Cosa sono i problemi, in teoria. Come risolverli, in pratica.

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C'è tanta teoria a proposito dei problemi. Spesso aiuta. In pratica però si tratta di questo: puoi essere più piccolo o più grande dei tuoi problemi. Ma per sopravvivere devi essere più grande.

Poco distante dai confini italiani, a Davos, cittadina sulle alpi Svizzere, nel Cantone dei Grigioni, in occasione del “World Economic Forum”, si è discusso del “nostro” futuro. Esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale, intellettuali e giornalisti selezionati, hanno discusso preoccupati di disuguaglianza sociale, salute del pianeta e convivenza con l’intelligenza artificiale. Negli stessi giorni però ci sono stati molti altri problemi.

Claudia ha perso il lavoro: ha 52 anni, tre figli, e deve cercare al più presto un modo per andare avanti. Le statistiche dicono che non sarà facile.
Francesco ha invece 18 anni ed è continuamente bloccato sulla scelta dell’università. Scienze Politiche e altre scuole umanistiche sembrano non garantire più nulla e a lui piacevano proprio quelle. Non vuole però fare la fine di suo cugino, Carlo, che con una laurea in lettere è dovuto andare a lavorare in un call center a disturbare le persone per circa mille euro al mese.

Accanto a me, che prendo un caffè per riposarmi da 200 Km di auto, c’è un tizio con la barba e tanta rabbia. Gratta, scrolla le spalle, bestemmia e ne chiede un altro alla signorina. Il suo problema consiste nel trovare raschiando un foglietto, una specifica combinazione di simboli nascosti dalla “Lotterie Nazionali S.r.l.” per conto dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato. Pensa che un colpo di fortuna possa risolvere e stravolgere tutto. Vorrei dirgli qualcosa ma non dico nulla. “Mai dare consigli non richiesti” mi hanno insegnato i miei capi più bravi. E così torno in auto verso i miei clienti; anche loro hanno problemi che nel loro caso si chiama bassa produttività e bassissimo coinvolgimento dei collaboratori.

Mi rimetto al volante e penso: aveva ragione Popper, tutta la vita è risolvere problemi.

Quali problemi pesano di più? Quali sono i nostri? E come risolverli?

In teoria chiunque potrebbe partecipare al dibattito sul futuro dell’umanità, mi trovo perfettamente d’accordo con Yuval Nohari. In pratica è molto diverso. Spesso non ci accorgiamo dei dibattiti in corso o non ne abbiamo tempo. Più spesso ancora siamo semplicemente alle prese con problemi comuni dal crescere un figlio a fare un lavoro che permetta di mettere ogni giorno qualcosa in tavola.

Non ha molto senso dividere però i problemi in categorie, perché la dimensione percepita dei problemi varia in base alla distanza, più sono vicini e più sono gravi.
Forse è giusto dire che ognuno abbia la sua dose di problemi e se tutti si occupassero dei propri ma rispettando quelli degli altri, allora ci sarebbero anche meno problemi a livello globale.

Quanto alle soluzioni e al tentativo di trovarle, ci sono due correnti di pensiero a mio modo di vedere. La prima è quella di pensare che puoi. Sempre e comunque. Che andrà bene. La seconda è quella di accettare la natura problematica e imprevedibile della vita e delle cose è riuscire a fare qualcosa di buono con ciò che hai.

Se vuoi puoi, Yeah!!!

A proposito del “tutto è possibile”, trovo emblematica la storia di Robert H. Schuller, guru del self-help, autore di oltre trentacinque libri sul pensiero positivo nonché – era il suo secondo lavoro – fondatore della più grande chiesa statunitense costruita quasi interamente in vetro. La quasi totalità dei suoi discorsi, seguitissimi, terminava con una grande e memorabile scena.
“Volete sapere qual è il segreto?” “E allora eccolo”.
Poi usava dirigersi verso una lavagna e in colpo solo cancellava via ogni problema che si potesse immaginare.
“Ecco cosa cambia la vita per sempre: la parola impossibile. Togliete la parola impossibile dalla vostra vita. Via! Via! Via per sempre!”
Nel 2010, dopo tanti sermoni di questo tipo, la Crystal Cathedral, dell’uomo per cui niente è impossibile, presentò istanza di fallimento.

La storia di Robert H. Schuller è raccontata molto bene in “La legge del contrario: Stare bene con se stessi senza preoccuparsi della felicità” di Oliver Burkeman

Vorrei dire che queste immagini non si usano più ma direi una bugia.

Posso raccontare molti episodi tragicomici come questo.
Come quel monaco zen, personalmente incontrato, che spiegava a me ed altre persone come sbarazzarsi delle cose materiali e a non preoccuparsi del futuro ma di rimanere nel qui ed ora. Salvo poi confessarmi, privatamente, “Io una casa però l’ho comprata e non la vendo, perché non si sa mai”.

