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Il martello di Bolca. Lezione di marketing dall’era terziaria.

Bolca è un paesino  a 800 metri di altitudine, nella parte nord-orientale della provincia di Verona, all’estremità della Val d’Alpone.
Un posto davvero suggestivo.
Pieno di verde.
Tranquillo e isolato, parecchie bandiere e scritte leghiste alle finestre e sui tetti di diverse abitazioni, la raggiungi per una strada raggomitolata che dalla Valle del Chiampo ti porta al paradiso dei paleontologi,
Bolca e i suoi dintorni sono conosciuti in tutto il mondo per i fossili di piante e di pesci dell’Era Terziaria quindi sassi vecchi di circa 50 milioni di anni.
Piccole tragedie animalesche, ecatombi di pesci tropicali in un atollo che doveva essere bellissimo e lontano migliaia di chilometri.
Trasportato qui dai movimenti tettonici e poi schizzato in alto per l’orogenesi alpina.
Fenomenale.
Un bellissimo piccolissimo museo.
Una bellissima piccolissima cava.
Con un anfiteatro dove si possono raccontare storie che immagino interessanti.
Due perle di cultura, storia e scienza.
Da vedere.
Ma qui nasce il punto di questo post.
Quando arrivo e parcheggio noto che le persone che entrano ed escono dal Museo appartengono a due macrocategorie.
I pensionati e i genitori.
I pensionati sono in gruppetti molto simpatici.
Sono lì più per stare insieme che per la storia.
I genitori invece sono con uno o due figli di età compresa tra i 5 e i 13 anni.
Sopra i 13 i figli se ne vanno con lo scooter a bersi il mojito… altro che fossile dell’Eocene.
Ci ritorneranno quando saranno over 65.
Quindi in veste di pensionati. Se ci sarà la pensione.
La gita a Bolca è abbastanza economica.
Il biglietto del museo costa solo 3 euro e per l’accesso alla cava basta e avanza un euro.
Mi chiedo come facciano a mantenere così bene il Museo e la Cava.
Ormai per deformazione faccio i conti per comprendere se e come raggiungono il punto di pareggio. Il break even del paleontologo.
I conti mi sembrano difficili da fare tornare.
I libri del Museo, in vendita, mi sembrano impolverati e ingialliti.
Non vedo nessuno acquistare le spiegazioni che in 500 anni studiosi di tutto il mondo hanno contribuito a generare.
Sono anche uno dei pochi che legge religiosamente tutti i cartelli esplicativi.
La cultura non si vende.
Nemmeno a Bolca.
Il bilancio libresco langue.
Il negozietto vicino, che vende pietre e fossili che in gran parte arrivano da altre parti del mondo, mi da le prime due lezioni di marketing Eocenico.
Lì c’è un gran andirivieni di bambini, genitori e pensionati.
Possono toccare tutti i pezzettini di sassi, rocce, fossili brasiliani e algerini…
E come minimo escono con un bel pezzo di neolite… che è un impasto colorato prodotto in qualche fabbrica di shenzen…
Allora penso.
Pietra tarocca batte libri autorevoli uno a zero.

SCRIVERE DI UN PRODOTTO NON SIGNIFICA RENDERLO INTERESSANTE, SOPRATTUTTO SE LASCI CHE IL CLIENTE SIA LIBERO O MENO DI LEGGERE.

FARE TOCCARE UN PRODOTTO, ANCHE SE LONTANISSIMO PARENTE DEL VERO OGGETTO DEL DESIDERIO, È QUASI COME AVERLO VENDUTO .

