarti per ricominciare il tuo viaggio.

So quanti sacrifici affrontano gli sportivi come voi.
E quando hai 16 anni, anche se per me è stato tanto tempo fa, i sacrifici sono ancora più pesanti.
È difficile dire qualcosa che giustifichi le serate mancate con gli amici o i due di picche di fidanzate stanche di aspettare.
Siete già degli eroi ai miei occhi e agli occhi di tanti dei presenti.
Potrei finire qui e ringraziarvi di rendere il nostro mondo più bello, energetico e sano.
Ma posso fare di più.

Posso raccontarvi una storia.
Una storia vera che conoscevo e che ho approfondito per poterla spartire con voi, splendidi ragazzi del basket italiano e tutta la bella gente che c’è qui oggi.
Noi umani non sappiamo nulla automaticamente.
Sappiamo una frazione di una frazione di quello che ci servirebbe per stare in piedi. Conosciamo poco, ci accontentiamo di storie superficiali, divorati dal poco tempo e dalle sirene commerciali delle promozioni e pubblicità.
E invece cercando si trova.
Si trovano storie profonde e tragicamente delicate. Di cadute e resurrezioni, di gente normale che non ha poteri magici.

Come la storia di Austin Hatch. Classe 1995. Figlio di Stehpen un medico in gamba, specializzato in terapia del dolore, abituato a supportare la gente che sta male e con una grande passione per il volo.
A otto anni, con tutta la famiglia, durante un viaggio in cui il padre pilotava un monoelica incontra il dramma.
L’aereo subisce una avaria e cade.

Nello schianto Austin perde i due fratelli e la madre.
Il padre si ustiona gravemente e anche Austin riporta delle ferite ma non mortali.
Inizia il recupero fisico e mentale, che per il ragazzo significa impegnarsi nello sport che ha sempre amato, il basket.
Austin rimette a posto tutti le tessere del puzzle della sua vita, scomposti dalla tragedia. Prende tutto con la voglia di ricostruire.

Un papà amorevole che decide che ci deve concentrare su ciò che rimane e non su ciò che si è perduto e fa incidere sulla tomba delle figlie e della moglie che le memorie dell’amore e di ciò che hanno vissuto assieme sono la cosa importante, che nessuno porterà più via e che rimarranno sempre, nonostante tutto.
Un papà che lascia il segno. Affetti, studio, sport.
Lo sport appare promettente. Ed anche la famiglia.
Il padre si risposa e Austin scopre una splendida seconda mamma e delle sorelle amorevoli. Mentre con il basket va alla grande. E’ bravo.

La prima crescita sportiva importante è quella nel team dei Cavs della Fort Wayne Canterbury High School.
Lo nota un coach importante durante una partita in cui segna 30 punti e guadagna 16 rimbalzi.
Gli offre una scholarship e così Austin a sedici anni approda alla Michigan University, squadra che lui e prima di lui suo padre e sua madre hanno sognato.

La casa giallo blu dei Wolverines, una delle squadre leader del campionato universitario americano, che è solo ad un passo dall’olimpo della NBA.
Il coach Beilein, una leggenda, decide di dargli l’opportunità di giocare in prima squadra. Glielo comunica e gli dice di prendersi qualche giorno per pensarci.
È una vita di sacrifici, allenamenti senza tregua e studio senza posa.
Non si scherza alla Michigan.

Austin, il 15 giugno 2011, risponde immediatamente: “ Posso firmare subito ?”.
Esiste un video del party che Austin organizza per festeggiare la convocazione.
In sé la storia è già magica.
Hai perso tutto a otto anni. A sedici hai riconquistato tutto.
Ed è qui che la vita è più grande e incredibile della fantasia dei romanzieri.

Dopo 9 giorni dal party, il 24 giugno 2011 sempre con il papà ai comandi e con la nuova mamma si sposta per un breve viaggio.
Non si chiarirà il motivo dello schianto.
Rimane solo che il viaggio si conclude con un tentativo di atterraggio d’emergenza che finisce contro il garage di un’abitazione privata.
Costa la vita al padre e alla moglie.
Austin è nei sedili dietro e sopravvive a costo di fratture multiple dalle clavicole, alle costole al bacino, perforazione dei polmoni e un grave danno cerebrale che non gli permette di parlare.
Coma farmacologico per due mesi e diagnosi infausta che prevede non potrà più camminare e probabilmente ragionare bene.

Uno sgambetto drammatico che farebbe gettare la spugna a chiunque.
Ma Austin, dalla sedia a rotelle, sussurra allo zio, che si prende cura di lui:“Io tornerò a giocare a basket a qualunque costo”.

Ha sedici anni ma il suo carattere e il supporto delle nuove sorelle, dello zio e del coach Beilein, creano un mix più forte di qualunque osso rotto, di qualunque pensiero disfattista. “Io tornerò a giocare a basket a qualunque costo”.
Vedere i video della sua fisioterapia riempie di brividi.
E‘ evidente la difficoltà, la fatica e gli errori continui nel maneggiare la palla.
Ma è questo il miracolo.
La persistenza contro ogni probabilità.
Ma lui è già uscito vivo da due disastri aerei.
Una possibilità su più di dieci miliardi ha calcolato qualche esperto.
L’esperienza, se non uccide, aiuta.
Hai attraversato due inferni. Attraverserai anche questo.
Mesi di riabilitazione di cadute e resurrezioni insperate.