Anche chi è molto positivo ha prima o poi dei dubbi sul fatto che tutto andrà sempre bene e penso che il discorso sull’impossibile e l’ottimismo onnipotente possa sintetizzarsi così: tutto è impossibile sino a quando non succede qualcosa, e la storia insegna che succede.

Tutto è impossibile sino a quando non succede qualcosa, e la storia insegna che succede. Condividi il Tweet

La strada del Buon Senso

Il secondo approccio, che prediligo, parte proprio da qui ed è basato sul buon senso, evolutivamente parlando e quindi su ciò che ci ha permesso di essere ancora qui a scrivere e leggere. Ansia e paura, e una buona dose di problemi, hanno fatto sì che l’uomo escogitasse soluzioni e prevedesse alternative.

La capacità di immaginare alternative agli scenari peggiori, sempre immaginati, permette avanzamenti e sopravvivenze. La capacità di tenere fermi gli elementi di sistema e quindi non la speranza che il mondo cambi, serve a stimolare il cambiamento comportamentale.
Chi si racconta la storia più stimolante vince.

A proposito del secondo approccio, che da sempre mi contraddistingue, approfondirò il tema a Nobilita 2019, il Festival della Cultura del Lavoro. Il mio tema? Dalle Fate al Fare.

Puoi essere più piccolo o più grande dei tuoi problemi

“Quali cambiamenti devono ora verificarsi nel nostro modo di vedere le cose e nella nostra immaginazione! Anche i concetti elementari di tempo e spazio hanno cominciato a vacillare. Lo spazio viene ucciso dalle ferrovie e siamo lasciati con il tempo da soli. Mi sento come se le montagne e le foreste di tutti i paesi avanzassero verso Parigi. Anche adesso sento l’odore dei tigli tedeschi; gli interruttori del Mare del Nord stanno rotolando contro le mie porte”.

Sono le parole drammatiche e impaurite del poeta tedesco Henrich Heine nel 1843, dopo aver viaggiato in treno per l’inaugurazione della linea ferroviaria da Parigi a Rouen. Un poeta del 1843 faceva fatica ad accettare il treno. Noi facciamo fatica ad accettare l’intelligenza artificiale e condividere in equilibrio tra tecnologia e privacy.

Le slide sui lavori che devono ancora essere inventati ci mettono più ansia di quanta ce ne serva ma non risolvono la situazione. E poi, chiaramente, ci sono le sfide di ogni giorno. O le grandi catastrofi personali, incidenti, lutti, tragedie familiari.

Qualsiasi però sia la natura del problema, la questione va, a mio parere, ancorata ad un assunto. C’è sempre da scegliere se essere più piccoli o più grandi del problema. Sapendo che, se vogliamo uscirne vivi, ci toccherà, necessariamente, essere più grandi.

Nelle righe che seguono c’è quello che ho raccolto negli anni durante e dopo i momenti bui e più neri che ho attraversato. Idee, riflessioni, spiegazioni scientifiche che aiutano a comprendere, consigli, frutto della mia esperienza personale o di letture ed insegnamenti che mi sono stati di aiuto quando ho avuto la tentazione di tirare i remi in barca e mandare tutto all’aria, cosa che in alcuni casi ho anche fatto.

Non ho la presunzione di avere la verità in tasca e non posso assicurare che ciò che ho capito io funzioni anche con voi che leggete. Però se un amico si trovasse in difficoltà, se mio figlio mi chiedesse aiuto, sarebbe questo ciò che avrei da offrire.

Felicità e infelicità

Nella letteratura scientifica gli psicologi Ed Deci e Richard Ryan dell’Università di Rochester definiscono la felicità come la presenza di emozioni positive e l’assenza di emozioni negative. Piacere, conforto, gratitudine, speranza e ispirazione sono esempi di emozioni positive che aumentano la nostra felicità.
In “Self Determination Theory” (STD), spiegano invece come le persone per essere motivate autonomamente, debbano soddisfare tre bisogni innati: competenza, interazione, autonomia.

Il bisogno di competenza cerca di controllare il risultato e sperimenta la maestria.
Il bisogno di interagire, essere connessi a, e fare esperienza del prendersi cura degli altri.
Il bisogno di autonomia e quindi il desiderio di essere agenti causali della propria vita e agire in armonia con il proprio sé integrato.

Le loro indagini dimostrano che le persone che soddisfano questi bisogni sono intrinsecamente motivate. I soggetti che hanno ottenuto punteggi elevati sulla motivazione intrinseca hanno riportato anche un alto livello di felicità. Come sappiamo, agire di propria iniziativa in una ambiente sociale sapendo di poterlo controllare e modificare appare una condizione base per provare felicità.

