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Ogni tanto me lo dimentico

Io non so se davvero ho il diritto di dire basta, di fermarmi, di mollare la presa.
Mi piacerebbe dirmi che, si , posso fare finta di nulla e rinunciare.
Che non importa e che in fin dei conti tanti altri hanno fatto a meno di correre dietro ai loro sogni, come si fa con una ragazza che non ti vuole.
Sarei in buona compagnia mi dico. 
Nessuno avrebbe da ridire.
E forse dormirei sereno.
Anche troppo sereno.
Mi confonderei con la morte.
Ed avrò tempo per dormire e anche per rimanere morto.
Ne avrò una infinità di tempo per rimanere immobile.
E deve essere il Cielo, o chi ci sta dietro, o solo una fortuna che non ho fatto nulla per meritare che quando dubito mi fa incontrare il messaggio giusto.
Il segnale appropriato che non posso posso ignorare.
Devo fare due cose.
Una è scriverlo, per non dimenticare.
L’altra è andare avanti con quello che ho in mente ed essere leale con me stesso.
Per quanto a volte possa sembrare impossibile, stupido e senza senso.
Scopro che non ho nemmeno provato ad insistere.
Come fanno Dick e Rick Hoyt.
C’è da fare quello che si deve fare quando si deve fare.
Ogni tanto me lo dimentico.
Ogni tanto me lo ricorda.
A ognuno la sua storia.
A ognuno la sua avventura.
A Dick e Rick Massimo Rispetto.
 

Il  Team Hoyt  è composto da padre (Dick Hoyt) e figlio (Rick Hoyt). Insieme gareggiano in varie discipline sportive come  il triathlon o la maratona. Rick è rimasto colpito da  paralisi cerebrale infantile  causata  dal mancato apporto di ossigeno al cervello  al momento della nascita (10 gennaio 1962), quando il  cordone ombelicale  si è attorcigliato attorno al collo.
Dick trascina il figlio adagiato in un canotto nelle gare di nuoto, lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore nelle sessioni di ciclismo e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.
I medici dissero ai genitori che Rick avrebbe vissuto in uno stato vegetativo ma questi, con l’aiuto di tecnici e ingegneri della Tufts University, si accorsero che il figlio mostrava una particolare intelligenza espressa principalmente con il senso dell’umorismo. All’età di dodici anni Rick imparò a comunicare usando un computer al quale impartiva le istruzioni con i movimenti della testa. La prima frase che disse con questo dispositivo fu  Go Bruins!  ( Forza Bruins! , riferita ai Boston Bruins, una squadra di hockey di Boston), che fece notare alla famiglia la sua forte passione sportiva. La prima gara alla quale parteciparono fu una corsa di beneficenza su 5 miglia per un compagno di classe di Rick che si era infortunato giocando a  lacrosse.
Dick è un ufficiale in pensione della  Guardia Nazionale degli Stati Uniti d’America. Rick ha conseguito una laurea all’Università di Boston ed ora lavora al Boston College. Insieme continuano a gareggiare e svolgono anche attività di oratori motivazionali.
Il team Hoyt ha preso parte ad oltre mille eventi sportivi, tra cui 67 maratone e 234 gare di triathlon, sei delle quali di tipo  Iron Man.

Da Wikipedia.
Don’t qui poem.
When things go wrong, as they sometimes will, 
When the road you’re trudging seems all uphill, 
When the funds are low and the debts are high, 
And you want to smile, but you have to sigh, 
When care is pressing you down a bit, 
Rest, if you must, but don’t you quit.

Life is queer with its twists and turns, 
As every one of us sometimes learns, 
And many a failure turns about, 
When he might have won had he stuck it out; 
Don’t give up though the pace seems slow– 
You may succeed with another blow.

Often the goal is nearer than, 
It seems to a faint and faltering man, 
Often the struggler has given up, 
When he might have captured the victor’s cup, 
And he learned too late when the night slipped down, 
How close he was to the golden crown.

Success is failure turned inside out– 
The silver tint of the clouds of doubt, 
And you never can tell how close you are, 
It may be near when it seems so far, 
So stick to the fight when you’re hardest hit– 
It’s when things seem worst that you must not quit.

- Author Unknow

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1 commento

Dammi qualche regola… ci provo

Mi sono arrivate un bel po’ di mail,
Mi fa piacere. Davvero. Grazie.
Non ho il tempo di rispondere subito a tutti e nemmeno personalmente quindi approfitto del magico blog per provare a dare dei suggerimenti cumulativi.
Spero vadano bene lo stesso.
Mi piace iniziare dalla mail di Stefano, di Andrea, di Chiara, di Riccardo…tanto per citarne alcuni, in modo che si riconoscano.
Loro e tanti altri hanno una attività.
Hanno fatto il salto e hanno deciso di provare a rendersi indipendenti nelle loro scelte professionali.
Sono tempi belli tosti.
Non c’è nulla di regalato.
Quindi la loro domanda è in sintesi :
“Dammi qualche regola per fare andare bene il mio business”.
“Abbiamo mille rogne, mercato, borsa, stato, dipendenti, finanza, concorrenti…”
Eheheheh…come diceva Che Guevara: “mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!”… quindi cari guerriglieri… preparatevi…
Io ci tento, alla faccia dei tanti disidratati di speranza che si affannano a dirti che sei finito e che è finito il mondo attorno a te…
Provo a mettere assieme un po’ di spunti che non vogliono essere unici e definitivi ma che ho visto funzionare.
 

