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Ogni tanto me lo dimentico
Inviato da admin il Futuro, cambiare, costruire, decidere, fare la differenza, responsabilità, riflessioni il 7 settembre 2010
Io non so se davvero ho il diritto di dire basta, di fermarmi, di mollare la presa.
Mi piacerebbe dirmi che, si , posso fare finta di nulla e rinunciare.
Che non importa e che in fin dei conti tanti altri hanno fatto a meno di correre dietro ai loro sogni, come si fa con una ragazza che non ti vuole.
Sarei in buona compagnia mi dico.
Nessuno avrebbe da ridire.
E forse dormirei sereno.
Anche troppo sereno.
Mi confonderei con la morte.
Ed avrò tempo per dormire e anche per rimanere morto.
Ne avrò una infinità di tempo per rimanere immobile.
E deve essere il Cielo, o chi ci sta dietro, o solo una fortuna che non ho fatto nulla per meritare che quando dubito mi fa incontrare il messaggio giusto.
Il segnale appropriato che non posso posso ignorare.
Devo fare due cose.
Una è scriverlo, per non dimenticare.
L’altra è andare avanti con quello che ho in mente ed essere leale con me stesso.
Per quanto a volte possa sembrare impossibile, stupido e senza senso.
Scopro che non ho nemmeno provato ad insistere.
Come fanno Dick e Rick Hoyt.
C’è da fare quello che si deve fare quando si deve fare.
Ogni tanto me lo dimentico.
Ogni tanto me lo ricorda.
A ognuno la sua storia.
A ognuno la sua avventura.
A Dick e Rick Massimo Rispetto.
Il Team Hoyt è composto da padre (Dick Hoyt) e figlio (Rick Hoyt). Insieme gareggiano in varie discipline sportive come il triathlon o la maratona. Rick è rimasto colpito da paralisi cerebrale infantile causata dal mancato apporto di ossigeno al cervello al momento della nascita (10 gennaio 1962), quando il cordone ombelicale si è attorcigliato attorno al collo.
Dick trascina il figlio adagiato in un canotto nelle gare di nuoto, lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore nelle sessioni di ciclismo e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.
I medici dissero ai genitori che Rick avrebbe vissuto in uno stato vegetativo ma questi, con l’aiuto di tecnici e ingegneri della Tufts University, si accorsero che il figlio mostrava una particolare intelligenza espressa principalmente con il senso dell’umorismo. All’età di dodici anni Rick imparò a comunicare usando un computer al quale impartiva le istruzioni con i movimenti della testa. La prima frase che disse con questo dispositivo fu Go Bruins! ( Forza Bruins! , riferita ai Boston Bruins, una squadra di hockey di Boston), che fece notare alla famiglia la sua forte passione sportiva. La prima gara alla quale parteciparono fu una corsa di beneficenza su 5 miglia per un compagno di classe di Rick che si era infortunato giocando a lacrosse.
Dick è un ufficiale in pensione della Guardia Nazionale degli Stati Uniti d’America. Rick ha conseguito una laurea all’Università di Boston ed ora lavora al Boston College. Insieme continuano a gareggiare e svolgono anche attività di oratori motivazionali.
Il team Hoyt ha preso parte ad oltre mille eventi sportivi, tra cui 67 maratone e 234 gare di triathlon, sei delle quali di tipo Iron Man.
Da Wikipedia.
Don’t qui poem.
When things go wrong, as they sometimes will,
When the road you’re trudging seems all uphill,
When the funds are low and the debts are high,
And you want to smile, but you have to sigh,
When care is pressing you down a bit,
Rest, if you must, but don’t you quit.
Life is queer with its twists and turns,
As every one of us sometimes learns,
And many a failure turns about,
When he might have won had he stuck it out;
Don’t give up though the pace seems slow–
You may succeed with another blow.
Often the goal is nearer than,
It seems to a faint and faltering man,
Often the struggler has given up,
When he might have captured the victor’s cup,
And he learned too late when the night slipped down,
How close he was to the golden crown.
Success is failure turned inside out–
The silver tint of the clouds of doubt,
And you never can tell how close you are,
It may be near when it seems so far,
So stick to the fight when you’re hardest hit–
It’s when things seem worst that you must not quit.
- Author Unknow
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Dammi qualche regola… ci provo
Inviato da admin il Futuro, cambiare, costruire, fare la differenza, responsabilità, riflessioni il 12 agosto 2010
Mi sono arrivate un bel po’ di mail,
Mi fa piacere. Davvero. Grazie.