Mi trasferisco dal Museo alla Cava.
Con stupore noto che non si vende nulla alla cava.
Ma come? Penso nella mia pochezza di viaggiatore fuori tempo.
Qui potrebbero vendere fossili.
Sbagliato.
I bambini e i pensionati entrano nella cava che per centinaia d’anni è stata faticosamente scavata e grattata da uomini curvi e duri come cuoio.
Sembra ancora di sentire il lavoro del piccone e del martello. Unici strumenti per un lavoro così delicato.
Mica mine e tritolo.
E quando esci cosa succede?
Succede che sei in mezzo ad un monte di sassi, residui dei mille scavi già fatti.
Sei in una grande pietraia.
E allora cosa vorresti fare?
Se sei un bambino o un pensionato, che poi per certi versi è la stessa cosa, vorresti staccare un gratta e vinci della lotteria dell’era terziaria.
E vincere un bel pesce di 50 milioni di anni, che aspettava proprio te.
La grande soddisfazione di trovare un amico fossile e fare vedere che sei in gamba o fortunato.
Che poi a volte è la stessa cosa.
Come si fa a grattare e vincere?
Le pietre sono come un libro chiuso nel quale le pagine sono gli strati.
Si batte con un martello aprendo lamina per lamina riducendo le pietre piccoli pezzi
Se quando si apre la lastra appare un fossile, allora si dividerà in maniera pressoché uguale nelle due parti, “impronta” e la “controimpronta”.
Deve essere una esperienza indimenticabile.
Una esperienza che nessuno ti deve spiegare quanto bella deve essere.
Ma serve uno strumento.
UN MARTELLO.
DATEMI UN MARTELLO.
E con un tempismo svizzero appaiono i martelli.
Decine, centinaia di martelletti per bambini e pensionati.
Centinaia di martelletti made in china, come i martelli di The Wall dei Pink Floyd.
Due euro e cinquanta l’uno.
E’ l’assedio.
Bambini assistiti dai genitori, pensionati agguerriti come Thor.
Martelletti a go-go.
Ecco il Break Even.
Ecco la lezione di marketing dal pesce fossile millenario.

PUOI VENDERE QUALCOSA ANCHE A QUALCUNO CHE NON HA IN MENTE DI COMPRARE NIENTE DI QUELLO CHE HA VISTO SE RIESCI A FARGLI CREDERE DI AVERE ANCHE SOLO UNA POSSIBILITÀ DI ESSERE PIÙ FELICE.

Torno sui miei passi mentre decine di bambini e pensionati battono felici sulle pietre come tanti condannati ai lavori forzati.
I genitori, che sanno che di gratta e vinci non si vive, ne approfittano per riposarsi all’ombra.
Domani è lunedì. Meglio riprendere le forze.
Tutti sono felici e anche io mi sento bene.
Non ci sono situazioni impossibili per un buon marketer.
Anche se non ha un MBA e non vive a NYC , L.A., Milano o Londra.
Anche in tempi come questi.
Adesso devo solo convincere mio figlio che tagliando l’erba del giardino potrebbe trovare lo scheletro di un dinosauro nascosto e il gioco è fatto.

