Il martello di Bolca. Lezione di marketing dall’era terziaria.
Inviato da admin il esperienze, figlio, marketing il 31 maggio 2010
Bolca è un paesino a 800 metri di altitudine, nella parte nord-orientale della provincia di Verona, all’estremità della Val d’Alpone.
Un posto davvero suggestivo.
Pieno di verde.
Tranquillo e isolato, parecchie bandiere e scritte leghiste alle finestre e sui tetti di diverse abitazioni, la raggiungi per una strada raggomitolata che dalla Valle del Chiampo ti porta al paradiso dei paleontologi,
Bolca e i suoi dintorni sono conosciuti in tutto il mondo per i fossili di piante e di pesci dell’Era Terziaria quindi sassi vecchi di circa 50 milioni di anni.
Piccole tragedie animalesche, ecatombi di pesci tropicali in un atollo che doveva essere bellissimo e lontano migliaia di chilometri.
Trasportato qui dai movimenti tettonici e poi schizzato in alto per l’orogenesi alpina.
Fenomenale.
Un bellissimo piccolissimo museo.
Una bellissima piccolissima cava.
Con un anfiteatro dove si possono raccontare storie che immagino interessanti.
Due perle di cultura, storia e scienza.
Da vedere.
Ma qui nasce il punto di questo post.
Quando arrivo e parcheggio noto che le persone che entrano ed escono dal Museo appartengono a due macrocategorie.
I pensionati e i genitori.
I pensionati sono in gruppetti molto simpatici.
Sono lì più per stare insieme che per la storia.
I genitori invece sono con uno o due figli di età compresa tra i 5 e i 13 anni.
Sopra i 13 i figli se ne vanno con lo scooter a bersi il mojito… altro che fossile dell’Eocene.
Ci ritorneranno quando saranno over 65.
Quindi in veste di pensionati. Se ci sarà la pensione.
La gita a Bolca è abbastanza economica.
Il biglietto del museo costa solo 3 euro e per l’accesso alla cava basta e avanza un euro.
Mi chiedo come facciano a mantenere così bene il Museo e la Cava.
Ormai per deformazione faccio i conti per comprendere se e come raggiungono il punto di pareggio. Il break even del paleontologo.
I conti mi sembrano difficili da fare tornare.
I libri del Museo, in vendita, mi sembrano impolverati e ingialliti.
Non vedo nessuno acquistare le spiegazioni che in 500 anni studiosi di tutto il mondo hanno contribuito a generare.
Sono anche uno dei pochi che legge religiosamente tutti i cartelli esplicativi.
La cultura non si vende.
Nemmeno a Bolca.
Il bilancio libresco langue.
Il negozietto vicino, che vende pietre e fossili che in gran parte arrivano da altre parti del mondo, mi da le prime due lezioni di marketing Eocenico.
Lì c’è un gran andirivieni di bambini, genitori e pensionati.
Possono toccare tutti i pezzettini di sassi, rocce, fossili brasiliani e algerini…
E come minimo escono con un bel pezzo di neolite… che è un impasto colorato prodotto in qualche fabbrica di shenzen…
Allora penso.
Pietra tarocca batte libri autorevoli uno a zero.
SCRIVERE DI UN PRODOTTO NON SIGNIFICA RENDERLO INTERESSANTE, SOPRATTUTTO SE LASCI CHE IL CLIENTE SIA LIBERO O MENO DI LEGGERE.
FARE TOCCARE UN PRODOTTO, ANCHE SE LONTANISSIMO PARENTE DEL VERO OGGETTO DEL DESIDERIO, È QUASI COME AVERLO VENDUTO .
Mi trasferisco dal Museo alla Cava.
Con stupore noto che non si vende nulla alla cava.
Ma come? Penso nella mia pochezza di viaggiatore fuori tempo.
Qui potrebbero vendere fossili.
Sbagliato.