Non ho il tempo di rispondere subito a tutti e nemmeno personalmente quindi approfitto del magico blog per provare a dare dei suggerimenti cumulativi.
Spero vadano bene lo stesso.
Mi piace iniziare dalla mail di Stefano, di Andrea, di Chiara, di Riccardo…tanto per citarne alcuni, in modo che si riconoscano.
Loro e tanti altri hanno una attività.
Hanno fatto il salto e hanno deciso di provare a rendersi indipendenti nelle loro scelte professionali.
Sono tempi belli tosti.
Non c’è nulla di regalato.
Quindi la loro domanda è in sintesi :
“Dammi qualche regola per fare andare bene il mio business”.
“Abbiamo mille rogne, mercato, borsa, stato, dipendenti, finanza, concorrenti…”
Eheheheh…come diceva Che Guevara: “mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!”… quindi cari guerriglieri… preparatevi…
Io ci tento, alla faccia dei tanti disidratati di speranza che si affannano a dirti che sei finito e che è finito il mondo attorno a te…
Provo a mettere assieme un po’ di spunti che non vogliono essere unici e definitivi ma che ho visto funzionare.
Io proverei questi rimedi:
Prendi con te solo gente che sia disponibile a spartire con te queste righe sotto come punti fissi.
Non sarai e non potrai controllare tutto e tutti e sarebbe un male per te e per loro.
Hai una bella avventura davanti, ti servono compagni fidati, non mercenari.
Piuttosto aspetta quelli giusti ed intanto datti più da fare tu.
Se hai un cliente ci sei, sennò non sei nessuno. Quindi decidi di trattarli bene. E quando dico bene… intendo bene. Davvero bene. Non come l’Alitalia con i suoi passeggeri. Non come certi medici pubblici con loro pazienti. Non come tanti call center della Telecom.
Trattali davvero Bene. Come tratti chi ti interessa ed ami.
La tua idea è nata per servire qualcuno.
Dimenticalo e l’idea è buona solo per passare le domeniche pomeriggio di pioggia.
Ogni giorno convinciti che dovrai cercare di fare di più con meno. Basta poco magari ma non smettere mai. Se smetti il tuo margine tende a calare e se cala il tuo margine prima o poi sarai fuori mercato. E per una azienda significa chiudere.
Non accettare rese mediocri da nessuno. Fornitori, dipendenti, soci e anche te stesso.
Quando accetti qualche comportamento che sia meno di quello che dovrebbe essere apri una falla.
E le falle hanno una brutta caratteristica. Tendono ad allargarsi.
Se non sai razionalmente cosa sia mediocre o cosa no domandalo alla tua pancia o al tuo cuore. Loro sanno sempre se ti stai prendendo in giro e se ti racconti balle.
Se senti che non sono contenti significa che stai accettando ciò che è comodo e non ciò che è giusto per la salute del tuo business.
Mantieni quello che prometti, senza eccezioni, verso tutti.
Il tuo valore e quello della tua azienda sta lì.
Semplifica la vita degli altri. In ogni modo. In ogni luogo. In ogni caso.
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Il mio sogno realizzato in un mondo senza sonno…
Inviato da admin il Futuro, cambiare, fare la differenza, missione il 17 maggio 2010
Ciao Seba,
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dopo le due parole scambiate l’altra sera , ti scrivo poche righe per farti conoscere come il mio progetto è divenuto realtà, anche grazie a te.
Credo e spero che ti faccia piacere ricevere una testimonianza concreta di come il tuo pensiero abbia reso possibile realizzare un sogno (per quanto piccolo sia).
Sarò breve, anche se un giorno mi piacerebbe raccontarti di come il tuo pensiero abbia condizionato la mia vita .
Ma per farlo dovremmo partire da un viaggio di lavoro che ho fatto nel lontano inverno del 2004 con “La grande differenza” in valigia.
Di quel viaggio ti dico soltanto che una sera in albergo ho letto tutto il libro in poche ore, ho preso carta e penna e ho scritto “Il mio obiettivo è chiaro adesso, lavorare nel mondo del ciclismo, unire passione e lavoro, non so come, ma fosse anche dalla porta secondaria, ci entrerò”
Da allora ho spedito decine di curriculum ad aziende del settore ciclismo proponendomi come commerciale, ma per vari motivi che non elenco, non ho avuto alcun riscontro positivo e quindi ho accantono il proposito.
