Cambiare. Riuscirà a te ?

In Talento e responsabilità
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Da qualche parte dovremo pur cominciare a cambiare se vogliamo altro.

Ma abbiamo troppa paura.
Riempiamo di paura la borraccia per il viaggio e ci meravigliamo se poi abbiamo sete di novità.
Beh, non si placherà quella sete, bevendo paura.
La paura di perdere la nostra consistenza e di non venire riconosciuti per la carta d’identità che abbiamo messo insieme come un outfit da sfoggiare ad una festa.
Fatta di tutti i pezzi e le descrizioni migliori, scelti dal banco frigo della macelleria social che serve luoghi comuni e banalità.

Chi ce la fa a dire a mogli, mariti, figli, genitori e amici:
“Non sono quello che vi ho detto, non sono quello che vi ho mostrato.
Vi voglio bene, ma lasciatemi andare, che vorrei capirne di più”.
Ci piace così tanto il nostro vecchio lenzuolo transizionale che tutti quelli nuovi ci sembra odorino di colla e poca familiarità.
E così lo trasciniamo a destra e sinistra, consumandone gli orli e riempiendolo di sudore e sangue e macchie indelebili che saranno un buon pro-memoria per rimpianti e rimorsi futuri.
Ma non basta quel lenzuolo.
Basta quando sei bambino.
Poi cresci e annusi, tocchi, assaggi, guardi oltre la siepe.
Il cambiamento bussa.
Bussa così forte che ti svegli ed esci dal coma.
Il che non significa che tutte le tue facoltà siano integre o che tu abbia la forza per affrontarlo.
Ma senti che le punte dei piedi si possono muovere e speri che il resto seguirà.
Strapieno di gente che ti tira per i vestiti e ti trattiene con le unghie mentre tu prenderesti il volo come un aerostato, stanco di eoni di letargo.
E ti rigiri disperato per non fare troppo male mentre ti divincoli, che non è il tuo scopo fare male, ma solo quello di prendere aria e magari prendere il vento.
Cambi per non morire.
Mica per dare fastidio.

Esiste poi una via per non fare male?
Non ci è riuscito nemmeno Leopardi, quando scappò dalla famiglia, a non dare sofferenza.

Riuscirà a te?
Il vero punto è che la sofferenza che darai a chi ti crede altro sarà immensa quando il palco crollerà.
E l’alternativa al cambiamento, è mantenerlo, quel palco, per tutta la vita.
Ma qui allora la ruota si ferma, il gioco è finito, il canarino deve rassegnarsi.
Perché se la vità è tenere su un palco, eliminando tutto ciò che non piace al pubblico allora dobbiamo mettere la parola fine alla speranza.
E la speranza è tutto ciò che rende sensata questa esistenza.
E si cambia per potere sperare.

Aspirare al meglio, prepararsi sempre per il peggio. E avere sempre un piano B. 

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