Si trasferisce con lo zio Mike a Los Angeles e ricomincia studiare al liceo Loyola con un coach che lo stimola e a ricorrere all’aiuto di Rasheed Hazzard, il trainer dei Lakers che ha aiutato Kobe Bryant e che ha raccontato dell’etica del lavoro di Kobe, che si presentava alla 5,30 del mattino ad allenarsi nei giorni festivi. Ma questa è un’altra storia.

Rasheed dirige la Walt Hazzard Hoop School ed è in un momento in cui deve decidere se continuare ad occuparsi di basket o mollare. Ha 38 anni, figlio di un campione, di fronte ad una scelta.
Austin ha 20 anni di meno. Ma è nella stessa situazione.
Nasce una miscela incredibile
Austin sostiene Rasheed, Rasheed sostiene Austin.
Austin un giorno particolarmente nero dice a Rasheed : “ Sai coach se mio padre fosse qui mi direbbe, muovi il culo Austin, sei già fortunato a potere fare ancora ciò che ami.”
Chi è il coach di chi?
Fatto è che Rasheed rimane nel mondo del basket e diventa assistente dei New York Knicks.

Come un'altra storia è il giorno in cui, durante gli allenamenti Austin è più scarico del solito, più triste, più teso, smette di giocare e si avvia verso le tribune.
Il coach Jamal Adams ferma tutto e viene a sapere che è il giorno del compleanno del papà di Austin.
La squadra si ferma.
L’allenamento è sospeso.
Tutti i compagni lo raggiungono sulle gradinate, tutti, di tutte le razze e religioni. Accomunati dal sentimento del fare parte di unica missione.
Dove nessuno va lasciato indietro.
“Senza dubbio il miglior momento nella pallacanestro che io abbia mai vissuto”. Ma è appunto una altra storia.

Ma messe insieme tutte queste altre storie diventano un cammino.
Una scalinata infinita che porta ad un evento incredibile.
Rasheed HAzzard conferma a Coach Adams nel febbraio 2014 che Austin è pronto per tornare in campo e ci torna con i colori della Loyola High School e segna un canestro da tre, contro gli Sherman Oaks Notre Dame.

Austin osa, chiede ai Michigan di testarlo per ripartire da dove tutto si è interrotto. Certo non è più quello di prima.
No, Austin non è titolare.
Certi danni fisici non si recuperano. La sua velocità non è più quella di prima.
E nemmeno certi danni cerebrali. La sua memoria non è più quella di prima.
Ma quello che ha dimostrato nei tre anni del suo personale Viet-Nam hanno creato attorno a lui una aura di ammirazione e stima.
Dai suoi compagni di gioco, di studio, dei fans dei Wolverines che sentono che Austin è molto più di un giocatore.

Coach Beilein rimane colpito.
Austin non dice ma: “Se”.
Dice sempre: “Quando”.
Austin non è mai arrabbiato con il padre pilota, ma lo considera “L’uomo del millennio” e ha in mente solo di essere all’altezza delle aspettative.
Austin diventa riserva dei Wolverine, ma al grido di una raccomandazione del coach, che lui fa propria : “ Cerca di diventare più di una bella storia”.
Con una fiducia incrollabile Austin lavora e studia.
Diventa parte integrante dei Michigan e nel team e quello che spinge per superare le avversità.
I momenti duri, le perdite di fiducia, i pianti e il sudore.
Le ragazze perse e le feste abbandonate per essere a casa presto che domani hai la partita.

Austin è una stella polare che indica da che parte dirigersi per vivere e per essere all’altezza non di ciò che vuoi, ma di ciò che ti può accadere Condividi il Tweet

In molti hanno pensato che questo rientro fosse il lieto fine di una tragica storia. No, questo rientro è l’inizio di una vita.
Più alta, significativa e profonda.
Qui ci sono tutti gli ingredienti.

Ci siete voi, che come Austin avete davanti sfide, scelte, sacrifici, aspettative, momenti esaltanti e drammatici. Risa e pianti. Sconfitte e successi.
Ci sono i vostri coach, gente che mette in primo piano il vostro potenziale per trasformarvi in uomini prima che campioni.
Ci sono i vostri genitori, che sperano per voi in un futuro felice e saranno lì, a sostenervi, in corpo o in spirito, in tempi di buona o cattiva sorte.
Ci sono i vostri compagni di avventura. Che hanno scelto, come voi, la strada meno facile per diventare grandi. Quella dello Sport, con al “S” maiuscola. Fatto di interminabili allenamenti e molte incomprensioni con il mondo della scuola e della società. Loro vi capiscono più di qualunque altro.
Parlate con loro.
Sostenetevi. Datevi supporto.
Non tutti diventano Kobe Bryant giocatore.
Ma tutti possiamo diventare uomini e donne in gamba.
E parlate con i gli altri attori, Coach e genitori.
Che non sono li solo per indicarvi la via per giocare bene.
Ma sono li per dimostrarvi che crescere come individui non è un cammino di riposo e tranquillità
Nello sport e nella vita.
Crescere significa, come per Austin, dare significato a tutte le difficoltà.
Significa resistere ed avere speranza che alla fine le cose andranno per il verso che renderà migliore.
Qualunque esso sia.
E io spero che sia di ispirazione per voi come lo è stata per me.
Fatevi onore ragazzi e divertitevi.
Essere qui è già un successo per tutti noi.

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