Io proverei questi rimedi:
 

Prendi con te solo gente che sia disponibile a spartire con te queste righe sotto come punti fissi.
Non sarai e non potrai controllare tutto e tutti e sarebbe un male per te e per loro.
Hai una bella avventura davanti, ti servono compagni fidati, non mercenari.
Piuttosto aspetta quelli giusti ed intanto datti più da fare tu.
Se hai un cliente ci sei, sennò non sei nessuno. Quindi decidi di trattarli bene. E quando dico bene… intendo bene. Davvero bene. Non come l’Alitalia con i suoi passeggeri. Non come certi medici pubblici con loro pazienti. Non come tanti call center della Telecom.
Trattali davvero Bene. Come tratti chi ti interessa ed ami.
La tua idea è nata per servire qualcuno.
Dimenticalo e l’idea è buona solo per passare le domeniche pomeriggio di pioggia.
Ogni giorno convinciti che dovrai cercare di fare di più con meno. Basta poco magari ma non smettere mai. Se smetti il tuo margine tende a calare e se cala il tuo margine prima o poi sarai fuori mercato. E per una azienda significa chiudere.
Non accettare rese mediocri da nessuno. Fornitori, dipendenti, soci e anche te stesso.
Quando accetti qualche comportamento che sia meno di quello che dovrebbe essere apri una falla.
E le falle hanno una brutta caratteristica. Tendono ad allargarsi.
Se non sai razionalmente cosa sia mediocre o cosa no domandalo alla tua pancia o al tuo cuore. Loro sanno sempre se ti stai prendendo in giro e se ti racconti balle.
Se senti che non sono contenti significa che stai accettando ciò che è comodo e non ciò che è giusto per la salute del tuo business.
Mantieni quello che prometti, senza eccezioni, verso tutti.
Il tuo valore e quello della tua azienda sta lì.
Semplifica la vita degli altri. In ogni modo. In ogni luogo. In ogni caso.

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Non ce la farai

“Non ce la farai”.
Quante volte ho incontrato qualcuno che, diretto o di sponda, mi ha detto che non valgo quanto sembra.
“I tuoi non ti comprano il vestito da cowboy, non puoi giocare con noi! Non vedi che uno vestito solo con il cappello di carta da zorro e una spada ricurva da cavaliere proprio non c’entra nulla con noi.”.
E’ cominciata presto.
E tu ci pensi.
Se hanno ragione loro o sei hai ragione tu.
E se il cappello deve per forza essere da cowboy.
E se la spada deve per forza essere una pistola.
Perché per fare festa mica tutto deve essere perfetto come nei film.
Mica puoi sempre essere come loro.
I loro mica lavorano in fabbrica tutto il giorno.
Nel 1971 se sei in fabbrica mica hai tempo per controllare che ci sia congruenza tra i pezzi del vestito in maschera dei tuoi bambini.
Va bene così, ma chi ti dice che non vai bene c’è già a quell’età.
E tu sei così.
Mica puoi trasformare le cose. Soprattutto se hai 7 anni.
Ma puoi trasformare la rabbia in tenacia.
E tenere in tasca i pugni e usarli per prometterti che cappello o non cappello il tuo gioco lo troverai.
“Non sai proprio scrivere Zanolli, sei come Gavino Ledda quando faceva il pastore, prima che da autodidatta imparasse a scrivere. Vai, vai… leggiti Padre Padrone e Lingua di Falce e quando avrai imparato magari ti darò la sufficienza”.
Ricordo solo il cognome di un tale che il caso mi mise come professore di italiano e geografia per un anno al Liceo.
Scrivevo bene fino a quel momento. Almeno così mi dicevano.
Parlava male l’italiano e interrogava sempre su soli due argomenti, la situazione delle donne a Cuba e la situazione economica del Vietnam.
In tutte e due i casi dovevi dire che le donne vivevano felici come mai a Cuba ora che potevano leggere e studiare tutto il giorno e che il Vietnam finalmente era un paradiso dove la gente, finalmente non più schiava del consumismo, si dedicava al lavoro solo il tanto che basta per poi rilassarsi sulle amache al fresco delle tettoie.
Poi un giorno maledetto scopre che mio padre è un piccolo imprenditore.
Beh, si una manciata di dipendenti, tra cui anche mia madre, mia zia, la mia madrina, un paio di cugini… ma Cristo…sempre un PADRONE.
Con i padroni non si tratta.
Con i padroni si agisce.
Soprattutto con i loro figli.
“Non sai scrivere Zanolli”. 4.
“Ma non lo ha nemmeno letto”.
“4 Zanolli. Vai vai se avessi fatto la vita di Gavino Ledda, capiresti e sapresti scrivere, non sei portato”.
Mica puoi trasformare i voti.
Se uno è professore può trasformare la realtà.
Rendere il Vietnam un paradiso e un buon compito in una schifezza.
Ma tu no. Soprattutto se hai 15 anni e non puoi dare del matto al tuo professore.
Rigiri sempre i tuoi pugni nelle tasche.
Succhi il tuo 4 e leggi Gavino Ledda come una punizione e non sai perché.
Gavino Ledda meritava ben più che non essere letto perché ero figlio di un potenziale nemico del socialismo reale.
Tieni i tuoi pugni in tasca contando quanti giorni mancano per potere scrivere una pagina tua, che piaccia a te e su cui nessuno possa sputare sopra solo perché ha una cattedra, malferma, immeritata.
“Non si laureerà mai Zanolli, non è adatto”.
Quante volte in tutti gli anni da pendolare ho sentito questa storia.
Dal primo esame.
Fino al colloquio per avere la tesi.
Non ho nemmeno la capacità di elencare quanti e quali.
Tanti piccoli Catone che avevano già una idea su tutto e su tutti.
Soprattutto su di me.
L’eco di quella frase mi ritorna ancora in qualche notte agitata.
L’indice alzato, a sottolineare, che no, con quel ciuffo ossigenato, quell’orecchino, quella lunga palandrana nera proprio non ci siamo.
Non si è mai visto un laureato serio così.
“No Zanolli, non ci siamo, così non ne darà fuori, se la metta via.”
E li che ti convinci che non è mica poi vero quello che ti dicono.
Hai già diciotto anni.
Hai ancora tutta una salita e i pugni che stringi ora si ricordano di quanto hai inghiottito.
E piano piano non inghiotti più.
Il gioco è dimostrare.
A qualsiasi demolitore…
Rispondere con i risultati.
E la sua cattiveria si spegnerà sotto l’acqua della realtà.
E se dovessi fallire avrai almeno la certezza che sei vero, perché hai deciso e non ha deciso un altro per te.
Mica puoi cambiare sempre il tuo cappello da zorro.
Se ti piace, tienilo in testa orgoglioso, e se i cowboy non vogliono giocare con te, intanto allenati da solo.
Zorro è un eroe. Anche con la spada sbagliata.
I cowboy solo dei mandriani che fanno la guardia alle vacche.