I bambini e i pensionati entrano nella cava che per centinaia d’anni è stata faticosamente scavata e grattata da uomini curvi e duri come cuoio.
Sembra ancora di sentire il lavoro del piccone e del martello. Unici strumenti per un lavoro così delicato.
Mica mine e tritolo.
E quando esci cosa succede?
Succede che sei in mezzo ad un monte di sassi, residui dei mille scavi già fatti.
Sei in una grande pietraia.
E allora cosa vorresti fare?
Se sei un bambino o un pensionato, che poi per certi versi è la stessa cosa, vorresti staccare un gratta e vinci della lotteria dell’era terziaria.
E vincere un bel pesce di 50 milioni di anni, che aspettava proprio te.
La grande soddisfazione di trovare un amico fossile e fare vedere che sei in gamba o fortunato.
Che poi a volte è la stessa cosa.
Come si fa a grattare e vincere?
Le pietre sono come un libro chiuso nel quale le pagine sono gli strati.
Si batte con un martello aprendo lamina per lamina riducendo le pietre piccoli pezzi
Se quando si apre la lastra appare un fossile, allora si dividerà in maniera pressoché uguale nelle due parti, “impronta” e la “controimpronta”.
Deve essere una esperienza indimenticabile.
Una esperienza che nessuno ti deve spiegare quanto bella deve essere.
Ma serve uno strumento.
UN MARTELLO.
DATEMI UN MARTELLO.
E con un tempismo svizzero appaiono i martelli.
Decine, centinaia di martelletti per bambini e pensionati.
Centinaia di martelletti made in china, come i martelli di The Wall dei Pink Floyd.
Due euro e cinquanta l’uno.
E’ l’assedio.
Bambini assistiti dai genitori, pensionati agguerriti come Thor.
Martelletti a go-go.
Ecco il Break Even.
Ecco la lezione di marketing dal pesce fossile millenario.
PUOI VENDERE QUALCOSA ANCHE A QUALCUNO CHE NON HA IN MENTE DI COMPRARE NIENTE DI QUELLO CHE HA VISTO SE RIESCI A FARGLI CREDERE DI AVERE ANCHE SOLO UNA POSSIBILITÀ DI ESSERE PIÙ FELICE.
Torno sui miei passi mentre decine di bambini e pensionati battono felici sulle pietre come tanti condannati ai lavori forzati.
I genitori, che sanno che di gratta e vinci non si vive, ne approfittano per riposarsi all’ombra.
Domani è lunedì. Meglio riprendere le forze.
Tutti sono felici e anche io mi sento bene.
Non ci sono situazioni impossibili per un buon marketer.
Anche se non ha un MBA e non vive a NYC , L.A., Milano o Londra.
Anche in tempi come questi.
Adesso devo solo convincere mio figlio che tagliando l’erba del giardino potrebbe trovare lo scheletro di un dinosauro nascosto e il gioco è fatto.
.
Condividi su Facebook
Rassegna stampa 2010
Inviato da admin il rassegna stampa il 26 maggio 2010
Il mio sogno realizzato in un mondo senza sonno…
Inviato da admin il Futuro, cambiare, fare la differenza, missione il 17 maggio 2010
Ciao Seba,
.
dopo le due parole scambiate l’altra sera , ti scrivo poche righe per farti conoscere come il mio progetto è divenuto realtà, anche grazie a te.
Credo e spero che ti faccia piacere ricevere una testimonianza concreta di come il tuo pensiero abbia reso possibile realizzare un sogno (per quanto piccolo sia).
Sarò breve, anche se un giorno mi piacerebbe raccontarti di come il tuo pensiero abbia condizionato la mia vita .
Ma per farlo dovremmo partire da un viaggio di lavoro che ho fatto nel lontano inverno del 2004 con “La grande differenza” in valigia.