Poi circa un anno fa, spiazzandomi per la tua disponibilità, mi inviti al seminario .
In uno degli esercizi in cui fissare gli obiettivi scrivo “ voglio un lavoro legato alle mie passioni”.
E così, quasi per magia, scatta dentro di me quel “click”,come lo hai chiamato tu, e mi rendo conto di avere già tutto quello che mi serve:
budget prossimo allo zero, un computer connesso a internet, un obiettivo chiaro, passione per un argomento, rabbia verso la condizione economica in cui la mia famiglia si trovava, competenza specifica di internet marketing e copywriting studiato negli ultimi 3 anni di notte e durante le mie pause pranzo.
Avevo tutto sotto il naso, ma fino a quel momento le mie energie erano disperse in decine di tentativi vaghi e senza una vera motivazione.
Esco dal seminario più confuso di quando sono entrato, ma consapevole di essere pronto al cambiamento.
E così, per farla breve, nel giro di pochi mesi(lavorando di notte e in pausa pranzo) ho scritto un ebook per ciclisti amatori e l’ho messo in vendita su Internet , con il risultato che nei primi 4 mesi ho venduto oltre un centinaio di copie.
Tolte le spese per la pubblicità di Google e altre piccole cose, non mi sono certo arricchito, ma sto pagando il mutuo della casa e questo è già un bel sollievo per me e la mia famiglia. E il bello è che tutto funziona in automatico.
Il progetto inoltre è appena nato ma si sta sviluppando bene, ho aperto anche un blog a supporto del prodotto, per alimentare la mia figura di “esperto” per la community che mi segue (ho una newsletter con circa 3500 iscritti che cresce ogni giorno), inoltre a giorni lancerò un nuovo prodotto, stavolta un video-training.
Ora capisco cosa intendi quando dici che realizzare sogni è la cosa più appagante del mondo. Nel mio caso, creare dal nulla un progetto partendo soltanto da un idea, è la più grande soddisfazione professionale della mia vita.
Ti ho rubato già troppo tempo, devo solo dirti grazie Sebastiano, molto è merito tuo.
Davide
P.S. Nell’ebook c’è una parte motivazionale in cui ho attinto a piene mani dai tuoi libri…
Se vuoi dare un occhiata al mio progetto:
landing page (per l’iscrizione alla newsletter)
www.ciclismopassione.com/tecnichevincenticiclismo
la pagina di vendita dell’ebook
www.ciclismopassione.com/tecnichevincenticiclismo/salespage.html
il blog
www.ciclismopassione.com
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Le paure degli altri. ( Da Paura a Parte ed. Franco Angeli)
Se vogliamo davvero provare a gestire la paura, dobbiamo sottoporre le minacce che percepiamo, soprattutto quelle che arrivano dai media, al vaglio della nostra intelligenza.
Non accontentandoci di dati di seconda mano o dei “dicono che”, “sentiamo il parere di un esperto”, “una indagine ha dimostrato”.
Chi sono i produttori di questa paura?
Che interessi personali hanno?
A quali interessi economici sono legati?
Insomma: “Cui prodest? ”.
Ma soprattutto chiedetevi se voi ne beneficiate.
Aver paura della concorrenza economica e produttiva del mondo orientale è un bene.
Ci stimola a fare di meglio.
Temere il glutammato monosodico e i ristoranti cinesi non ci stimola nemmeno un po’ ad agire per il meglio.
Ma quanto se n’è visto e sentito dell’uno e dell’altro fenomeno?
Perlomeno nella stessa quantità, ma il secondo è stato presentato in modo più terrorizzante.
La salute è la salute.
Adesso è il momento della paura dei polli. Domani qualcos’altro.
Tutto ciò, lo ripeto, distoglie solo l’attenzione dalle paure più utili.
In cambio odieremo un po’ di più una civiltà che probabilmente non conosciamo, anziché cercare una proficua contaminazione, e sposteremo parte dei nostri pasti e consumi a vantaggio di qualche altro ristoratore.
E la nostra posizione di debolezza rimarrà esattamente uguale, visto che nel frattempo ci siamo disinteressati di identificare le paure vere.
Quelle relative alla nostra preparazione ad affrontare il nuovo.
Quelle relative a mettere in discussione abitudini e stili di vita.