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Vittime Vendicative

Doveva arrivare un nuovo momento di scoperta.
Da un po’ di tempo non avevo dal Cielo qualche segno Divino che mi illuminasse la via.
E’ accaduto lunedì mattina. Un bel giorno, quando tutto ricomincia e ti senti che hai tutto quello che serve per essere quello che vuoi e per rendere felici tutti quelli che incontri.
Tutti … quasi tutti.
Mentre mi fermo a bere il caffè e penso a quanto piccole le soddisfazioni possono essere per darti un grande piacere non mi accorgo delle nuvole che si addensano all’orizzonte.
Devo depositare tre assegni da poche centinaia di euro l’uno.
Non è mica roba da poco.
Io ancora non lo so alle 8,15 di lunedì mattina ma la Storia della Bancaria , quella con la S e con la B maiuscola è lì che attende e mi farà sputare tutto quel buon sapore di caffè e amorevolezza per il prossimo che si diffonde dal mio palato al mio intero essere.
Sto per incontrare LEI.
L’inflessibile e serissima impiegata della Banca. Banca che non ho scelto ma che per conto di una altra Banca ritira gli effetti e li deposita con una triangolazione sul mio conto.
Io sono il cliente di un altro Istituto, so che per svolgere questo lavoro si fanno anche pagare e già da più di 3 anni deposito il mio denaro a questo sportello.
L’austera Impiegata ha già tentato di farmi sentire inadeguato e anche un po’ sfruttatore in altre operazioni di deposito. “Lei sa che può avere un conto anche qui e le converrebbe … lei sa che la sua Banca non ha sportelli … lei sa che …” e io lo so…lo so…so tutto… Solo che ho già un conto e non ho nessuna voglia di cambiarlo.
“Lei sbaglia a non cambiare…”…lo so…lo so..ci scrivo libri su quanto costa non cambiare anche se non parlo di conti correnti.
Non mi guarda mai in faccia però.
Mi chiede, quando trovo lei, tutta una serie di requisiti e documenti da fare sembrare il prelievo di un detenuto a Guantanamo una passeggiata…per fortuna io i soldi li devo lasciare li.
Di solito lei mi guarda con fare accusatorio anche quando in tutti questi anni allo sportello ci sono ragazzetti tanto simpatici quanto cassieri improvvisati.
Beh… io apprezzo che un dipendente cerchi di portare clienti alla sua azienda. Ci manca altro. Anzi, provo anche un po’ di ammirazione, ma non so che errore sto facendo.
Mai pietà per il proprio carnefice, è la sindrome di Stoccolma. Non la voglio io.
L’errore si dispiega oggi, dopo tre anni di depositi incappo in lei, lunedì mattina, sono il primo cliente.
Ho aspettato anche dieci minuti l’apertura per essere il primo e poi arrivare in ufficio in tempo.
Entro, preparato come Juri Chechi alle Olimpiadi di Atene.
Ho tutto, documenti, IBAN, CC, Carta d’Identità, copie delle vecchie distinte. NON MANCA NULLA…
Mi guarda entrare, il ragazzetto non c’è.
Sembra lo sguardo di un Marines di guardia a Bagdad a uno studente coranico che entrasse con due sacche nere in mano con la scritta “explosive”.
Sento che qualcosa non va.
Saluto e metto sul banco gli effetti e alcune banconote. Tutto da versare.
Parte male, io che credevo di essere un cliente, e quindi quello che va ascoltato e capito, visto che può scegliere, mi sento rispondere prima del saluto “E’ la prima volta che viene qui?”.
Eeheheheh… mi guardo in giro per vedere se ci sono le videocamere nascoste di Scherzi a Parte.
Non le vedo, a meno che non stiano usando quelle impolveratissime dell’impianto di vigilanza.
“No signora” rispondo divertito. “Vengo qui da molti anni”.
La profonda e autorevole bancaria non sorride.
“E’ lunedì mattina imbecille. Sto facendo un lavoro che non mi piace e quindi non c’è una mazza da sorridere”, le leggo il fumetto che le esce dal capo.
La rigorosa impiegata, oggi, non mi vuole convertire alla sua azienda, lei è solo arrabbiata con il mondo e visto che lei non può andare verso il suo mondo è arrabbiata con quel mondo che forzatamente si rivolge a lei.
Oggi tocca a me pagare la sua profonda vittimizzazione.
“Mi deve dare l’ IBAN”.
Ecco.
“Il CC”, ( che è già nell’IBAN, ma taccio per non farla arrabbiare di più).
Pronti.
“L’assegno”.
Subito.
“Non è girato”.
Mi perdoni. Ecco fatto.