Tornando al nostro amico che tentava di risolvere la vita con un gratta e vinci, di cui parlavo prima, dati ed opinioni autorevoli indicano che per quell’uomo non sarebbe, probabilmente, cambiato niente anche in caso di successo.

Nel loro saggio sulla finanza personale “Your Money or Your Life” (Joe Dominguez e Vicki Robin) sostengono che la relazione tra spesa e felicità non sia lineare, il che significa che ogni dollaro speso porta un po’ meno felicità rispetto a quello precedente.
Se poi fosse avvenuto quello che statisticamente avviene con la maggioranza di coloro che vincono le lotterie, dopo un congruo periodo, l’avremmo ritrovato lì, con il suo caffè, i suoi gratta e vinci, i suoi problemi e le sue bestemmie scarnificato dall’aumento dei suoi consumi.

Per quanto possa sembrare insensato, vincere 314 milioni di euro o subire un incidente e rimanere paralizzato, producono, sul medio, lungo termine lo stesso impatto in termini di felicità percepita dal soggetto. Il fatto di non credere a uno scenario di questo tipo (come possono 314 milioni non cambiare nulla?) è frutto di una distorsione cognitiva che gli studiosi chiamano “impact bias”, la tendenza delle persone a sovrastimare la natura e l’intensità di eventi futuri.

“Gli studenti universitari sovrastimano quanto sarebbero felici o infelici dopo essere stati assegnati a un dormitorio desiderabile o indesiderabile.”
“La gente sopravvaluta quanto sarebbe infelice due mesi dopo la fine di una relazione “.
“Le donne sopravvalutano quanto sarebbero infelici nel ricevere risultati indesiderati da un test di gravidanza”.
“Le persone considerano un’eventuale disabilità molto più negativamente di quando e se, tale ipotesi si concretizza”.

Tipicamente è il pensiero di quanto saremo più felici quando saremo fidanzati, poi sposati, poi con figli, poi in pensione. Oppure di quanto tristi saremo se l’esame andrà male o se non riceveremo una promozione o se la nostra start-up si inabisserà. E ci troviamo sempre ad aspettare che arrivi un Godot che non arriverà anche quando arriverà non sarà quello che credevamo. Il motivo, è ben spiegato da Gilbert ed è dovuto alla tendenza del nostro cervello di immaginare e prevedere ipotetici futuri.

“Una delle ragioni principali per cui il nostro cervello si è ingrandito è perché ha acquisito una nuova parte, chiamata lobo frontale. E, in particolare, una parte chiamata corteccia prefrontale. Ora, cosa fa una corteccia prefrontale per noi che giustifichi la totale revisione architettonica del cranio umano in un attimo di tempo evolutivo? Beh, si dà il caso che la corteccia prefrontale faccia un sacco di cose, ma una delle cose più importanti che fa è che è un simulatore di esperienze. I piloti di aerei si esercitano con i simulatori di volo per evitare di commettere errori quando volano davvero. Gli esseri umani hanno questa straordinaria capacità di adattamento, per cui possono vivere esperienze nella loro testa prima di sperimentarle nella vita vera. Questo è un trucco che nessuno dei nostri antenati era in grado di fare, e che nessun altro animale può fare nello stesso modo.” Dan Gilbert

Lo stesso trucco gioca però strani scherzi. Uno su tutti: sovrastimare o sottostimare l’eventuale peso futuro degli eventi, e di conseguenza sovrastimare la natura dei problemi e la difficoltà, o tragicità, della situazione.
Di contro, senza in questo caso ricorrere a prove scientifiche, siamo ossessionati da un eterno ed insaziabile desiderio di felicità e di evitamento dell’infelicità il che si traduce in una costante insoddisfazione.

Qui è molto interessante considerare anche il pensiero di Bill Gates, il quale ritiene che noi umani sopravvalutiamo il cambiamento che si verificherà nei prossimi due anni e sottostimiamo il cambiamento che si verificherà nei prossimi dieci. In ogni caso raccomanda di non lasciarsi cullare dall’inazione. Ma di questo parleremo più avanti.

Se volete una bella lista di bias cognitivi vi consiglio questo bel post dell’amico Andrea Giuliodori con il quale ho parlato di recente in occasione del Leadership Forum.

Il problema sono (quasi sempre) le aspettative

Il professor Mark Snyder dell’università del Minnesota, lo aveva dimostrato già nel 1977. Dividendo i partecipanti in due gruppi, maschi e femmine e comunicando loro che avrebbero parlato al telefono con un partner, procedette in questo modo: gli uomini ricevevano una foto della donna che credevano si trovasse dall’altra parte del telefono. Le foto erano di ragazze giudicate estremamente attraenti in metà dei casi e poco attraenti nell’altra metà – la loro immagine però non corrispondeva a quella reale. Dopo aver registrato le conversazioni, si chiedeva ad un gruppo di giudici, che non sapeva nulla del test, quali ragazze avessero avuto un comportamento più seduttivo nei confronti dei maschi.