Quelle relative a competenze differenti da acquisire ed inventare.
Quelle relative alla mobilità professionale e alla responsabilità del nostro futuro.
Quelle che si riferiscono a una certa polarizzazione dei redditi e ci indicano che, se non poniamo in essere azioni creative, potremmo andare ad ingrossare quella parte di popolazione che già si ritrova alle prese con lavori marginali, precari e sottopagati.
Il processo è in atto, con buona pace di chi governa, a prescindere dal colore del partito, e ho forti dubbi sulla capacità degli organismi nazionali di ovviare al problema.
Evidente che la responsabilità prima della nostra sicurezza risiede in noi stessi e nelle nostre capacità di comunicare ed agire.
Se c’è, e io credo ci sia, un significato positivo da attribuire alla paura, è quello che essa ci procura uno stimolo forte all’azione.
I venditori di paura sono ovunque.
In ufficio, a casa, per la strada, in treno, in autobus, al parco, al bar.
Vendono terrore e panico.
E con esso immobilismo o fuga.
Oltre che nei media, li troverete nel collega o nell’amico che si è adeguato a questo andazzo e che pensa che la società sia ormai fuori controllo e che l’umanità sia un coacervo di stupratori, approfittatori pedofili, truffatori, drogati ed extracomunitari violenti e assetati di sangue.
Che inevitabilmente trasforma il posto di lavoro in un lager fatto di capi pronti a punirlo, degradarlo, licenziarlo.
Ai quali risponde con una sottomissione sterile, camuffata magari da buona volontà.
Ma che invece è priva di reale impegno e voglia di migliorare.
Questo vostro collega è un figlio, anzi un prodotto della cultura della paura.
Un organismo geneticamente modificato per generare profitti a comando ed evitare domande o atteggiamenti scomodi che interferiscano con gli obiettivi di chi comanda la società.
Che spende tempo e denaro per proteggersi dall’influenza con un vaccino che funziona nel 60 per cento dei casi solo contro l’influenza e non contro gli altri 200 fra virus e batteri che colpiscono gola e polmoni nello stesso periodo dell’anno. E al contempo non si mobilita per fermare la strage di circa 100.000 persone che ogni anno in Italia muoiono a causa del fumo.
(Dimenticavo… forse fuma).
È preoccupato all’inverosimile per le code ai caselli durante gli esodi estivi e per le nevicate sull’Appennino o per l’acqua alta a Venezia.
Non per la sua scarsa competitività.
Non per la sua ormai perduta propensione a viaggiare per trovare un lavoro o imparare una lingua straniera.
Per il suo lento andare fuori moda a favore di individui più affamati, energetici, disponibili a mettersi in gioco.
Convinto di avere diritto all’agio di cui ha goduto finora.
Non angosciato per la piega che il sistema economico sta prendendo e che prevede come unica legge quella del profitto senza regole.
Ma per gli arrivi degli scafisti con il loro carico di umane disgrazie.
Se sarà questo l’atteggiamento, la stragrande maggioranza di noi sarà la nuova classe di domestici dei pochi futuri miliardari.
Capite di cosa si deve avere timore?
Non della perturbazione e dei bollettini meteorologici che occupano ormai metà dei telegiornali.
D’altronde, che azioni si possono prendere per cambiare il tempo?
Mi sembra un buon modo per tenere tranquilla una nazione.
Decidete voi le vostre paure.
Guardate, leggete, approfondite, chiedete.
Non fatevi servire un comodo pasto di ansia preconfezionata.
Cucinatevelo voi se volete ottenere del nutrimento sano, e soprattutto adeguato ai vostri scopi.
Le mie paure potrebbero non essere le vostre.
Potrebbero.
In verità penso che le vere paure di cui temere, i veri mega-trend del terrore, siano molto ben identificabili.
Alcuni riguardano la grande maggioranza della popolazione occidentale, altri quella del terzo mondo, altri ancora tutti gli abitanti del pianeta.
So che esistono due antidoti a queste paure.
Il primo è l’onestà di riconoscersi i primi responsabili della propria salvezza.
Il secondo la capacità di allacciare alleanze e collegamenti con altri individui nella stessa posizione per difendere interessi comuni.
In assenza di questi antidoti, si rischia di essere carne da macello di fronte alla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi.