Di quel viaggio ti dico soltanto che una sera in albergo ho letto tutto il libro in poche ore, ho preso carta e penna e ho scritto “Il mio obiettivo è chiaro adesso, lavorare nel mondo del ciclismo, unire passione e lavoro, non so come, ma fosse anche dalla porta secondaria, ci entrerò”
Da allora ho spedito decine di curriculum ad aziende del settore ciclismo proponendomi come commerciale, ma per vari motivi che non elenco, non ho avuto alcun riscontro positivo e quindi ho accantono il proposito.
Poi circa un anno fa, spiazzandomi per la tua disponibilità, mi inviti al seminario .
In uno degli esercizi in cui fissare gli obiettivi scrivo “ voglio un lavoro legato alle mie passioni”.
E così, quasi per magia, scatta dentro di me quel “click”,come lo hai chiamato tu, e mi rendo conto di avere già tutto quello che mi serve:
budget prossimo allo zero, un computer connesso a internet, un obiettivo chiaro, passione per un argomento, rabbia verso la condizione economica in cui la mia famiglia si trovava, competenza specifica di internet marketing e copywriting studiato negli ultimi 3 anni di notte e durante le mie pause pranzo.
Avevo tutto sotto il naso, ma fino a quel momento le mie energie erano disperse in decine di tentativi vaghi e senza una vera motivazione.
Esco dal seminario più confuso di quando sono entrato, ma consapevole di essere pronto al cambiamento.
E così, per farla breve, nel giro di pochi mesi(lavorando di notte e in pausa pranzo) ho scritto un ebook per ciclisti amatori e l’ho messo in vendita su Internet , con il risultato che nei primi 4 mesi ho venduto oltre un centinaio di copie.
Tolte le spese per la pubblicità di Google e altre piccole cose, non mi sono certo arricchito, ma sto pagando il mutuo della casa e questo è già un bel sollievo per me e la mia famiglia. E il bello è che tutto funziona in automatico.
Il progetto inoltre è appena nato ma si sta sviluppando bene, ho aperto anche un blog a supporto del prodotto, per alimentare la mia figura di “esperto” per la community che mi segue (ho una newsletter con circa 3500 iscritti che cresce ogni giorno), inoltre a giorni lancerò un nuovo prodotto, stavolta un video-training.
Ora capisco cosa intendi quando dici che realizzare sogni è la cosa più appagante del mondo. Nel mio caso, creare dal nulla un progetto partendo soltanto da un idea, è la più grande soddisfazione professionale della mia vita.
Ti ho rubato già troppo tempo, devo solo dirti grazie Sebastiano, molto è merito tuo.
Davide
P.S. Nell’ebook c’è una parte motivazionale in cui ho attinto a piene mani dai tuoi libri…
Se vuoi dare un occhiata al mio progetto:
landing page (per l’iscrizione alla newsletter)
www.ciclismopassione.com/tecnichevincenticiclismo
la pagina di vendita dell’ebook
www.ciclismopassione.com/tecnichevincenticiclismo/salespage.html
il blog
www.ciclismopassione.com
.
Condividi su Facebook
Sebastiano consiglia
Ecco 4 libri che Sebastiano ti consiglia di leggere
“Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita” di Taleb Nassim N.
“Nulla succede per caso. Le coincidenze che cambiano la nostra vita” di Hopcke Robert H.
“Il libretto verde della persuasione. Parlare e scrivere, comunicare e convincere gli altri” di Gitomer Jeffrey
“Il potere dell’intenzione” di Dyer Wayne W.
Vai alla pagina dei libri cosigliati da Sebastiano
.
Condividi su Facebook
Le paure degli altri. ( Da Paura a Parte ed. Franco Angeli)
Se vogliamo davvero provare a gestire la paura, dobbiamo sottoporre le minacce che percepiamo, soprattutto quelle che arrivano dai media, al vaglio della nostra intelligenza.
Non accontentandoci di dati di seconda mano o dei “dicono che”, “sentiamo il parere di un esperto”, “una indagine ha dimostrato”.
Chi sono i produttori di questa paura?
