3 incontri, 3 storie

In Graffi sull'anima
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Non penso di essere particolarmente intelligente e ogni sera mi chiedo se ho imparato qualcosa di buono o se ho solo riempito il diario della mia esistenza con una X, segnata in nero sul calendario, accartocciando il foglietto che segna la data e il santo del giorno per buttarlo nel cestino sbordato del passato.

Oggi mi sono imbattuto in diverse piccole storie, forse più colorate del solito e stasera, che è sabato e domani non devo alzarmi presto per versarmi e nuotare controcorrente nel frullatore quotidiano, mi permetto di ripensare e scrivere.
Oggi ho corso. Veloce. Per un ora intera. Passando davanti alle ringhiere un po’ nuove e un po’ vecchie nelle strade più solitarie del mio paese.
Quando corri come cura cerchi qualcosa che non sta da nessuna parte. Cerchi risposte nei posti sbagliati perché non c’è un posto giusto se non nel tuo cuore. E quello ce l’hai a disposizione sempre, anche mentre stai sul divano o alla scrivania, ma è quasi nuovo perché lo usi a poco.
Sarà per questo che quando corri e lui comincia a battere più veloce, sale con i suoi dubbi e le sue manie fino a toccare quei budelli di cervello che di solito tieni paralizzati, come congelati, per evitare che si scaldino di rabbia o di troppo amore.
Quando questo piccolo incantesimo avviene, le domande e le risposte se ne escono avviluppate come la treccia di una bella bambina o la crocchia di una vecchia signora, candide o grigie di ingenuità o saggezza.
Ecco, correndo ho incrociato con lo sguardo un primo cartello. Di quelli vicini alla cassetta della posta. Destinati a chi suonerà il campanello. Di quelli appesi alle cancellate. Una bella casa. Di quelle che ti fanno pensare che il bello potrebbe risanare il mondo. Diceva: “Attenzione, in questa casa siamo tutti molti nervosi” e mostrava un cane cattivo.
Pensavo di avere letto male. No. Era proprio così.
Corro. Corro. Corro.
Perché non è mica normale appendere un cartello così destinato al prossimo.
Fa stare male me, che non devo entrare e corro, per scappare dai miei pensieri cattivi, figuriamoci a chi deve entrare.
Le parole guariscono. Le parole fanno ammalare.
Oggi il destino ha deciso che è la giornata dei cartelli.
Dopo un paio di chilometri eccone un altro. Sul cancello di una casa un po’ meno bella, questo dice “attenti al cane… e al padrone” e rappresenta una mano che impugna una Magnum, una pistola che ammazzerebbe un bufalo.
Corro. Corro. Corro. Ancora più veloce. Scappo da un mostro nero che mi si è parato di fronte assieme a quel cartello.
E’ il mostro dell’intolleranza, della paura e del cinismo.
Un mostro che butta via il bambino con l’acqua sporca e che ti urla nelle orecchie di chiudere tutto, finestre, porte, occhi, orecchie e alla fine anche la bocca… tanto puoi sempre mettere un cartello. Definitivo come un catenaccio. Inappellabile come una condanna a morte. Irragionevole come un cappio.
Il cappio che strangola la tua umanità e che inizia piano piano a soffocarti.
E lentamente muore di anossia la tua possibilità di aiutare il mondo a stare in piedi, magari barcollando, ma rimanere in piedi.
Un cappio che non fa distinzione e che dice “lasciatemi solo e non rompete”.
E non in discussione il diritto a rimanere soli.
Discuto il diritto a inquinare la mia idea di uomo o di donna.
Di gente che pensa che un futuro sempre migliore non solo sia possibile ma che sia una certezza.
Ecco corro fino ad essere stanchissimo mettendo a tacere per sfinimento la rabbia che mi è salita al pensiero che mio figlio veda quei cartelli e mi domandi perché.
Poi oggi accade un terzo incontro. Con un gruppo di donne. Parliamo e si presenta il nuovo libro di una amica. E allora si parla di amore, di difficoltà e scelte. E i miei pensieri partono sibilando verso Venere. Mi accorgo che tutte le frasi finiscono con una speranza. Con una apertura. Con una ipotesi buona e luminosa. Magari non facile. Ma sempre uno scalino verso il “si potrebbe tentare”.
Mi accorgo che quei cartelli sono di sicuro opera di uomini.
Una donna non li avrebbe mai messi a meno che non abbia studiato per fare l’uomo.
Fenomeno mortale che accade.
Ecco stasera riflettevo su questo.
Noi uomini, o molti di noi si potrebbe azzardare, sapremo anche aggiustare caldaie e leggere le cartine stradali ma abbiamo ancora troppi peli e poco cuore.
Come i gorilla solo che loro non appendono quei cartelli e forse non lo fanno perché hanno capito che non serve e forse perché il loro cuore se lo portano sempre appresso.
Noi non più.
Noi non ancora.
Dovremmo ritentare.

“Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo”.

Hannah Arendt

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