Dare senso al viaggio

Italiano

Viaggiare verso una meta significa allontanarsi dalle cose certe. Magari poco piacevoli, magari brutte ma almeno sicure. Viaggiare, significa mettersi in moto, ed è nei primi momenti del viaggio in cui si acuiscono i sentimenti contrastanti. Quei sentimenti che ti fanno sorgere delle domande difficili e abrasive.

Immagino le stesse domande che il popolo di Israele si fece dopo essere partito per la traversata del deserto verso la terra promessa. Oppure quelle che Cristoforo Colombo si pose dopo la partenza. Oppure quelle sorsero a Gagarin quando si staccò da terra. Domande che a ondano le loro radici nella genetica aspirazione a rimanere vivi prima che felici. Tornerò? Ha senso tutto questo? Cosa diranno quelli che lascio e che amo?

La felicità è un processo mentale. Forse la serenità è uno stato di natura che anche gli animali ricercano, ma la felicità è un concetto tutto umano, che s’interpreta attraverso comparazioni, misurazioni, ipotesi e pregiudizi, che ha bisogno di picchi ma anche di valli e di un continuo dialogo interiore, a volte quasi parossistico, a volte patologico. Un gran lavoro di cervello insomma.
Quando parti verso una meta incerta, senza sicurezze, in parte oscura, la tua natura ti chiede se sia davvero il caso, se non fosse meglio “un cinque al sei” garantito nel gioco della tua esistenza, piuttosto che “un otto” incerto e ballerino. E le risposte non ci sono, perchè sennò non sarebbe un viaggio ma un giro in un villaggio vacanze per famiglie. A tutto questo si sommano i sensi di colpa, per quello e quelli che molto probabilmente saluterai per sempre una volta partito. Cose, persone, luoghi, abitudini che non troverai più se non nei tornanti della tua memoria. Magari persone che nutrivano aspettative che, nella tua spedizione verso ciò che consideri importante, non potrai più soddisfare.

Il viaggio, se serio, è duro. È lasciare, oltre che trovare. È smettere di guardare indietro perchè la linea dell'orizzonte ha mangiato la prospettiva del posto da cui provieni. In entrambi i casi, un piccolo ma provato suggerimento, è quello di spostare il punto di osservazione, trasformare la propria visione in quella di un testimone vigile ma muto, non interessato a tirare i giudizi ma ad annotare ciò che accade, ciò che si sente, ciò che si prova. Verrà un momento, per ciascun viaggiatore, di tirare le somme, di capire se ciò che ha fatto ha avuto significato o meno, se davvero ha conseguito “un otto” oppure “un quattro meno”, ma sarà alla fine del percorso. E solo se si vorrà.

Il viaggio, perchè sia un viaggio, deve essere libero, non può essere un continuo tribunale che sforna sentenze. Divenire un testimone di quello che ti sta accadendo non significa tirarsi indietro di fronte alle proprie responsabilità, quelle rimangono e sono tutto affare tuo, per sempre. Divenire un testimone significa piuttosto fare attenzione ai dettagli, nel bene e nel male, facendo diventare “Vita” un’esperienza che tanti altri vivono a metà, sempre in bilico tra il continuare e il lasciare, in una sorta di limbo neutro che non genera alcuna felicità perchè non genera nessuna infelicità.
Il viaggio è un piacere ma anche una pena ed è per questo che te lo ricordi, non necessita di altro, se non di un osservatore attento e neutrale.
E il più attento alla tua vita non puoi che essere, o dovresti essere, tu.

 

Inglese

Travelling to a destination means getting away from certain things. Perhaps not so pleasant, maybe horrible, but at least safe. Travelling means putting yourself into motion, hence it is in the rst moments of the journey in which mixed feelings arise. Those feelings that cause di cult and jarring questions to arise.
I imagine they are the same questions that the people of Israel had after having departed to cross the desert to the promised land. Or those that Christopher Columbus posed after his departure. Per- haps those that sprang to Gagarin’s mind during take-off . Questions that go to the roots of the inherent desire to stay alive more than to be happy. Will I return? Does this all make sense? What will those I love and leave behind say?

Happiness is a mental process. Perhaps serenity is a natural state that even animals seek. Yet happiness is an entirely human concept, which is interpreted through comparisons, measurements, assumptions and prejudices, which requires peaks and pitfalls and a continuous inner dialogue, sometimes almost violent, sometimes pathological. A great working of the brain, in short.

When you depart for an uncertain destination, without sureties, partly obscure, your nature asks you if it is really necessary, if were not better to have a “five or six” guaranteed in the play of your existence, rather than an uncertain and wavering “eight”. There is no answer, because otherwise it would not be a journey but a trip to a family holiday resort. All this adds to the guilt, for that and those to whom you will likely wave goodbye forever upon departure. Things, people, places, habits that you will no longer nd except in the depths of your memory. Perhaps people who have expectations that you will no longer be able to satisfy on your expedition towards what you consider important.

The journey, if serious, is hard. It is to leave, as well as to nd. It is to cease looking back because the horizon has devoured the vision of the place from whence you came. In both cases, a small but tested suggestion is to move the point of observation, to transform your vi- sion into that of a vigilant but mute witness, not interested in attract- ing judgements but to note all that happens, what you feel, what you experience.
For each wayfarer, a moment will come to do the sums, to under- stand whether what they have done has had meaning or not, if they really have achieved an “eight” or “a minus four”, but this will be at the end of the line. And only if you want it to be so.

The journey, because it is a journey, must be free. It cannot be a continual tribunal that churns out judgements. Becoming a witness to that which happens around you does not mean pulling away from your responsibilities. Those remain and are all yours, forever. Becoming a witness means, rather, paying attention to the details, in good and bad, making “life” an experience that so many others only live by half, always poised between continuing and leaving, in a sort of neutral limbo that generates no happiness since it does not gen- erate any unhappiness.
The journey is a pleasure but also a pain and that is why you remember it. It does not require anything else, if not a careful and neutral observer.
And the most attentive to your life can only be, or should be, you.

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"L'unico posto dove stare è qui. L'unico momento è ora. L'unico posto dove andare è il futuro. E lì ci si va solo se tieni acceso il significato di ciò che fai".
Sebastiano

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