La conclusione era che i ragazzi ritenevano più seduttive le ragazze che già giudicavano più attraenti in foto. Se i ragazzi si aspettavano di parlare al telefono con una bella ragazza, cercavano di trasmettere più fascino e le donne rispondevano comportandosi in modo più compiacente.

Credo sia capitato a molti. Le nostre aspettative hanno un potere così forte da influenzare anche il comportamento percepito ed effettivo di chi è all’oscuro di tutto ciò.
Hanno il potere di influenzare il comportamento, far raddoppiare gli sforzi, farci sentire addirittura “felici”. Ma allo stesso modo, e forse con ancora più forza, hanno il potere di annientarci quando vengono disattese.

Lo sanno bene anche i manager. Secondo un sondaggio condotto da Gallup, ben il 50% dei dipendenti afferma di non sapere veramente cosa ci si aspetta da loro nel proprio lavoro e il messaggio è : “Definite le aspettative per i vostri dipendenti perché altrimenti l’incertezza porterà molti di loro a sentirsi frustrati e disimpegnati”. In azienda come nella vita personale le aspettative sono un meccanismo stupefacente per produrre risultati ma anche sofferenza.

Bruce Lee si vaccinava psicologicamente sentenziando che: “Io non sono in questo mondo per soddisfare le tue aspettative e tu non sei in questo mondo per soddisfare le mie”, ma la vedo dura spiegarlo al capoufficio o al partner, specialmente a rapporti già avviati. Rimane che una intelligente gestione delle aspettative sembra essere la chiave al buon vivere.

Detto che nella vita dobbiamo fare i conti con l’imprevedibile (il lutto, la malattia, altri eventi tragici e improvvisi), buona parte dei problemi, delle situazioni problematiche e dei momenti “è tutto uno schifo”, nascono da aspettative disattese.
Aspettative che, per la maggior parte delle volte, abbiamo creato su sensazioni non oggettive o, tornando agli esperimenti di Gilbert, sono il semplice frutto di una simulazione di esperienze e di un pregiudizio.

Tuttavia, anche questa analisi non risolve nulla ma apre una discussione. Dato che prevedere, immaginare e “simulare” è insito nell’uomo, e che quasi sempre si rivelano sbagliate, perché alcune persone trovano comunque il modo di andare avanti, uscendone addirittura rinforzate, ed altre si ritrovano schiacciate a terra?

Qualche storia

Nell’estate del 2010, Rachelle Friedman si stava godendo la sua festa di addio al nubilato, a bordo piscina circondata da amiche. Una di loro, per farle uno scherzo, la spinse in piscina come capita in eventi allegri e spensierati. Rachelle batté la testa fratturandosi due vertebre e rimanendo paralizzata dal torace in giù.

Ora va in palestra, si è sposata ed ha avuto una figlia.
È interessante e toccante leggere la sua storia, che come quella di altri è un inno alla riflessione e ristrutturazione della sua storia. Ho scelto lei, tra le tante, perché Rachelle ha anche saputo spiegare e strutturare con libri e video la sua avventura, e questo ci può essere utile.

Gran parte dell’atteggiamento positivo di Rachelle è la sua personale teoria della relatività. Scrive: “Molte persone non possono immaginare di essere come me, ma tutto è relativo. Alcune persone là fuori stanno addirittura peggio. Spero che le persone possano guardare alle loro capacità e dirsi: ‘Posso correre, posso ballare, posso essere la migliore versione di me stesso”.

Relativo

Pete Best, il primo batterista dei Beatles, venne scartato e al suo posto arrivò Ringo Starr. Si narra fosse troppo normale per rimanere in un gruppo rivoluzionario, troppo pacato per stare con quei capelloni. Come sarebbe andata la sua storia se fosse rimasto al suo posto?
Ciò che sappiamo è che Pete ha fatto una carriera senza clamore. Ha venduto un po’ di dischi, ha fatto qualche concerto. Si è perso il biglietto per entrare nella Storia della musica. Però si è sposato e si è costruito una famiglia. Intervistato su questo Pete dice di sentirsi fortunato, non ha rimpianti e si dichiara felice di ciò che ha avuto ed ha tuttora. Anzi, è convinto che non sarebbe stato mai così felice e appagato se fosse rimasto nel gruppo.

Pete oggi ha un lavoro, una moglie con cui convive da più di cinquant’anni, due figlie, cinque nipoti e una band che non potrà mai cacciarlo. Non bastasse, Liverpool ha una via in suo nome (la Pete Best Drive) e il regista Peter Cattaneo l’ha voluto per un cammeo nel suo film Rocker (2008). Lo si vede nella scena finale, poco prima dei titoli di coda, è l’uomo che legge Rolling Stone seduto alla fermata dell’autobus.