Che interessi personali hanno?
A quali interessi economici sono legati?
Insomma: “Cui prodest? ”.
Ma soprattutto chiedetevi se voi ne beneficiate.
Aver paura della concorrenza economica e produttiva del mondo orientale è un bene.
Ci stimola a fare di meglio.
Temere il glutammato monosodico e i ristoranti cinesi non ci stimola nemmeno un po’ ad agire per il meglio.
Ma quanto se n’è visto e sentito dell’uno e dell’altro fenomeno?
Perlomeno nella stessa quantità, ma il secondo è stato presentato in modo più terrorizzante.
La salute è la salute.
Adesso è il momento della paura dei polli. Domani qualcos’altro.
Tutto ciò, lo ripeto, distoglie solo l’attenzione dalle paure più utili.
In cambio odieremo un po’ di più una civiltà che probabilmente non conosciamo, anziché cercare una proficua contaminazione, e sposteremo parte dei nostri pasti e consumi a vantaggio di qualche altro ristoratore.
E la nostra posizione di debolezza rimarrà esattamente uguale, visto che nel frattempo ci siamo disinteressati di identificare le paure vere.
Quelle relative alla nostra preparazione ad affrontare il nuovo.
Quelle relative a mettere in discussione abitudini e stili di vita.
Quelle relative a competenze differenti da acquisire ed inventare.
Quelle relative alla mobilità professionale e alla responsabilità del nostro futuro.
Quelle che si riferiscono a una certa polarizzazione dei redditi e ci indicano che, se non poniamo in essere azioni creative, potremmo andare ad ingrossare quella parte di popolazione che già si ritrova alle prese con lavori marginali, precari e sottopagati.
Il processo è in atto, con buona pace di chi governa, a prescindere dal colore del partito, e ho forti dubbi sulla capacità degli organismi nazionali di ovviare al problema.
Evidente che la responsabilità prima della nostra sicurezza risiede in noi stessi e nelle nostre capacità di comunicare ed agire.
Se c’è, e io credo ci sia, un significato positivo da attribuire alla paura, è quello che essa ci procura uno stimolo forte all’azione.
I venditori di paura sono ovunque.
In ufficio, a casa, per la strada, in treno, in autobus, al parco, al bar.
Vendono terrore e panico.
E con esso immobilismo o fuga.
Oltre che nei media, li troverete nel collega o nell’amico che si è adeguato a questo andazzo e che pensa che la società sia ormai fuori controllo e che l’umanità sia un coacervo di stupratori, approfittatori pedofili, truffatori, drogati ed extracomunitari violenti e assetati di sangue.
Che inevitabilmente trasforma il posto di lavoro in un lager fatto di capi pronti a punirlo, degradarlo, licenziarlo.
Ai quali risponde con una sottomissione sterile, camuffata magari da buona volontà.
Ma che invece è priva di reale impegno e voglia di migliorare.
Questo vostro collega è un figlio, anzi un prodotto della cultura della paura.
Un organismo geneticamente modificato per generare profitti a comando ed evitare domande o atteggiamenti scomodi che interferiscano con gli obiettivi di chi comanda la società.
Che spende tempo e denaro per proteggersi dall’influenza con un vaccino che funziona nel 60 per cento dei casi solo contro l’influenza e non contro gli altri 200 fra virus e batteri che colpiscono gola e polmoni nello stesso periodo dell’anno. E al contempo non si mobilita per fermare la strage di circa 100.000 persone che ogni anno in Italia muoiono a causa del fumo.
(Dimenticavo… forse fuma).
È preoccupato all’inverosimile per le code ai caselli durante gli esodi estivi e per le nevicate sull’Appennino o per l’acqua alta a Venezia.
Non per la sua scarsa competitività.
Non per la sua ormai perduta propensione a viaggiare per trovare un lavoro o imparare una lingua straniera.
Per il suo lento andare fuori moda a favore di individui più affamati, energetici, disponibili a mettersi in gioco.