Ma ora vi lascio del tempo per prendere un foglio bianco, una matita, mettervi tranquilli a rispondere alle domande:
1. “Quali sono le vere minacce al mio futuro e al futuro dei miei figli, e quali quelle che mi vengono imposte da altri?”.
2. “Come posso modificare questa situazione?”.
3. “Cosa devo fare oggi per iniziare ad influenzare le cose?”.
Sono buone domande, e solamente dalle buone domande arrivano buone risposte.
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Di chi parlare oggi
Inviato da admin il Futuro, esperienze, paura, responsabilità, riflessioni il 2 aprile 2010
In occasione della partecipazione al Convegno Distrettuale relativo al progetto Lions Kairòs
http://www.lions-kairos.it/a_ITA_4_1.html
Di chi parlare oggi?
Dei bambini diversamente abili o dei bambini abili?
Oggi devo decidere. Parlare del problema o della soluzione.
Ho deciso.
Parlo della soluzione.
Inutile dire che il diverso può essere ricchezza.
Lo si sa. La contaminazione tra eventi, persone, culture differenti porta di solito belle sorprese.
Si sa anche che il diverso è un intoppo alla ripetitività dei processi.
Il fuori standard non è mai amato nei processi produttivi.
Inutile raccontarcela.
Ricordo di un bambino a scuola con me che, diverso, risultava di rallentamento alla attività scolastica.
Ai miei tempi si bocciavano quando non si tenevano a casa.
Di sicuro l’anno dopo a quello in cui Giovanni venne bocciato finimmo la geografia e la storia in tempo.
Di sicuro sapemmo dove posizionare Helsinki e chi erano i Gracchi.
Non abbiamo però più saputo dove e chi fosse Giovanni.
Una tacca in più al nostro futuro profilo professionale, una tacca in meno al nostro profilo emotivo.
Una medaglia in più sul petto, una macchia in più sul cuore.
Chi sono diventati quei bambini che hanno visto scomparire Giovanni tra le nebbie del “se non serve non esiste”?
Sono scivolati nella centrifuga della Vita.
E hanno avuto figli a volte destri, meno frequentemente mancini, a volte alti a volte bassi , a volte chiassosi e a volte muti, come i pesciolini rossi.
A volte tristi come la luna d’inverno a volte felici come i fiocchi di zucchero filato.
A volte Giovanni a volte no.
La centrifuga dà e la centrifuga toglie.
La storia gira, si avvolge, si piega e si raddrizza.
La mia è la tua , la tua la mia, a volte meno.
Giovanni meritava di più, noi meritavamo di più.
Meritavamo tutti di più.
Meritavamo una spiegazione, un cenno, un esempio.
Una storia che dicesse che quando un plotone esce lì fuori si riportano a casa tutti.
I Feriti, i vivi e anche i morti.
Così mi hanno insegnato quando ero carabiniere ed uscivo in ordine pubblico, impaurito come penso fosse a volte Giovanni,.
Ho sempre apprezzato questo patto.
E ho sempre riportato a casa i miei e loro me.
E non c’entra con la testa, ma c’entra con il cuore.
Può costare ma salva l’anima, oltre che la vita.
Garantisce che puoi farti la barba usando lo specchio e ti fa sentire meno solo il giorno in cui tocca a te.
Nessuno ripagherà quei bambini e Giovanni di quelle occasioni sprecate di ritornare tutti assieme a casa dalla esplorazione della vita e dei suoi tornanti e tunnel.
Avremmo imparato in tutti i casi che si viene e si va.
Questo è sicuro.
Ma solo assieme avremmo compreso che è come si viene e come si va che fa la differenza.
Non è mica tardi.
Ho visto Giovanni. Passa le giornate al Bar, mentre io corro.
Velocità differenti iniziate tanto tempo fa.
Io posso rallentare. Lui non può accelerare.
Non è più la maestra che lo boccerà.
Chi deve fare sono io.
Spero che accetti da bere Giovanni.
Torniamo a casa.
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Sebastiano sfida Pukka
Inviato da admin il Futuro, riflessioni il 21 marzo 2010

Mai più di una volta al mese.
Ho visto “Supersize me” di Spurlock e mi ha convinto che bene proprio non faccia…
Però non riesco a battere il marketing di questi geni.
Oggi trasformer e pukka in regalo.
Ho perso ancora prima di cominciare.
Ho meno appeal di pukka…accidenti.
Piove che i campi sembrano piscine.