Musica di sottofondo consigliata :
Pictures Of You. The Cure
http://www.youtube.com/watch?v=kcMEx4OHLOs&feature=related

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Il mio sogno realizzato in un mondo senza sonno…

Ciao Seba,

.
dopo le due parole scambiate l’altra sera , ti scrivo poche righe per farti conoscere come il mio progetto è divenuto realtà, anche grazie a te.
Credo e spero che ti faccia piacere ricevere una testimonianza concreta di come il tuo pensiero abbia reso possibile realizzare un sogno (per quanto piccolo sia).
Sarò breve, anche se un giorno mi piacerebbe raccontarti di come il tuo pensiero abbia condizionato la mia vita .
Ma per farlo dovremmo partire da un viaggio di lavoro che ho fatto nel lontano inverno del 2004 con “La grande differenza” in valigia.
Di quel viaggio ti dico soltanto che una sera in albergo ho letto tutto il libro in poche ore, ho preso carta e penna e ho scritto “Il mio obiettivo è chiaro adesso, lavorare nel mondo del ciclismo, unire passione e lavoro, non so come, ma fosse anche dalla porta secondaria, ci entrerò”
Da allora ho spedito decine di curriculum ad aziende del settore ciclismo proponendomi come commerciale, ma per vari motivi che non elenco, non ho avuto alcun riscontro positivo e quindi ho accantono il proposito.
Poi circa un anno fa, spiazzandomi per la tua disponibilità, mi inviti al seminario .
In uno degli esercizi in cui fissare gli obiettivi scrivo “ voglio un lavoro legato alle mie passioni”.
E così, quasi per magia, scatta dentro di me quel “click”,come lo hai chiamato tu, e mi rendo conto di avere già tutto quello che mi serve:
budget prossimo allo zero, un computer connesso a internet, un obiettivo chiaro, passione per un argomento, rabbia verso la condizione economica in cui la mia famiglia si trovava, competenza specifica di internet marketing e copywriting studiato negli ultimi 3 anni di notte e durante le mie pause pranzo.
Avevo tutto sotto il naso, ma fino a quel momento le mie energie erano disperse in decine di tentativi vaghi e senza una vera motivazione.
Esco dal seminario più confuso di quando sono entrato, ma consapevole di essere pronto al cambiamento.
E così, per farla breve, nel giro di pochi mesi(lavorando di notte e in pausa pranzo) ho scritto un ebook per ciclisti amatori e l’ho messo in vendita su Internet , con il risultato che nei primi 4 mesi ho venduto oltre un centinaio di copie.
Tolte le spese per la pubblicità di Google e altre piccole cose, non mi sono certo arricchito, ma sto pagando il mutuo della casa e questo è già un bel sollievo per me e la mia famiglia. E il bello è che tutto funziona in automatico.
Il progetto inoltre è appena nato ma si sta sviluppando bene, ho aperto anche un blog a supporto del prodotto, per alimentare la mia figura di “esperto” per la community che mi segue (ho una newsletter con circa 3500 iscritti che cresce ogni giorno), inoltre a giorni lancerò un nuovo prodotto, stavolta un video-training.
Ora capisco cosa intendi quando dici che realizzare sogni è la cosa più appagante del mondo. Nel mio caso, creare dal nulla un progetto partendo soltanto da un idea, è la più grande soddisfazione professionale della mia vita.
Ti ho rubato già troppo tempo, devo solo dirti grazie Sebastiano, molto è merito tuo.