“Non ha il numero di IBAN trascritto dietro”.
Sono un povero mentecatto e proprio stamattina non ho ripassato l’accordo interbancario. Chiedo venia.
“Ha riempito la distinta” ?
No mi scusi. Una volta bastava firmarla e il ragazzetto gentilmente e sorridendo la compilava evitando errori. Però capisco. Faccio subito. Ecco qui.
“Documento”.
Pronti qua.
Lo guarda e lo gira. In questa banca hanno almeno venti o trenta fotocopie del mio documento senza contare che abito qui (vabbè questo non conta più… capisco).
Dovrebbe esserci tutto.
Mentre vedo che la Grande Maestra della Cassa comincia il rito magico che muoverà i soldi da me a loro indietreggio di alcuni passi per guardare fuori dalla porta principale.
“Nooooooo!” urla drastica. “Non può allontanarsi se ci sono contanti sul tavolo”. “Poi se manca qualcosa ne vado di mezzo io”. Non serve farle notare che siamo solo io e lei, i suoi colleghi sono dietro.
L’inferno è davvero l’assenza della ragione… e delle buone maniere aggiungerei.
Sono sempre più infastidito da questo comportamento arrogante che mi sposta dall’essere quello che di cui si dovrebbe aver cura a sentirsi una rottura di balle.
Ma questi venti minuti di delirio umano-commerciali non sono finiti.
Si sta preparando l’epilogo.
La Madame delle Distinte prende un assegno e comincia ad osservarlo come Pasteur avrebbe fatto con il virus del vaiolo.
Scuote la testa inappellabile.
“Non posso depositarlo”.
“Perché? “chiedo con una voce che fa trasparire la mia sorpresa, “la persona che me lo ha dato la conosco bene, la cifra è modesta, la data è il 10 aprile, girato e stampigliato, firma, tutto è a posto”.
Riscuote la testa che evidentemente contiene un elaborato processore molto superiore al mio che sono solo un cliente e quindi, come tutti i clienti, sono intelligente solo quando deve pagare gli interessi e i costi di tenuta conto.
“Lei non ha visto che qui c’è scritto 19 aprile e non 10”.
Barcollo.
“Oggi siamo il 12 aprile e quindi non posso cambiarlo”.
 Le dico che tutti e 3 gli assegni sono datati 10 li ho ricevuti lo stesso giorno.
E’ solo uno zero fatto male. Ha una sbavatura. Ma se guarda gli altri zeri vedrà che sono fatti simili. Parte il cerchio da destra e lo chiude, in questo caso lo ha prolungato di 2 millimetri.
E’ finita.
Parte con un spiegazione fatta di aste, limiti, spazi, centrature….e io devo andare a lavorare per poi portarle altri soldi a questa qui.
Le dico: “ma cosa succede se lo sistemo con una penna?”
Mi guarda come Totò Riina guarderebbe Saviano.
Ok, non lo farò anche se avendo viaggiato molto a Napoli un po’ mi viene da ridere.
“E se lo depositasse lo stesso? “ insisto.
“Ah… insomma vuole proprio fare venire fuori un casino. Dovrebbe intervenire la Finanza”.
“La Finanza?”.
Perché un mio amico ha scritto male lo zero del 10 aprile?
Ma a Tanzi cosa faranno se vengono da me per lo zero sbavato?
Ehehehe … se non fossi arrabbiato mi divertirei ma sta esagerando.
“Non è che è d’accordo sul fatto che non c’è senso in tutto quello che sta dicendo?”
Mi conosci, sto depositando un titolo salvo buon fine, è da tre anni che lo faccio, tutto il buonsenso dice che quello zero è uno zero… e se posso insistere…sono un cliente…. Dio Mio, sono un cliente… la ragione del tuo stipendio. Mi vuoi considerare non dico bene ma perlomeno non come DeClerck trattava Mandela?
Mi guarda incattivita ma conscia di avere un asso nella manica. Contro tutta la logica, razionale e commerciale, contro il mondo che l’ha costretta a fare un lavoro che non voleva fare, a servire cliente che non voleva servire.
Una vittima diventata vendicatrice delle sue mancate decisioni.
Possiede la killer application che riuscirà a farmi sentire un verme e desistere dalla richiesta di umanità e sensibilità.
L’arma batteriologica di Saddam, la V2 della bancaria. Quella che produrrà l’Armageddon del cliente esigente.
“Tanto perché lo sappia…IO HO STUDIATO GRAFOLOGIA…quindi…”
Ho perso. Ha vinto lei. Rimetto l’assegno nella borsa.
Tornerò il 19.
Però, no direi di no, ha perso lei, hanno perso i suoi colleghi, ha perso la sua banca.
Io il 19 vado da una altra parte.
Speriamo non abbiano grafologi anche lì.