Convinto di avere diritto all’agio di cui ha goduto finora.
Non angosciato per la piega che il sistema economico sta prendendo e che prevede come unica legge quella del profitto senza regole.
Ma per gli arrivi degli scafisti con il loro carico di umane disgrazie.
Se sarà questo l’atteggiamento, la stragrande maggioranza di noi sarà la nuova classe di domestici dei pochi futuri miliardari.
Capite di cosa si deve avere timore?
Non della perturbazione e dei bollettini meteorologici che occupano ormai metà dei telegiornali.
D’altronde, che azioni si possono prendere per cambiare il tempo?
Mi sembra un buon modo per tenere tranquilla una nazione.
Decidete voi le vostre paure.
Guardate, leggete, approfondite, chiedete.
Non fatevi servire un comodo pasto di ansia preconfezionata.
Cucinatevelo voi se volete ottenere del nutrimento sano, e soprattutto adeguato ai vostri scopi.
Le mie paure potrebbero non essere le vostre.
Potrebbero.
In verità penso che le vere paure di cui temere, i veri mega-trend del terrore, siano molto ben identificabili.
Alcuni riguardano la grande maggioranza della popolazione occidentale, altri quella del terzo mondo, altri ancora tutti gli abitanti del pianeta.
So che esistono due antidoti a queste paure.
Il primo è l’onestà di riconoscersi i primi responsabili della propria salvezza.
Il secondo la capacità di allacciare alleanze e collegamenti con altri individui nella stessa posizione per difendere interessi comuni.
In assenza di questi antidoti, si rischia di essere carne da macello di fronte alla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi.
Ma ora vi lascio del tempo per prendere un foglio bianco, una matita, mettervi tranquilli a rispondere alle domande:
1. “Quali sono le vere minacce al mio futuro e al futuro dei miei figli, e quali quelle che mi vengono imposte da altri?”.
2. “Come posso modificare questa situazione?”.
3. “Cosa devo fare oggi per iniziare ad influenzare le cose?”.
Sono buone domande, e solamente dalle buone domande arrivano buone risposte.
.
Condividi su Facebook
Nuovo sondaggio
Sebastiano sta scrivendo un nuovo libro e ha bisogno di aiuto.
Se vuoi, puoi rispondere a questo poll… Grazie!
Lo trovi nella colonna di destra sotto il video…
.
.
Condividi su Facebook
Vittime Vendicative
Inviato da admin il esperienze, pensieri il 19 aprile 2010

Doveva arrivare un nuovo momento di scoperta.
Da un po’ di tempo non avevo dal Cielo qualche segno Divino che mi illuminasse la via.
E’ accaduto lunedì mattina. Un bel giorno, quando tutto ricomincia e ti senti che hai tutto quello che serve per essere quello che vuoi e per rendere felici tutti quelli che incontri.
Tutti … quasi tutti.
Mentre mi fermo a bere il caffè e penso a quanto piccole le soddisfazioni possono essere per darti un grande piacere non mi accorgo delle nuvole che si addensano all’orizzonte.
Devo depositare tre assegni da poche centinaia di euro l’uno.
Non è mica roba da poco.
Io ancora non lo so alle 8,15 di lunedì mattina ma la Storia della Bancaria , quella con la S e con la B maiuscola è lì che attende e mi farà sputare tutto quel buon sapore di caffè e amorevolezza per il prossimo che si diffonde dal mio palato al mio intero essere.
Sto per incontrare LEI.
L’inflessibile e serissima impiegata della Banca. Banca che non ho scelto ma che per conto di una altra Banca ritira gli effetti e li deposita con una triangolazione sul mio conto.
Io sono il cliente di un altro Istituto, so che per svolgere questo lavoro si fanno anche pagare e già da più di 3 anni deposito il mio denaro a questo sportello.