Davide

P.S. Nell’ebook c’è una parte motivazionale in cui ho attinto a piene mani dai tuoi libri…
 
Se vuoi dare un occhiata al mio progetto:
 
landing page (per l’iscrizione alla newsletter)
www.ciclismopassione.com/tecnichevincenticiclismo
 
la pagina di vendita dell’ebook
www.ciclismopassione.com/tecnichevincenticiclismo/salespage.html
 
il blog
www.ciclismopassione.com

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Le paure degli altri. ( Da Paura a Parte ed. Franco Angeli)

Se vogliamo davvero provare a gestire la paura, dobbiamo sottoporre le minacce che percepiamo, soprattutto quelle che arrivano dai media, al vaglio della nostra intelligenza.
Non accontentandoci di dati di seconda mano o dei “dicono che”, “sentiamo il parere di un esperto”, “una indagine ha dimostrato”.
Chi sono i produttori di questa paura?
Che interessi personali hanno?
A quali interessi economici sono legati?
Insomma: “Cui prodest? ”.
Ma soprattutto chiedetevi se voi ne beneficiate.
Aver paura della concorrenza economica e produttiva del mondo orientale è un bene.
Ci stimola a fare di meglio.
Temere il glutammato monosodico e i ristoranti cinesi non ci stimola nemmeno un po’ ad agire per il meglio.
Ma quanto se n’è visto e sentito dell’uno e dell’altro fenomeno?
Perlomeno nella stessa quantità, ma il secondo è stato presentato in modo più terrorizzante.
La salute è la salute.
Adesso è il momento della paura dei polli. Domani qualcos’altro.
Tutto ciò, lo ripeto, distoglie solo l’attenzione dalle paure più utili.
In cambio odieremo un po’ di più una civiltà che probabilmente non conosciamo, anziché cercare una proficua contaminazione, e sposteremo parte dei nostri pasti e consumi a vantaggio di qualche altro ristoratore.
E la nostra posizione di debolezza rimarrà esattamente uguale, visto che nel frattempo ci siamo disinteressati di identificare le paure vere.
Quelle relative alla nostra preparazione ad affrontare il nuovo.
Quelle relative a mettere in discussione abitudini e stili di vita.
Quelle relative a competenze differenti da acquisire ed inventare.
Quelle relative alla mobilità professionale e alla responsabilità del nostro futuro.
Quelle che si riferiscono a una certa polarizzazione dei redditi e ci indicano che, se non poniamo in essere azioni creative, potremmo andare ad ingrossare quella parte di popolazione che già si ritrova alle prese con lavori marginali, precari e sottopagati.
Il processo è in atto, con buona pace di chi governa, a prescindere dal colore del partito, e ho forti dubbi sulla capacità degli organismi nazionali di ovviare al problema.
Evidente che la responsabilità prima della nostra sicurezza risiede in noi stessi e nelle nostre capacità di comunicare ed agire.
Se c’è, e io credo ci sia, un significato positivo da attribuire alla paura, è quello che essa ci procura uno stimolo forte all’azione.
I venditori di paura sono ovunque.
In ufficio, a casa, per la strada, in treno, in autobus, al parco, al bar.
Vendono terrore e panico.
E con esso immobilismo o fuga.
Oltre che nei media, li troverete nel collega o nell’amico che si è adeguato a questo andazzo e che pensa che la società sia ormai fuori controllo e che l’umanità sia un coacervo di stupratori, approfittatori pedofili, truffatori, drogati ed extracomunitari violenti e assetati di sangue.
Che inevitabilmente trasforma il posto di lavoro in un lager fatto di capi pronti a punirlo, degradarlo, licenziarlo.
Ai quali risponde con una sottomissione sterile, camuffata magari da buona volontà.
Ma che invece è priva di reale impegno e voglia di migliorare.
Questo vostro collega è un figlio, anzi un prodotto della cultura della paura.
Un organismo geneticamente modificato per generare profitti a comando ed evitare domande o atteggiamenti scomodi che interferiscano con gli obiettivi di chi comanda la società.
Che spende tempo e denaro per proteggersi dall’influenza con un vaccino che funziona nel 60 per cento dei casi solo contro l’influenza e non contro gli altri 200 fra virus e batteri che colpiscono gola e polmoni nello stesso periodo dell’anno. E al contempo non si mobilita per fermare la strage di circa 100.000 persone che ogni anno in Italia muoiono a causa del fumo.
(Dimenticavo… forse fuma).
È preoccupato all’inverosimile per le code ai caselli durante gli esodi estivi e per le nevicate sull’Appennino o per l’acqua alta a Venezia.
Non per la sua scarsa competitività.
Non per la sua ormai perduta propensione a viaggiare per trovare un lavoro o imparare una lingua straniera.
Per il suo lento andare fuori moda a favore di individui più affamati, energetici, disponibili a mettersi in gioco.
Convinto di avere diritto all’agio di cui ha goduto finora.
Non angosciato per la piega che il sistema economico sta prendendo e che prevede come unica legge quella del profitto senza regole.
Ma per gli arrivi degli scafisti con il loro carico di umane disgrazie.
Se sarà questo l’atteggiamento, la stragrande maggioranza di noi sarà la nuova classe di domestici dei pochi futuri miliardari.
Capite di cosa si deve avere timore?
Non della perturbazione e dei bollettini meteorologici che occupano ormai metà dei telegiornali.
D’altronde, che azioni si possono prendere per cambiare il tempo?
Mi sembra un buon modo per tenere tranquilla una nazione.
Decidete voi le vostre paure.
Guardate, leggete, approfondite, chiedete.
Non fatevi servire un comodo pasto di ansia preconfezionata.
Cucinatevelo voi se volete ottenere del nutrimento sano, e soprattutto adeguato ai vostri scopi.
Le mie paure potrebbero non essere le vostre.
Potrebbero.
In verità penso che le vere paure di cui temere, i veri mega-trend del terrore, siano molto ben identificabili.
Alcuni riguardano la grande maggioranza della popolazione occidentale, altri quella del terzo mondo, altri ancora tutti gli abitanti del pianeta.
So che esistono due antidoti a queste paure.
Il primo è l’onestà di riconoscersi i primi responsabili della propria salvezza.
Il secondo la capacità di allacciare alleanze e collegamenti con altri individui nella stessa posizione per difendere interessi comuni.
In assenza di questi antidoti, si rischia di essere carne da macello di fronte alla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi.
Ma ora vi lascio del tempo per prendere un foglio bianco, una matita, mettervi tranquilli a rispondere alle domande:
1. “Quali sono le vere minacce al mio futuro e al futuro dei miei figli, e quali quelle che mi vengono imposte da altri?”.
2. “Come posso modificare questa situazione?”.
3. “Cosa devo fare oggi per iniziare ad influenzare le cose?”.
Sono buone domande, e solamente dalle buone domande arrivano buone risposte.