“ Sono Alex Zanardi, e se non avessi avuto l’incidente in cui ho perso le gambe ora non sarei così felice.”

Bebe Vio

Alex Zanardi è l’ennesimo esempio di come il nostro modo di pensare abbia un impatto maggiore delle circostanze. Bebe Vio, senza braccia e gambe afferma e scrive che: “la vita è un figata”.

Il mio caro amico Andrea Stella, altra persona di grande coraggio, invece, dopo aver perso la possibilità di camminare per un’aggressione, ha trovato nuove terre da esplorare grazie alla sua passione. Ha attraversato l’oceano e scritto due libri, di cui uno “Wow” dove racconta del suo grande progetto, Wheels on Waves (Ruote sulle Onde).

Enzo Muscia, altra incredibile persona conosciuta ed intervistata durante il Leadership Forum di Performance Strategies, quando nel 2011 la casa madre decise di chiudere l’attività e licenziare tutti i dipendenti, si trovò a quel punto di fronte a una svolta inaspettata nella sua vita: decise di ipotecare la casa e investire tutti i suoi risparmi per rilevare e far rinascere l’azienda che lo ha licenziato.

La storia di Enzo è raccontata in “Tutto per tutto. Come ho fatto rinascere l’azienda che mi aveva licenziato e ho assunto i miei ex colleghi” edito da Roi Edizioni

Cosa hanno in comune e cosa di diverso queste persone dal tizio che bestemmia al bar perché i simboli su un biglietto non si vogliono incastrare o con noi quando ci ritroviamo in un momento buio?

Daniel Kanhemann ci spiegherebbe che dipende a cosa guardiamo, se alla vita nella sua interezza o al singolo episodio. Gilbert ci ha mostrato che è uno “scherzo” del cervello. Sintetizzando possiamo dire che il racconto intero che ci facciamo delle situazioni influenza la nostra sensazione di essere degli sfigati o dei privilegiati. Ed è questo che fa la Grande Differenza.

Problemi dal futuro e nel futuro

Sin qui abbiamo visto come i problemi siano, in ultima istanza, una questione di sensazioni e simulazioni lungo un orizzonte temporale, non necessariamente verificato e verificabile.
Ma il grande problema è proprio dato dal tempo.

Il dopo non è prevedibile. Il dopo lo puoi valutare solo dopo. Sul dopo puoi agire solo dopo.
Un tragico esempio, su cui non si può lavorare ma si può leggere il senso di quanto scrivo lo si trova in una vicenda storica (che se vogliamo è la rappresentazione della storia del contadino il cui figlio era rimasto zoppo in guerra…)

Era il 3 maggio del 1949 quando, allo Estadio Nacional di Lisbona il Grande Torino degli Invincibili giocava la sua ultima partita prima della tragedia aerea di Superga.
Sauro Tomà non prese parte alla trasferta per colpa di un terribile infortunio che gli avrebbe stroncato la carriera. Il capitano, Valentino Mazzola, era invece in forse e si diceva non dovesse partire per via di un’influenza. Nonostante questo, strinse i denti e prese parte alla trasferta.
Conoscendo la storia, fortuna e sfortuna si scambiano le pari. Lo sfortunatissimo Sauro diventa un miracolato, il grande capitano uno sfortunatissimo campione che, con qualche grado di febbre in più e meno spirito di sacrificio, si sarebbe potuto salvare la vita.

Sauro Tomà è stato sino al 10 Aprile 2018, data in cui si è spento, l’ultimo superstite della tragedia di Superga

Non è finita fino a quando non è finita e volte anche un po’ dopo. Italo Calvino lo spiega bene scrivendo che la vita d’una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme, non perché conti di più dei precedenti ma perché inclusi in una vita gli avvenimenti si dispongono in un ordine che non è cronologico, ma risponde a un’architettura interna. Con i problemi, è la stessa cosa.

La vita d'una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l'ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l'insieme Condividi il Tweet

Tutto ha un senso solo che il più delle volte ci arrivi dopo.
E quando ci arrivi, che tu ne sia consapevole o meno è perché intimamente hai trovato il bandolo della matassa ed hai un buon motivo per sbatterti come un pazzo. Correndo maratone o lavorando fino a notte o allevando figli più o meno ingrati, facendo diete impossibili o adorando partner che magari se ne andranno e divinità che potrebbero anche essere sorde alle tue preghiere. Non importa. Hai trovato il tuo, personale bandolo della matassa e tanto basta. È utile fissare un obiettivo per noi stessi, è utile cercare e perseguire un significato nella vita.