L’austera Impiegata ha già tentato di farmi sentire inadeguato e anche un po’ sfruttatore in altre operazioni di deposito. “Lei sa che può avere un conto anche qui e le converrebbe … lei sa che la sua Banca non ha sportelli … lei sa che …” e io lo so…lo so…so tutto… Solo che ho già un conto e non ho nessuna voglia di cambiarlo.
“Lei sbaglia a non cambiare…”…lo so…lo so..ci scrivo libri su quanto costa non cambiare anche se non parlo di conti correnti.
Non mi guarda mai in faccia però.
Mi chiede, quando trovo lei, tutta una serie di requisiti e documenti da fare sembrare il prelievo di un detenuto a Guantanamo una passeggiata…per fortuna io i soldi li devo lasciare li.
Di solito lei mi guarda con fare accusatorio anche quando in tutti questi anni allo sportello ci sono ragazzetti tanto simpatici quanto cassieri improvvisati.
Beh… io apprezzo che un dipendente cerchi di portare clienti alla sua azienda. Ci manca altro. Anzi, provo anche un po’ di ammirazione, ma non so che errore sto facendo.
Mai pietà per il proprio carnefice, è la sindrome di Stoccolma. Non la voglio io.
L’errore si dispiega oggi, dopo tre anni di depositi incappo in lei, lunedì mattina, sono il primo cliente.
Ho aspettato anche dieci minuti l’apertura per essere il primo e poi arrivare in ufficio in tempo.
Entro, preparato come Juri Chechi alle Olimpiadi di Atene.
Ho tutto, documenti, IBAN, CC, Carta d’Identità, copie delle vecchie distinte. NON MANCA NULLA…
Mi guarda entrare, il ragazzetto non c’è.
Sembra lo sguardo di un Marines di guardia a Bagdad a uno studente coranico che entrasse con due sacche nere in mano con la scritta “explosive”.
Sento che qualcosa non va.
Saluto e metto sul banco gli effetti e alcune banconote. Tutto da versare.
Parte male, io che credevo di essere un cliente, e quindi quello che va ascoltato e capito, visto che può scegliere, mi sento rispondere prima del saluto “E’ la prima volta che viene qui?”.
Eeheheheh… mi guardo in giro per vedere se ci sono le videocamere nascoste di Scherzi a Parte.
Non le vedo, a meno che non stiano usando quelle impolveratissime dell’impianto di vigilanza.
“No signora” rispondo divertito. “Vengo qui da molti anni”.
La profonda e autorevole bancaria non sorride.
“E’ lunedì mattina imbecille. Sto facendo un lavoro che non mi piace e quindi non c’è una mazza da sorridere”, le leggo il fumetto che le esce dal capo.
La rigorosa impiegata, oggi, non mi vuole convertire alla sua azienda, lei è solo arrabbiata con il mondo e visto che lei non può andare verso il suo mondo è arrabbiata con quel mondo che forzatamente si rivolge a lei.
Oggi tocca a me pagare la sua profonda vittimizzazione.
“Mi deve dare l’ IBAN”.
Ecco.
“Il CC”, ( che è già nell’IBAN, ma taccio per non farla arrabbiare di più).
Pronti.
“L’assegno”.
Subito.
“Non è girato”.
Mi perdoni. Ecco fatto.
“Non ha il numero di IBAN trascritto dietro”.
Sono un povero mentecatto e proprio stamattina non ho ripassato l’accordo interbancario. Chiedo venia.
“Ha riempito la distinta” ?
No mi scusi. Una volta bastava firmarla e il ragazzetto gentilmente e sorridendo la compilava evitando errori. Però capisco. Faccio subito. Ecco qui.
“Documento”.
Pronti qua.
Lo guarda e lo gira. In questa banca hanno almeno venti o trenta fotocopie del mio documento senza contare che abito qui (vabbè questo non conta più… capisco).
Dovrebbe esserci tutto.
Mentre vedo che la Grande Maestra della Cassa comincia il rito magico che muoverà i soldi da me a loro indietreggio di alcuni passi per guardare fuori dalla porta principale.