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Ma perché sabato mattina ho sorriso a quella impiegata delle poste?

Ma perché sabato mattina ho sorriso a quella impiegata delle poste?

Il foglietto giallo sgualcito trovato nella cassetta delle lettere diceva: “raccomandata, da ritirare tra le 10 e le 11 nei giorni successivi”.

Ed io alle 9,45 di due giorni dopo varco l’entrata delle poste.

Sorrido, è sabato mattina, sorrido a tutti, c’è un bel sole.

Dico a mio figlio di aspettarmi in auto 2 minuti.

Devo ritirare una busta.

Mi hanno detto di andare li dalle 10 alle 11.

Non ero a casa quando un postino ha fatto il suo lavoro e non mi ha trovato.

Devo, voglio, essere gentile, ho già fatto fare allo Stato un lavoro per niente.

So quanto costa fare lavori per nulla.

Non posso non sentirmi in in debito.

Ho spiegato a mio figlio l’importanza della puntualità .

Meglio tre ore in anticipo che un minuto in ritardo…non è mia.
E’ di Shakespeare.

Poi gli ho spiegato il bene comune, che se tutti mettiamo del rispetto in un sistema il sistema ci rispetta di più.

Troppe cose.

Eccomi qui a sorridere ai tre anziani che aspettano nell’altra coda una pensione:

Alla signora che parcheggiava la bici con un le borse della spesa ed un bambino sul seggiolino.

“Buongiorno” dico all’impiegata e presento il foglietto sgualcito.

Il vetro.

Il vetro è spessissimo.

Parlo forte, già così il rapporto nasce male.

Il vetro spesso a difendere che?

Il vetro spesso a difendere cosa?

L’ufficio postale sembra un bazar…vendono i tutto…dai biglietti di auguri ai libri per bambini…pubblicità di mutui come yogurt, mancano solo gli yogurt veri.

Sorrido ancora.

Si, a questo punto comincio ad avere dei dubbi.

Sono scemo.

L’impegata, accaldata, stanca, accigliata, arrabbiata batte sulla tastiera…guarda trenta volte il biglietto…

Strano..non ci sono più di 10 parole.

Forse sta pensando che io sia un falsificatore di avvisi di raccomandate.

Poi il responso.

“Le abbiamo scritto di venire alle 10”.

Ecco, ma perché sempre a me?

Poi penso che invece è così per tutti.

Taccio. Mi scuso, faccio notare che mancano dieci minuti alle dieci

Mi guarda malissimo.

“Se le scriviamo alle dieci è perché c’è un motivo”.

“Quale?” chiedo con una faccia che deve assomigliare a quella di un macaco.

Si alza e vedo che fruga tra alcune carte, la busta è li.

Si vede da qui.

Non potrebbe essere diversamente.

Se potevo andare anche il giorno prima a ritirare, non può essere diversamente.

E’ li.

Ma il danno è fatto.

Lei è l’autorità e ha dato il responso.