Composter esistenziali e decisioni coraggiose

La soluzione complessa, molto complessa, sta nel decidere dove guardare (o su cosa mantenere la concentrazione e l’attenzione). Credo che gli esseri umani siano eccezionali “composter esistenziali”. Bidoni in cui puoi buttarci dentro mille schifezze, in termini di esperienze, e ancora potrebbero riuscire a farne uscire qualcosa di utile.
Ma questa è una possibilità, non una certezza.

Una delle frasi che Zanardi ripete spesso è “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa.”
In questa frase, oltre che una buona dose di motivazione, si trova uno dei “segreti” di come affrontare i rebus che la vita ci presenta, gravi e meno gravi. Ma serve concentrarsi sull’intero quadro esistenziale e non solo sulla cornice, sull’intera storia e non sul singolo capitolo. Va deciso cosa vogliamo fare, se vogliamo giocare o tirarci indietro.

Ho il massimo rispetto per situazioni personali, delicate, tragiche delle quali nessuno ha il diritto di parlare se non chi le vive, qui cerchiamo solo di capire se esiste una lezione da imparare. Epitteto aveva detto bene: “Essere zoppo è un impedimento alla tua gamba, ma non alla tua volontà”.

E a proposito di volontà, perché mi pare si debba parlare di questo, c’è una famosa storia buddista che mi piace spesso ricordare.
L’allievo è in un momento di grande difficoltà e si reca dal suo maestro per un supporto e un consiglio. Prima però il maestro gli indica una scrivania in quercia e gli chiede di spostarla.
“Non c’è modo di sollevarla, è troppo pesante” dice il ragazzo.
“Il problema non è che la scrivania è troppo pesante, il problema è che sei tu troppo debole”, risponde il maestro.

Il punto, naturalmente, è che la nostra capacità di vincere non è determinata dalla dimensione dei nostri problemi ma dalla nostra forza vitale. E che questa sia quasi sempre determinata dalla volontà applicata, dal fatto di voler rispondere ai problemi, essere più grande di loro o tirarsi invece indietro. Si tratta di accettare o di non accettare i problemi e raccontarci una bella storia.

Recriminare invece, non è nè sensato nè redditizio. Tiziano Terzani direbbe non è “da uomini”. C’è un suo aneddoto in cui ne parla e che ho spesso preso in prestito.

“A chi gli chiese se fosse possibile arrivare a una vita senza problemi, rispose che non c’è vita senza problemi. Chi vuole una vita senza problemi è come quel contadino che va per la prima volta a una partita di calcio e si arrabbia perché l’arbitro ha dato a ventidue giocatori un solo pallone e quelli sono adesso costretti a corrergli dietro. Ma questa è la regola del gioco. E così è la vita. Senza i problemi non ci sarebbe gioia. I problemi sono la molla della ricerca spirituale. Se uno si sentisse misero e limitato, non si chiederebbe cosa fare. L’uomo diventa adulto e matura nel conflitto. Una vacca no: la vacca diventa adulta ma non matura.”

Ciò che ci differenzia dagli animali è la capacità di affrontare il conflitto, la lotta, il rebus, l’ostacolo. Affrontarlo ci eleva e ci dà spessore. Non c’è miglioramento se non attraverso lo sforzo, attraverso un impiego di forze o di energie superiore al consueto di tipo fisico, psichico o spirituale.

Un altro brano che trovo particolarmente appropriato e illuminante è riportato in “Come essere stoici” di Massimo Pigliucci. L’autore ne scrive per introdurre un concetto, prezioso anche nel nostro discorso, di situazioni «indifferenti preferibili» e «indifferenti non preferibili».

«[Socrate] giocava con una palla. E che palla c’era in campo in quell’occasione? Si trattava del vivere, dell’essere in catene, dell’essere mandato in esilio, del bere il veleno, del perdere la moglie e del lasciare i figli orfani. Questo era in campo e con questo giocava e, tuttavia, giocava e maneggiava la palla con bravura. Allo stesso modo, anche noi dobbiamo avere, da un lato, la sollecitudine del giocatore più bravo e, dall’altro, l’indifferenza che ha il giocatore per la palla».
“Il significato di questa immagine è che la palla, anche se è indispensabile ai fini del gioco ed è evidentemente l’oggetto dell’attenzione collettiva, è in realtà un indifferente, nel senso che può avere le forme e i colori più disparati, essere fatta di differenti materiali e avere diverse dimensioni, ma non possiede un valore in sé e per sé. La palla è soltanto un mezzo per raggiungere il fine e non è la cosa importante; è ciò che si fa con la palla che determina l’esito della partita, se si è giocato bene, i vincitori e gli sconfitti.” 