Quelle giornate dove il cielo e l’asfalto hanno lo stesso colore, quelle giornate dove notte, mattina, pomeriggio e sera hanno lo stesso melassoso impasto d’olio e fumo.
Mc Donald.
Un non-luogo come lo chiamano i sociologi.
Ma non serve un sociologo per capire che è un punto di incontro che non esiste in verità.
Potrebbe essere dappertutto e in nessun posto.
Popolato da tutti e nessuno.
Qui infatti non ci si riconosce e anche se ci vede e come essere trasparenti.
Trasparenti come i sacchettini che contengono le mele e l’uva.
1 euro.
Ma non li mangia nessuno.
Non si va da Mc Donald per mangiare frutta.
Come per le persone.
Non le vede nessuno.
Non si va da Mc Donald per vedere persone.
Allora mi metto ad osservare io.
L’umanità passa dal fastfood.
Il cibo riempie.
Ha un buon sapore.
Costa poco.
Tutto è colorato.
Tutto si butta via e non c’è da preoccuparsi.
Regalano cose.
Le cannucce e i tovaglioli non finiscono mai.
C’è un parco giochi gratis.
C’è il parcheggio grande. Gratis.
Nessuno ti guarda in verità.
Puoi comportarti bene o male ed è lo stesso.
Puoi curarti i denti con le dita o usare il tovagliolo come Donna Letizia ed è uguale.
Potresti anche morire e avresti la stessa attenzione di un filet ‘o fish smangiucchiato lasciato sul bancone.
Sorrido mentre penso ai mondi che si sfiorano senza mai incontrarsi.
Una pioggia di meteore incompatibili che masticano le medesime patatine fritte.
Questo posto è una profezia.
Questo posto ti dice come finirà se non cambiamo.
Questo posto è il futuro terribile possibile che sembra augurabile solo da fuori.
Se non si osserva bene.
C’è una tranquilla signora veneta di settant’anni, cotonata e con una bella tinta color miele scuro, cardigan attillato su qualche chilo in più, curata, demodè.
Si mangia un hamburger e aspetta i nipotini che giocano.
Nipotini belli biondi, ben vestiti, vivaci e sorridenti.
La signora è quanto di più locale e nostrano si possa immaginare, starebbe bene con una gondola in plastica in mano.
Dietro di lei, ma proprio dietro il vetro, sui tavolini fuori, tre nordafricani trasandati con le loro barbe da studenti coranici e borse di plastica svuotano su un vassoio una frittura comprata altrove.
Parlano a bocca piena, rumorosi e disordinati.
Li separa dalla signora un vetro di 5 millimetri.
Non starebbero mai così vicini.
Non potrebbero nemmeno guardarsi.
Non saprebbero che dirsi.
Ogni tanto si guardano ma solo per studiarsi.
Come farebbe uno gnu con un leone.
Si disprezzano. Per motivi diversi ma si disprezzano.
Sono tutto ciò che l’altra parte non sarebbe mai.
Non c’è sorriso, saluto, cenno di comprensione.
Solo lunghe strisce di pioggia lungo la vetrata che sembrano le lacrime di un mondo confuso.
Mi accorgo che siamo ad un punto morto.
Nessuno delle due parti farà mai il primo passo.
E’ una crisi da egocentrismo.
Di qua e di là.
Di qua e di là si pensa di essere sempre nel giusto.
Tutti vittime e mai nessun colpevole.
Tutti Abele.
Caino sta sempre di là.
Caino sarà quello che perde.
Sento che siamo sempre ad un passo dal non ritorno se il vetro rimane lì…
Ed il vetro piange e non si muove.
Bip… Bip..
Mi soccorre Einstein con una frase che trovo alla fine di una lunga mail che un amico mi scrive durante questa domenica fangosa.
La mail fa suonare il suo bip e mi distoglie dallo spettacolo interculturale a base di cheesburger, islam, cardigan stretti e coca light… “Mettiamo fine all’unica crisi che è davvero una minaccia per tutti: la tragedia di non voler lottare per superarla”.
Einstein avrebbe chiuso la discussione così…
E chi sono io per non lasciargliela chiudere… pukka?
Da AndyMagazine

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Di mestiere fa il manager e il formatore di manager. I suoi libri hanno titoli come “la grande differenza” e “Paura a parte”.