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Di chi parlare oggi

In occasione della partecipazione al Convegno Distrettuale relativo al progetto Lions Kairòs

http://www.lions-kairos.it/a_ITA_4_1.html

 
 

Di chi parlare oggi?
Dei bambini diversamente abili o dei bambini abili?
Oggi devo decidere. Parlare del problema o della soluzione.
Ho deciso.
Parlo della soluzione.
Inutile dire che il diverso può essere ricchezza.
Lo si sa. La contaminazione tra eventi, persone, culture differenti porta di solito belle sorprese.
Si sa anche che il diverso è un intoppo alla ripetitività dei processi.
Il fuori standard non è mai amato nei processi produttivi.
Inutile raccontarcela.
Ricordo di un bambino a scuola con me che, diverso, risultava di rallentamento alla attività scolastica.
Ai miei tempi si bocciavano quando non si tenevano a casa.
Di sicuro l’anno dopo a quello in cui Giovanni venne bocciato finimmo la geografia e la storia in tempo.
Di sicuro sapemmo dove posizionare Helsinki e chi erano i Gracchi.
Non abbiamo però più saputo dove e chi fosse Giovanni.
Una tacca in più al nostro futuro profilo professionale, una tacca in meno al nostro profilo emotivo.
Una medaglia in più sul petto, una macchia in più sul cuore.
Chi sono diventati quei bambini che hanno visto scomparire Giovanni tra le nebbie del “se non serve non esiste”?
Sono scivolati nella centrifuga della Vita.
E hanno avuto figli a volte destri, meno frequentemente mancini, a volte alti a volte bassi , a volte chiassosi e a volte muti, come i pesciolini rossi.
A volte tristi come la luna d’inverno a volte felici come i fiocchi di zucchero filato.
A volte Giovanni a volte no.
La centrifuga dà e la centrifuga toglie.
La storia gira, si avvolge, si piega e si raddrizza.
La mia è la tua , la tua la mia, a volte meno.
Giovanni meritava di più, noi meritavamo di più.
Meritavamo tutti di più.
Meritavamo una spiegazione, un cenno, un esempio.
Una storia che dicesse che quando un plotone esce lì fuori si riportano a casa tutti.
I Feriti, i vivi e anche i morti.
Così mi hanno insegnato quando ero carabiniere ed uscivo in ordine pubblico, impaurito come penso fosse a volte Giovanni,.
Ho sempre apprezzato questo patto.
E ho sempre riportato a casa i miei e loro me.
E non c’entra con la testa, ma c’entra con il cuore.
Può costare ma salva l’anima, oltre che la vita.
Garantisce che puoi farti la barba usando lo specchio e ti fa sentire meno solo il giorno in cui tocca a te.
Nessuno ripagherà quei bambini e Giovanni di quelle occasioni sprecate di ritornare tutti assieme a casa dalla esplorazione della vita e dei suoi tornanti e tunnel.
Avremmo imparato in tutti i casi che si viene e si va.
Questo è sicuro.
Ma solo assieme avremmo compreso che è come si viene e come si va che fa la differenza.
Non è mica tardi.
Ho visto Giovanni. Passa le giornate al Bar, mentre io corro.
Velocità differenti iniziate tanto tempo fa.
Io posso rallentare. Lui non può accelerare.
Non è più la maestra che lo boccerà.
Chi deve fare sono io.
Spero che accetti da bere Giovanni.
Torniamo a casa.