La consapevolezza dunque che le cose sono come sono e che se le possiamo controllare, bene, sennò, bene lo stesso. Molte volte siamo l’uomo che bestemmia contro i “gratta e vinci” e quello che se la prende perché il pallone non è del suo colore preferito.

Siamo quelli che se la prendono e maledicono il mondo perché l’auto è rotta, perché proprio le azioni acquistate sono scese, perché al momento giusto noi ci sentiamo male e quell’incontro importante è andato male…
Quasi sempre siamo così concentrati sulla palla da ignorare tutto il resto. La ricerca della felicità esasperata è una causa di molta sofferenza psicologica.

Consigli per essere più grande dei tuoi problemi

Come detto in apertura, ecco qualche suggerimento condensato e più pratico per affrontare i nostri problemi e risultarne più grandi. Troverete spesso citato l’avverbio di frequenza “a volte”. Perché nel mio mondo le certezze definitive sono poche e quando scrivo mi piace ricordarlo al lettore.

Non cercare soluzioni rapide. Non acquistare soluzioni magiche.
Probabilmente adesso stai pensando che dopo 20 minuti non hai ancora trovato la soluzione. Di contro, ed è questo un consiglio che ho imparato a ritenere prezioso, le formule magiche e veloci le hanno solo coloro che vogliono venderti qualcosa. E ti ritroverai con meno soldi e ancora più problemi.

La vita non è giusta. Ma non ce l’ha con te.
Tutta la tecnologia a disposizione non ha ancora spiegato perché certe cose capitano ad alcune persone e non ad altre. E perché a volte “il destino” sembra prendere di mira persone precise. A volte si fa davvero fatica a credere non sia volontario. Il più delle volte però c’è il fatto che i successi girano più veloci e vengono enfatizzati molto più delle sconfitte. In ogni caso però è utile il consiglio di Frankl Victor: se non hai una vita alla tua altezza, sii all’altezza della vita che ti capita. Anche le storie raccontate prima indicano che si può essere straordinari nelle difficoltà e proprio in virtù di come le si affronta.

Leggi anche: Nessuno mi capisce e Non è mai solo questione di culo

La vita non ti deve niente. Ma non significa che non avrai mai nulla.
Mi reputo un cauto ottimista. Il mio consiglio è di non aspettarsi niente in regalo e a basso prezzo ma non abbandonare mai la speranza di raggiungere gli obiettivi, anche i più ambiziosi.

A volte si tratta di capire qual è il problema
Fai un vero e proprio inventario prima di tirare le somme.
Ho imparato negli anni che spesso i momenti peggiori non sono quelli con grandi e gravi problemi, ma quelli in cui tante piccoli intoppi ti fanno perdere lucidità e non ti fanno andare avanti. Un detto molto saggio recita più o meno così: “Gli elefanti non mordono, le zanzare sì.” Sono le zanzare della vita, le piccole cose che tendi a ignorare, a causare la maggior parte dei problemi. Il consiglio qui è di fermarsi è individuare il problema principale o iniziare con quello che puoi risolvere.

Gli altri non verranno a salvarti
Sono giorni difficili in cui tutti hanno problemi e tutti pensando di averne del peggior tipo. Spesso tendiamo a pensare che gli altri dovrebbero fare qualcosa per noi o rimaniamo immobili pensando che gli altri, come un “deus ex machina”, arrivino e risolvano. Ho imparato che non è quasi mai così. E comunque non porta bene crederci.

Se qualcuno ti salva accetta cosa può offrirti
Al volte però qualcuno ci verrà incontro e ci offrirà qualcosa. Quello che ha al momento da offrire o crede di avere. Qui il consiglio è di accettare tutto ciò che può anche solo di poco migliorare la situazione e avvicinarci alla soluzione. Magari abbiamo bisogno di un lavoro e qualcuno ci offre un consiglio. Ok, forse era meglio un lavoro ma se è un buon consiglio è meglio di niente. L’orgoglio in questi casi non è un buon consigliere. Ricambierai.

A volte tocca a te aiutare, anche se hai un sacco di problemi
Non voglio parlare di Karma, non perché non mi piaccia ma perché non posso dimostrare che esiste, ma dare prima di ricevere è qualcosa che funziona, perlomeno nella mia esperienza. Tra l’altro, anche quando hai grandi problemi, c’è qualcuno che sta peggio di te. Magari lo puoi aiutare. Nel “peggiore” dei casi ti farà sentire bene e meno inutile. A volte addirittura risolverà i problemi anche a te.

A volte hai solo bisogno di parlarne con qualcuno
Viviamo quello che da tempo viene definito “Internet Paradox”: Mai così vicini, mai così soli. È banale ma è sempre urgente ricordare che siamo animali sociali e che da soli moriamo. A volte, hai solo bisogno di qualcuno con cui parlare. Un punto a favore è che parlandone, con qualcuno non coinvolto, riusciamo a inquadrare meglio la situazione e scorgere inaspettate strade da percorrere.