Non può essereincongruente.

L’autorità  non è mai incongruente.

Altrimenti che autorità è.

Un motivo c’è sempre.

“Devono portarcela dall’ufficio centrale” improvvisa guardando lo schermo del pc e distogliendomi di dosso lo sguardo.

Accidenti, devo essere dentro ad un intrigo spionistico internazionale.

L’ufficio centrale…

Me li vedo quelli dell’ufficio centrale a portare con una valigetta piombata con manetta al polso la mia busta.

Tra scatoloni di mutui allo yogurt e pubblicità di gratta e vinci postali.

Taccio.

Mio figlio mi aspetta.

Gli ho promesso due minuti.
E’ sabato e la mia priorità è passare tempo con lui.

Non con questa imbecille.

La puntualità è davvero importante.

Esco.

Vado a fare benzina.

“Mi faccia il pieno”, chiedo al signore avanti con l’età che lesto esce dal suo gabbiotto.

“Certo” , mi risponde lui sorridendo.

Faccio per prendere il tergivetri che sta vicino al distributore.

“Sta scherzando ?” esclama prendendomelo di mano.

“Oddio, ecco un altro nevrotico insoddisfatto”, penso.

“Ci mancherebbe solo che dopo la cortesia di fermarsi a fare benzina da me si dovesse anche lavare i vetri da solo, faccio io”.

E’ un raggio di sole, una illuminazione.

Lo vorrei baciare e fargli baciare mio figlio.

Forse lo vaccinerò contro la stupidità di chi fa pagare agli altri il conto della sua insoddisfazione.

Forse c’è speranza.

Mi frugo le tasche per prendere i soldi.

Ho la cartolina sgualcita, sono le dieci e venti.

Forse quelli dell’ufficio centrale sono arrivati.

Andiamo prima che richiudano.

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Il futuro che ci aspetta

Amsterdam Luglio 2009 112.jpgSto spesso pensando a che futuro ci aspetta.

Più spesso penso a che futuro spetterà ai nostri figli.

Inutile dire che esco spesso da questi momenti di riflessione con le idee confuse.

A volte depresso.

A volte felice.

Oggi è domenica e ho qualche ora libera.

Mi sono riproposto di fare un minimo di chiarezza.

Per quanto difficile e inutile possa sembrarmi.

Eccone il frutto.

Il futuro, almeno per noi occidentali, sarà o è già diverso da tutto ciò che già conosciamo.

Tutto quello che è successo e che sta succedendo indica che il mondo per come lo conosciamo noi, ha messo la freccia e sta svoltando.

Tanto per essere chiari partiamo da alcune premesse poco discutibili:

            La crisi finanziaria, lontana dall’avere esaurito i suoi effetti;

            I cambi climatici, che oltre ad essere causati da comportamenti umani, sono legati a non-influenzabili nuovi comportamenti solari già evidenziati e comprovati dagli scienziati,

            I legami delle catene produttive che si sono allungate e che toccano paesi con differenti tradizioni, religioni, istituzioni,in un domino sempre più impossibile da prevedere nei suoi comportamenti.

            Il picco del petrolio che delimita comunque un passaggio da un era privilegiata ad un’era che non è stata ancora inventata;

            La strutturalità delle questioni sul tappeto,legate più ad un fondamento quasi filosofico del modo di vivere, come ad esempio il consumo acritico e la convinzione inossidabile che avere di più equivale ad essere più felici.

            Le dimensioni delle nuove questioni mondiali enormi, che travalicano i confini nazionali e che rendono i singoli governi statali troppo piccoli anche per solo pensare di mitigare gli effetti delle nuove emergenze finanziarie, belliche, climatiche, civili;

            La reale complessità delle nuove questioni che ancora non ha generato un sistema previsionale attendibile.

Per ultima, la convinzione molto umana e direi quasi hollywodiana che se un sistema ha funzionato per un centinaio di anni possa funzionare sempre e che per definizione esistano dei medici che possano fare resuscitare un agonizzante. Un po’ come le storie d’amore con un immancabile lieto fine.

 

Ci sono poi le cattive abitudini che rendono mondo futuro insidioso anziché promettente:

  1. Uno sfrenato individualismo;
  2. La scarsa e poco diffusa volontà di prendersi responsabilità personali sia che siano materiali, culturali o spirituali;
  3. I governi che rispecchiano queste peculiarità dei singoli;
  4. La lentezza con cui vengono apportati cambiamenti istituzionali e la scarsa propensione a valutare il medio lungo periodo;
  5. La pigrizia mentale, sostanziale generatrice del punto precedente.

 

Le possibili azioni per prepararsi al nuovo :

 

E’ implicito assumere che per uscire (od entrare) in questa nuova era, sia necessario l’uso di una capacità tipica di tutti i grandi uomini e donne che hanno migliorato loro stessi ed il mondo: “ una visione lunga e larga”:

Immaginate che il lavoro, la famiglia, lo Stato, la Religione, la Scuola, i trasporti, la catena alimentare non funzionino più come sapevamo. In casi del genere come faremmo a provvedere a noi ed ai nostri cari?