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Lezioni cinesi

Sono tornato da un viaggio di una settimana in Cina.
Certo, poco tempo. Honk Kong, Shangai e Pechino in una manciata di giorni implica consumare molte ore in viaggio.  Aereo, auto, pullman.  Sono sicuro di non avere capito né tutto né molto. Ma tant’è. Questo è quello che posso raccontare dei cinque giorni (viaggio di andate e ritorno escluso) nel Nuovo Celeste Impero. Non è in ordine e non segue un filo logico. Sono solo appunti di viaggio.  Cinque lezioni, una ogni 24ore.
Passare momenti educativi davanti al check in di Air China dove si parla quasi esclusivamente Mandarino è la fonte del primo insegnamento.
Lezione Nr. 1: Se tu sei quello che ha un problema di conoscenza della lingua (in questo caso) conviene a te trovare una soluzione, non a me. Ovvero, se tu sei quello che ha bisogno di qualcosa da me sei tu quello che si adatta.
Le decrepite ma tradizionali case in centro a Pechino, popolate da povera gente e prossime all’abbattimento, vicine a dei modernissimi Centri Commerciali frequentati da gente “stra-cool”  in Porsche Carrera e BMW X6  sono state la scintilla per il secondo pensiero.
Lezione Nr. 2:  La velocità dei cambiamenti rende più impermeabili gli strati sociali e li allontana e desensibilizza gli uni verso gli altri.  Se accetti questo come normale ti converrà essere tra quelli capaci di vincere. Rimanere dall’altra parte non è divertente.
Il numero di persone impiegate in lavori apparentemente assurdi, come stare di guardia tutta la notte alle Toilette dell’aeroporto di Pechino che, credetemi, alle 2 di notte è popolato come il nord della Groenlandia, o 17 commesse disponibili in un corner di abbigliamento di 40 metri quadri mi invitava a riflettere.
Lezione Nr.3: Chi ha un lavoro è meno disperato e quindi meno pericoloso di chi non ce l’ha.  Se la famiglia è numerosa questo vale doppio. Unica richiesta: adattarsi. Se domani non avrò un lavoro mi conviene sempre adattarmi a meno che non voglia prendere la strada della lotta armata o dell’ascetismo pauperistico.
Facebook non si vede in Cina. La schermata iniziale di internet che ti spiega che tutto quello che vedi, scrivi e scarichi può essere letto dalle autorità governative che ti possono arrestare e portare in giudizio o in galera se violi la legge, che non è quella sulla pedofilia ma piuttosto quella sulle notizie scomode, mi ha fatto pensare.
Lezione Nr. 4: La conoscenza è potere. Se non lo fosse il web sarebbe libero. Da noi lo è. Forse il nostro sistema non è perfetto, anzi, sicuramente non lo è. A maggiore ragione le libertà che dà vanno sfruttate. Se non lo fai sputi in faccia a chi non può dire liberamente che gli stanno simpatici gli Uiguri dello Xinjang senza finire ai ferri ed è probabile che domani tocchi a te.
Spingono tutti in Cina, anche quando non c’è la coda. Me lo aveva preannunciato Federico, un amico. E’ vero. Se da quando nasci sei sempre di fronte al problema dei pochi posti per tanti cresci spingendo. Mio figlio è figlio unico. Deve spintonare poco, perlomeno a casa e comunque ha fatto l’asilo alla Montessori. Li chiedi per favore anche per spostare una sedia. In  Cina no. La Montessori pensano che sia una marca di Caffè italiano.
Lezione Nr 5: Risorse scarse è domanda alta ti rendono più aggressivo. Non è una questione di culture diverse. E nemmeno solo di dimensioni geografiche o demografiche. La Cina cresce perché è anche più aggressiva nei suoi componenti individuali.  Un po’ di competizione ti rende meno educato ma più forte. Se fai incontrare uno educato e uno aggressivo converrà al primo essere molto convincente da un punto di vista comunicativo.
Comunque:
quando un sistema politico si modifica geneticamente, come questo Comunismo incrociato con il Capitalismo,  comunque vada, la povera gente perde. Dittatura e Competitività sono 2 elementi che, insieme, non mantengono nessuna delle virtù necessarie ai più deboli.
Il resto si vedrà ma la Cina è davvero più vicina di quello che ci si immagina. Un vocabolario di Mandarino potrebbe non essere male come regalo per il prossimo compleanno.

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Francesco Guarnieri al telefono con Sebastiano

Decido!
Oggi ho preso una decisione, seguendo il buon consiglio di una persona che si occupa di formazione e sviluppo personale: intervistare almeno un manager di successo al mese. Ho chiesto personalmente al mio direttore generale, mi ha detto di mandargli un email di promemoria, se ne parla per febbraio o marzo. Ho un account su Linked In e sono socio del gruppo La Grande Differenza, di Sebastiano Zanolli. Gli mando un email (non l’ho mai incontrato prima, anche se conosco ciò di cui parla perché ho già letto e regalato a dieci amici il libro ‘Una soluzione intelligente…’) che, rileggendola, diceva ‘non puoi dire di no alla mia intervista’. Cosa è successo? …. continua

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1 commento

BCC intervista Sebastiano

www.bccvicentino.it

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Gentilissimo a rispondere….interessantissimo nella risposta…

Kikos Papadopoulos
at Greek Travel Directory – Design Stores
 
Ciao Sebastiano Rispondo al tuo interessantissimo video su linked in con una delle piu belle poesie di Constantino Kavafis, “Itaca”. Si! Infatti il mondo e` molto veloce, il business ancora piu veloce, e altretanto lo sono i sogni. Bene o male siamo una massa che viaggia tutta insieme in fretta, manipolata e guidata a volonta. E cosi ne deriva solitudine, violenza e sogni effimeri. Viaggiamo con dipendenze silenziose messe dentro un lievito ben amalgamato da non vederle, pero c’e` sempre … Itaca …
Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sara` questo il genere di incontri se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, ne’ nell’irato Nettuno incapperai se non li porti dentro se l’anima non te li mette contro. Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti – finalmente e con che gioia – toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta; piu’ profumi inebrianti che puoi, va in molte citta` egizie impara una quantita` di cose dai dotti. Sempre devi avere in mente Itaca – raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra` deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.
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Biscotti Rotti