Il vicentino Sebastiano Zanolli, classe ‘64, ha lavorato… continua
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Da comunitazione.it…
Il recente lancio di Google Buzz ha scaldato una volta di più il dibattito sulla privacy in rete e le preoccupazioni sulla tutela dei dati personali sui social media. continua
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Scarcity World
Inviato da admin il Futuro, riflessioni il 22 febbraio 2010

Il mondo è già entrato nell’era della scarsità ed è probabile che ci rimanga per un po’.
Un Medioevo Digitalmente Interconnesso con attori sempre più grandi e sempre più piccoli si sta annunciando e non credo che la cosa dovrebbe spaventarci quanto piuttosto metterci in uno stato di eccitata preparazione.
E’ un mondo differente. Da 20.000 anni le civiltà e le condizioni cambiano e l’uomo si adatta, ci adatteremo anche noi, quindi due riflessioni è bene farle.
Scarsità di libertà come concepita finora.
La caduta della fiducia nella finanza e nel mondo degli affari ha condotto tutti noi a rivedere il sistema di vita e anche i valori verranno ridefiniti secondo una nuova mappa che ancora rimane oscura ai più.
Di sicuro c’è che i governi centrali stanno già esercitando un maggiore controllo su organizzazioni creditizie e politiche per domare un mondo tendenzialmente confuso e quindi potenzialmente pericoloso.
Prepariamoci, sul breve termine, ad essere un po’ meno liberi di intraprendere, almeno qui da noi.
Scarsità di risorse.
Nel 2025 saremo circa 8 miliardi su questo pianeta e tanta gente che si dibatte per lo stesso pezzo di pane non è mai stata un buon viatico per una vita tranquilla.
Una mole simile di necessità e voglia di arrivare non si era mai vista tutta assieme.
Dovrebbe fare poca meraviglia quindi sapere che Zinco, Tantalio, Antimonio oltre al petrolio e a centinaia di altri minerali e composti che caratterizzano la nostra vita quotidiana stanno oltrepassando o hanno già superato la loro soglia di picco, cioè il momento in cui inizia la discesa e quindi se ne estraggono sempre meno di quanto se ne consumino.
Insomma entro il 2035 non avremo più molte delle risorse su cui si basa la nostra civiltà.
Cosa, si fa in una casa di contadini di fine ‘800 , quando l’inverno ha distrutto gran parte delle colture?
Si riducono e diversificano i consumi.
Gli effetti sul mercato di questi prossimi anni di scarsità saranno molto probabilmente di tipo efficientistico.
Auto e macchinari che consumano meno.
Prodotti che durano di più.
Prodotti e servizi che risolvono problemi più concreti.
Pubblicità che propongono soluzioni e non che ne creano.
Riparazioni anziché usa e getta.
Avvicinamento del consumo ai luoghi di produzione.
Protezionismi e auto-consumi.
Prima che il mercato del credito e della finanza riparta basandosi su nuove autorità monetarie e finanziarie passeremo un periodo nuovo, certamente più secco e aspro, a cui dovremmo abituarci sin d’ora.
Il mio pensiero è che ci sono delle domande base che potrebbero aiutarci a prepararci all’era della scarsità da un punto di vista lavorativo.
Non che non servissero anche prima.
Però oggi hanno una valenza di maggiore intensità.
In ballo c’è la sopravvivenza individuale e non è tanto per dire.
Ho detto individuale, non comunitaria.
Le comunità sopravvivranno, i singoli non necessariamente.
Eccole le domande:
Quale è il mio piano di vita generale?
Cosa posso tralasciare?
Cosa voglio raggiungere che mi faccia davvero felice?
Cosa aggiungo al processo?
Dove e come sto aiutando gli altri a vivere più facilmente e più felicemente?
Cosa sto risparmiando?
In cosa sto investendo?
Come mi sto preparando al saper fare e al saper essere in una epoca più avara?
Che alleanze sto stringendo?
Non perdete tempo.
Rispondetevi.
Di buono c’è che è probabile che dopo l’era della scarsità si riprenderà a consumare, ad avere fiducia, a costruire, secondo altri canoni e valori, ma di nuovo con speranze collettive.
Si ricomincerà ad andare verso l’altro e verso l’alto come è sempre stato e sempre sarà.
Insomma, l’alba ritorna sempre. Dobbiamo solo prepararci bene per questa ennesima notte: per noi e per i nostri figli.
Non è una novità a guardarla da abbastanza lontano.
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