Scoprirete presto che la parola più utile è “COOPERAZIONE”

Non so dirvi in che modo, ma so dirvi che il futuro passa attraverso questo.

Il contemperamento delle necessità individuali e l’accettazione di un personale passo indietro per poterne fare dieci collettivi in avanti.

Scoprirete presto anche che questo è abbastanza utopistico sul breve.

Troppo poca la pressione che i problemi elencati stanno facendo su tutti noi.

Stiamo ancora troppo bene per prendere in considerazione un ridimensionamento dell’ego.

Una speranza è quella di identificare e poi mettere ai posti di comando quelle figure che storicamente riescono a fare incontrare gli opposti.

Quei leader animati da sogni proiettati oltre la loro esistenza terrena, che chiamano all’azione gli uomini prima che le categorie, le razze, i sessi, i gusti, le classi e le nazionalità in cui ci siamo divisi.

Per permettere ciò è quindi necessario uno sforzo dal basso.

Di scelta sicuro, ma anche di comportamento.

  1. Flessibilità.
  2. Permeabilità.
  3. Curiosità.
  4. Laboriosità.
  5. Ottimismo.

Ecco mi preparerei così al nuovo che si affaccia.

Spingendo più là i limiti che ho in queste abilità

Provando e riprovando e mettendomi alla prova ovunque e comunque.

Spingerei mio figlio, per quanto possibile, a sviluppare queste capacità.

Serviranno più a lui che a me.

Non sono garanzie, sono solo il biglietto di entrata al teatro del futuro.

Esserne attori, comprimari spettatori o venditori di popcorn sarà un effetto della costanza e della reale preparazione tecnica che saremo capaci di dimostrare da ora in poi.

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IMPARARE, ALTRO CHE IL FONDO PENSIONE…

Ipotizzando il fatto che

un individuo abbia

deciso

cosa vuole fare,

cosa crede che lo realizzerà
personalmente o professionalmente,
rimane da introiettare un fatto.

La sua capacità di arrivarci
è legata alla sua capacità
e possibilità

di imparare cose nuove.

In questo momento la nostra capacità
di salire un altro gradino
è limitata dalla nostra
ignoranza specifica.

Se sapessimo cosa e come fare
per procedere
lo avremmo fatto.

Se non l’abbiamo fatto
è perche ci manca qualcosa.

Potrebbe essere una competenza tecnica o la motivazione.

Resta fermo che un elemento o più ci sono ignoti.

Dove stanno queste informazioni?

>> 1 <<


Non stanno di solito in posti
o persone che frequentiamo,
anzi, di solito una informazione mancante
manca solo perchè non abbiamo la buona abitudine
di spingerci fuori dal nostro recinto.

>> 2 <<


Sono spesso vicine a chi ha già fatto
o provato a fare o essere o avere
ciò che vogliamo.

Non rimane che leggere libri o ascoltare audiolibri:
è una facile via per trovarle
visto che queste sono tra le poche vie
attraverso cui le esperienze altrui
divengono patrimonio di altri.

Se tenete conto che un italiano
legge in media meno di un libro l’anno
se ne leggete uno al mese sarete velocemente
12 volte più preparati della media
in uno specifico campo.

Si tratta di investire venti minuti al giorno
in letture coerenti con il vostro interesse
e probabilmente meno del 2 per cento del vostro reddito.

L’investimento è destinato a dare frutti
e mantenere alta la nostra capacità di sviluppare risultati.

Fosse anche rimanere maestri zen.
Infatti le nostre abilità,
se non aggiornate,
tendono ad ossidarsi,
a diminuire la loro capacità con il tempo.

E’ una legge naturale,
che terminerà con un bel buio totale,
ma almeno

vendiamola cara e bene questa pelle.

Diamoci una possibilità
per lasciare il pianeta
con un bel sorriso
di chi non ha rimpianti
e se l’è giocata tutta.

Certo…Ci vuole un obiettivo.

Ma questa non è una novità.

Poi chiedersi “cosa mi serve
per diventare il migliore in quel campo?”.

Poi…Leggere… Chiedere… Imparare… Per sempre.

In ultima, come dice Tom Peter “Fare”.

La strategia va bene,
ma niente è più costruttivo
di mettere le mani in pasta.

Seguite questi passi e dite
al vostro consulente del fondo pensione
che state già costruendo un fondo non svalutabile.

Se non sarà contento…

Significa che non vi vuole bene.

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1 commento

Diciamogli almeno una volta : "Non lo tollero più".

Ma come si fa
a lasciare che la gente
spacchi le vetrine,
distrugga treni,
terrorizzi donne e bambini…..

Spacchi la faccia a quattro carabinieri
che guadagnano
1300 euro
al mese,
1600 con gli straordinari… ?

Ma come si lascia che dei

deficienti

spaccino

questo

per amore dello sport?

O per qualsiasi altra cosa….

Disoccupati Organizzati?


Io credo che i disoccupati
di lavoro
cerchino lavoro.

Non hanno tempo per lo stadio.

Che le vittime della società
cerchino una via d’uscita positiva
altrimenti
non
sono
vittime
ma
volontari.

Che l’esuberanza si sfoghi
con
il sesso o lo sport o la musica….