A volte è come negli scacchi: si vince tornando indietro
Quando le cose sono davvero difficili, specie nel lavoro, ci sono due tipi di situazioni possibili: un fossato, un vicolo cieco. Nel primo caso (ne avevo parlato qui) è il segnale che stai facendo bene perché tutto ciò che conta è difficile e richiede sacrifici. Altre volte è un vicolo cieco. Ammettere di aver sbagliato non è un fallimento. Lo è invece sbattere continuamente contro un muro.

A volte la soluzione giusta è la D
Una delle doti necessarie, in questa società liquida, è la creatività. Quando le cose non funzionano, ci comportiamo quasi sempre in questo modo:
Proviamo A
Proviamo B
Proviamo C
Torniamo a provare A
A volte invece la cosa giusta è la D.

Non vergognarti delle cicatrici
Molte volte i problemi vengono dal passato. Ma nel passato non c’è vita e se c’è una direzione quella è il futuro. Porta però con te ciò che di buono hai imparato, cicatrici incluse.

A volte, hai bisogno di pensieri felici e una risata
Sorridere induce più piacere nel cervello del cioccolato. Secondo Ron Gutman, l’autore di Smile: The Astonishing Powers of a Simple Act , “I ricercatori britannici hanno scoperto che un sorriso può generare lo stesso livello di stimolazione cerebrale fino a 2.000 barre di cioccolato.”

Quasi sempre, basta ascoltare chi ha vissuto l’inferno per trovare slancio ed energia
Guardo spesso questa testimonianza di Nedo Fiano, specie quando mi trovo a terra e alle prese con piccoli e grandi problemi. E poi mi dico che in fondo va bene. Che non ho dovuto abbracciare mia madre per abbandonarla per sempre. Che non ho dovuto spogliarmi e spidocchiarmi o defecare in pubblico con altri centinaia di persone.
Che non ho sorriso e detto che non succederà niente a chi sta andando incontro a morte certa. Che non ho visto i pesci saltare euforici nell’acqua per mangiarsi quello che resta di mogli, sorelle e madri. Mi dico che è una giornata meravigliosa.

La negatività degli altri, invece, non è un tuo problema
Molto di quanto detto sin qui potrebbe ascriversi al pensiero negativo. Pensare lo scenario peggiore per creare quello migliore, anche in azienda, è da sempre un mio mantra. La negatività invece di chi ti circonda non è altrettanto utile. Spesso si tratta di persone distanti e che non hanno molto in gioco. Che non comprendono l’ostinazione di chi non si rassegna. Ecco, in questi casi, io uso rispondere “Qual è l’alternativa allo sperare e battersi per il proprio futuro?”

Domani andrà meglio, intanto Fai
Ho sempre pensato sia poco utile dividere tutto in bianco e nero. Sono entrambi necessari. Allo stesso modo con il perfezionismo. C’è ne è un tipo positivo: tendere ogni giorno a migliorare e migliorarsi, sfidarsi continuamente, non adagiarsi, specie in questi tempi. E poi c’è il perfezionismo “nevrotico” che ti porta a desiderare sempre qualcosa non solo di elevato ma molte volte irrealistico. E, nel caso dei problemi, è ancora più pericoloso. Porta a voler risolvere tutto e subito. E poi, inevitabilmente, a rimanere bloccati e immobili. Il più mio consiglio è: domani sarà migliore, tutto sarà perfetto, intanto Fai.

«Come posso sapere i punti che verranno? Ma servirmi con diligenza e con abilità dei punti che sono venuti, ecco appunto qual è il mio compito. […] Tu, di conseguenza, prendi la materia e lavorala». Epiteto

Speriamo per non morire. Anche da vecchi. Anche da stanchi.

In occasione del World Economic Forum del quale si parlava in apertura, l’artista iraniano Mehdi Ghadyanloo è stato incaricato di creare un’opera di oltre 186 metri quadri chiamato “Finding Hope”. Ha spiegato a Forbes cosa si cela in quel disegno.

A volte è difficile rimanere ottimisti ma è sempre meglio farlo. Ci sono così tante sfide che dominano la vita di così tante persone. Quest’opera mi ha dato sottolineare e stimolare un po’ di riflessione sul potere della speranza.

E forse quel palloncino rosso descrive bene la scena, di ogni giorno. Sta a noi decidere se volerà in alto o finirà sgonfio a terra. La speranza è che si speri. Ancora. Anche da vecchi. Anche stanchi. Perché se speri, con intelligenza e impegnandoti per cambiare le cose, non sei finito. Sei vivo.

Puoi essere più piccolo o più grande dei tuoi problemi. Ma per risolverli devi essere più grande.

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