“Nooooooo!” urla drastica. “Non può allontanarsi se ci sono contanti sul tavolo”. “Poi se manca qualcosa ne vado di mezzo io”. Non serve farle notare che siamo solo io e lei, i suoi colleghi sono dietro.
L’inferno è davvero l’assenza della ragione… e delle buone maniere aggiungerei.
Sono sempre più infastidito da questo comportamento arrogante che mi sposta dall’essere quello che di cui si dovrebbe aver cura a sentirsi una rottura di balle.
Ma questi venti minuti di delirio umano-commerciali non sono finiti.
Si sta preparando l’epilogo.
La Madame delle Distinte prende un assegno e comincia ad osservarlo come Pasteur avrebbe fatto con il virus del vaiolo.
Scuote la testa inappellabile.
“Non posso depositarlo”.
“Perché? “chiedo con una voce che fa trasparire la mia sorpresa, “la persona che me lo ha dato la conosco bene, la cifra è modesta, la data è il 10 aprile, girato e stampigliato, firma, tutto è a posto”.
Riscuote la testa che evidentemente contiene un elaborato processore molto superiore al mio che sono solo un cliente e quindi, come tutti i clienti, sono intelligente solo quando deve pagare gli interessi e i costi di tenuta conto.
“Lei non ha visto che qui c’è scritto 19 aprile e non 10”.
Barcollo.
“Oggi siamo il 12 aprile e quindi non posso cambiarlo”.
Le dico che tutti e 3 gli assegni sono datati 10 li ho ricevuti lo stesso giorno.
E’ solo uno zero fatto male. Ha una sbavatura. Ma se guarda gli altri zeri vedrà che sono fatti simili. Parte il cerchio da destra e lo chiude, in questo caso lo ha prolungato di 2 millimetri.
E’ finita.
Parte con un spiegazione fatta di aste, limiti, spazi, centrature….e io devo andare a lavorare per poi portarle altri soldi a questa qui.
Le dico: “ma cosa succede se lo sistemo con una penna?”
Mi guarda come Totò Riina guarderebbe Saviano.
Ok, non lo farò anche se avendo viaggiato molto a Napoli un po’ mi viene da ridere.
“E se lo depositasse lo stesso? “ insisto.
“Ah… insomma vuole proprio fare venire fuori un casino. Dovrebbe intervenire la Finanza”.
“La Finanza?”.
Perché un mio amico ha scritto male lo zero del 10 aprile?
Ma a Tanzi cosa faranno se vengono da me per lo zero sbavato?
Ehehehe … se non fossi arrabbiato mi divertirei ma sta esagerando.
“Non è che è d’accordo sul fatto che non c’è senso in tutto quello che sta dicendo?”
Mi conosci, sto depositando un titolo salvo buon fine, è da tre anni che lo faccio, tutto il buonsenso dice che quello zero è uno zero… e se posso insistere…sono un cliente…. Dio Mio, sono un cliente… la ragione del tuo stipendio. Mi vuoi considerare non dico bene ma perlomeno non come DeClerck trattava Mandela?
Mi guarda incattivita ma conscia di avere un asso nella manica. Contro tutta la logica, razionale e commerciale, contro il mondo che l’ha costretta a fare un lavoro che non voleva fare, a servire cliente che non voleva servire.
Una vittima diventata vendicatrice delle sue mancate decisioni.
Possiede la killer application che riuscirà a farmi sentire un verme e desistere dalla richiesta di umanità e sensibilità.
L’arma batteriologica di Saddam, la V2 della bancaria. Quella che produrrà l’Armageddon del cliente esigente.
“Tanto perché lo sappia…IO HO STUDIATO GRAFOLOGIA…quindi…”
Ho perso. Ha vinto lei. Rimetto l’assegno nella borsa.
Tornerò il 19.
Però, no direi di no, ha perso lei, hanno perso i suoi colleghi, ha perso la sua banca.