Oppure non è esuberanza ma solo

cattiveria.

Certo, non rendendo la vita difficile a della gente
che già fa i miracoli
per essere un cittadino
che possa dire a suo figlio

“Vedi,

ci si può

fidare

del prossimo”.


E’ fondamentale per chi approccia i temi del migliormento personale ,
come tanti che leggono queste pagine,
sapere che
questa sua spinta verso

la responsabilità personale

è apprezzata,

compresa,

difesa

dalla collettività

e dallo Stato.

Che le sue scelte sono giuste.

Ogni cosa cade quando si spezza
il contratto sociale
che ci lega cittadini fra cittadini,
cittadini e organizzazioni statali.

Quando chi guarda si sente

parte estranea

tutto scivola lungo la china dell’indifferenza

verso

il buco

nero

dell’inciviltà.

E‘ vero che «Non appena gli affari pubblici
cessano di essere il principale interesse dei cittadini,
e questi preferiscono occuparsi del loro portafogli
piuttosto che della loro persona,
lo Stato è già sull’orlo del disastro »
come scriveva
Jean-Jacques Rousseau.

E allora basta tollerare.
Basta confondere
l’umanità
con l’accettazione
che il
nostro mondo civile è in coma pre-agonica.

Il nostro mondo è il migliore finora realizzato
(il che non significa che non possa essere ancora migliore):

La tolleranza verso comportamenti nichilisti
e privi di reali radici e richieste
che non sia alla fine la solita necessità

di non impegnarsi e godere dell’impegno di altri
è il modo migliore per avvolgerci in una spirale
che ci porterà a mettere

il filo spinato ai recinti delle nostre case,
ad assumere guardie armate,
a passare il nostro tempo
blindati in casa.

Non è questo che voglio
per il mio futuro.


E spero che non lo vogliate nemmeno voi.

Quindi ditelo al vostro politico più vicino

o mandategli

questo post.

Un politico di qualsiasi sponda e di qualsiasi livello.

Diciamogli almeno una volta :
“Non lo tollero più”.

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C’E’ TUTTO QUELLO CHE SERVE


Ho ricevuto molte mail
da persone che cercano di
raggiungere una stabilità emotiva ed economica

cambiando lavoro.

Partendo naturalmente da un budget finanziario
prossimo allo zero
e quindi
solo
con il proprio corpo
e cervello
.

In un periodo come questo
non fa meraviglia leggere richieste di questo genere.
Molti lavori dipendenti sono sempre più alienanti
oppure senza futuro
mentre il lavoro in proprio
lascia intravvedere delle possibilità,
quantomeno con riferimento alla

realizzazione personale.

Non è strano perdere la bussola
e lasciare che le preoccupazioni riempiano
tutto lo spazio del nostro cervello.
E le preoccupazioni prenderanno tutto lo spazio disponibile.
Anche quello appena liberato dalla soluzione di altri problemi.
Io non credo di potermi erigere a mentore
e dare garanzie,
ma posso identificare e suggerire
a questi miei amici alcune azioni
da fare subito per facilitarsi la vita.



1


Corpo e cervello sono una grandissima dote,
molto di più di quanto si possa immaginare.
Nessuna realizzazione
senza un pensiero e senza una azione.
Questo significa darsi da fare
per avere una idea che abbia senso ed appeal per noi,
cercare gli strumenti per realizzarla
e soprattutto vedersi come dipendenti di noi stessi
anche se siamo dipendenti
Potete anche copiare le idee e modificarle,
non si deve per forza essere Leonardo.
Potete anche spostarvi fisicamente.
Non siete costretti a rimanere dove siete.

Cercate su una lista fatta da voi
cosa
vi
fa
battere
il cuore.

Cosa
vi
attira
cosi tanto
da
non
farvi guardare l’orologio.

Ragionate sui risvolti economici di una

attività
basata
sui
vostri
interessi
.


2


Chiudete con la televisione,
i giornali
ed i rapporti sociali banali e superficiali.

Tutta fuffa che potete evitare.

Se c’è qualcosa di importante… Ve lo diranno.

Potete recuperare dalle due alle sette ore al giorno.


3


Anche se non avete ancora deciso

in che attività impegnarvi,
dedicate questo tempo recuperato
ad approfondire la materia che pensate sarà il vostro futuro
e/o usate il tempo per redigere un conto economico futuro.

4


Ricordatevi che la capacità reddituale di ciascuno
è proporzionale alla capacità di risolvere i problemi degli altri,
ma che questa capacità è proprozionale
alla conoscenza specifica che abbiamo.

Inoltre la conoscenza tende a calare progressivamente
in assenza di studio.

Quindi…
Soprattutto in assenza di budget,
serve mantenere a livello le capacità di soluzione.

E’ il nostro reparto ricerca e sviluppo.

Teniamolo in tiro.

5


Potete partire
ora
a ragionare
e fare prove.

Non serve mandare a quel paese tutto immediatamente.
Probabilmente non potete permetterverlo,
quindi non cedete allo stress a breve termine.
Ma se non volete morire di quello a lungo iniziate a pianificare.

E’ più divertente di quello che si immagina.

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