Io il 19 vado da una altra parte.
Speriamo non abbiano grafologi anche lì.
.
Condividi su Facebook
Sebastiano consiglia
Sebastiano consiglia di leggere “Reinventa te stesso” di Chandler Steve
Vai alla pagina dei libri cosigliati da Sebastiano
.
Condividi su Facebook
Di chi parlare oggi
Inviato da admin il Futuro, esperienze, paura, responsabilità, riflessioni il 2 aprile 2010
In occasione della partecipazione al Convegno Distrettuale relativo al progetto Lions Kairòs
http://www.lions-kairos.it/a_ITA_4_1.html
Di chi parlare oggi?
Dei bambini diversamente abili o dei bambini abili?
Oggi devo decidere. Parlare del problema o della soluzione.
Ho deciso.
Parlo della soluzione.
Inutile dire che il diverso può essere ricchezza.
Lo si sa. La contaminazione tra eventi, persone, culture differenti porta di solito belle sorprese.
Si sa anche che il diverso è un intoppo alla ripetitività dei processi.
Il fuori standard non è mai amato nei processi produttivi.
Inutile raccontarcela.
Ricordo di un bambino a scuola con me che, diverso, risultava di rallentamento alla attività scolastica.
Ai miei tempi si bocciavano quando non si tenevano a casa.
Di sicuro l’anno dopo a quello in cui Giovanni venne bocciato finimmo la geografia e la storia in tempo.
Di sicuro sapemmo dove posizionare Helsinki e chi erano i Gracchi.
Non abbiamo però più saputo dove e chi fosse Giovanni.
Una tacca in più al nostro futuro profilo professionale, una tacca in meno al nostro profilo emotivo.
Una medaglia in più sul petto, una macchia in più sul cuore.
Chi sono diventati quei bambini che hanno visto scomparire Giovanni tra le nebbie del “se non serve non esiste”?
Sono scivolati nella centrifuga della Vita.
E hanno avuto figli a volte destri, meno frequentemente mancini, a volte alti a volte bassi , a volte chiassosi e a volte muti, come i pesciolini rossi.
A volte tristi come la luna d’inverno a volte felici come i fiocchi di zucchero filato.
A volte Giovanni a volte no.
La centrifuga dà e la centrifuga toglie.
La storia gira, si avvolge, si piega e si raddrizza.
La mia è la tua , la tua la mia, a volte meno.
Giovanni meritava di più, noi meritavamo di più.
Meritavamo tutti di più.
Meritavamo una spiegazione, un cenno, un esempio.
Una storia che dicesse che quando un plotone esce lì fuori si riportano a casa tutti.
I Feriti, i vivi e anche i morti.
Così mi hanno insegnato quando ero carabiniere ed uscivo in ordine pubblico, impaurito come penso fosse a volte Giovanni,.
Ho sempre apprezzato questo patto.
E ho sempre riportato a casa i miei e loro me.
E non c’entra con la testa, ma c’entra con il cuore.
Può costare ma salva l’anima, oltre che la vita.
Garantisce che puoi farti la barba usando lo specchio e ti fa sentire meno solo il giorno in cui tocca a te.
Nessuno ripagherà quei bambini e Giovanni di quelle occasioni sprecate di ritornare tutti assieme a casa dalla esplorazione della vita e dei suoi tornanti e tunnel.
Avremmo imparato in tutti i casi che si viene e si va.
Questo è sicuro.
Ma solo assieme avremmo compreso che è come si viene e come si va che fa la differenza.
Non è mica tardi.
Ho visto Giovanni. Passa le giornate al Bar, mentre io corro.
Velocità differenti iniziate tanto tempo fa.
Io posso rallentare. Lui non può accelerare.
Non è più la maestra che lo boccerà.
Chi deve fare sono io.
Spero che accetti da bere Giovanni.
Torniamo a casa.
.
Condividi su Facebook