L’altra notte, verso le tre, come spesso accade quando tenti di stare un po’ troppo leggero la sera, mi sono svegliato pieno di fame.
Beh, svegliato non è la parola giusta.
E’ più uno stato alterato di coscienza.
A metà tra l’ipnosi e il sonnambulismo.
Ti sembra di capire tutto e di non sapere niente. O viceversa.
Non so se a voi accade,ma io mi ritrovo davanti al frigo o alla dispensa come un robinson crosue vampiresco.
Con un occhio aperto e l’altro no, mi ritrovo a cercare di capire di cosa ho voglia e cosa posso mettere sotto i denti.

Insomma,vi dicevo, l’altra notte la situazione era presso poco questa.
La mia scelta è caduta su un sacchetto di biscotti.
La scelta più indicata se non devi portarli a letto.
Troppe briciole.
Ma se devi sgranocchiare tre o quattro in piedi come un ladro che vuole evitare la vigilanza notturna di mogli e figli, spaventati da rumori insoliti nel cuore della notte, i biscotti, da una scatola già aperta, sono perfetti.
Levo la molletta che tiene piegato il lato aperto, apro l’imboccatura del sacchetto e guardo dentro.
La situazione è questa.
Sono i biscotti preferiti di mio figlio.
Dentro ci sono biscotti interi.
Dentro ci sono biscotti rotti.
Non so voi.
Ma qui nasce un dilemma notturno presto risolto.
Mangio i biscotti interi quelli rotti?
Voi penserete “ma questo è davvero rincoglionito”.
Possibile, appartengo alla generazione dei baby boomer, gente che non ha sempre brillato di luce propria.
Troppo viziati da una mondo che diventava sempre più ricco senza spiegazione.
Vabbè, ma qui il rincoglionimento generazionale non centra.
La domande è seria.
I biscotti aggiustati sono sempre meglio di quelli rotti.
Hanno tutta la loro forma.
Hanno il galletto stampato sopra.
Hanno i granelli di zucchero belli appiccicati.
Tutto parla della loro bontà.
Quelli rotti no.
Sono gli ultimi del mondo dei dolci.
Angoli sbordati.
Croste sperse.
Pezzi mutilati dei loro acini di zucchero.
Schegge senza né testa né coda del gallo.
Troppo bruni o troppo chiari per mantenere la loro promessa di squisitezza.
Si certo, per un adulto tutto ciò è irragionevole.
Un pezzo di biscotto è un pezzo di biscotto.
Come una goccia d’acqua da un bicchiere rimane rappresentativa di tutta l’acqua.
Una molecola ha le stesse proprietà di tante molecole assieme.
Ma questo è quando sei sveglio.
Quando la ragione indica le ragioni al cuore.
Ma quando sei semi-addormentato e i circuiti neuronali funzionano un po’ come una vecchia Trabant e lasciano comandare alla pancia, succedono cose strane.

E’ l’anima a darti le risposte.
Forse per questo le poesie più languide nascono di notte.
Perché il cervello si fa un po’ in là e rinuncia,più o meno volentieri, al suo ruolo di timoniere.
La mia pancia voleva i biscotti e la mia pancia ha deciso di mangiare quelli rotti.
Meno attraenti.
Meno simpatici.
Più da “lasciamoli per qualcun altro”.
Questo è la cosa che mi ha colpito.
Non ho dovuto pensare a cosa fare.
La mia pancia sa che mio figlio preferisce o avrebbe preferito quelli interi.
Sapeva che in verità mangiare quelli rotti non solo avrebbe nutrito lei ma in qualche piccolo modo avrebbe anche nutrito l’anima.
Sapeva che una rinuncia piccola e segreta ma forse proprio per questo inutile da fare avrebbe lasciato più contento un bambino, che poi sia mio figlio o il figlio di altri è incidentale.
Perché credo che quando ci si priva di qualcosa, anche piccolo, perché qualcuno sarà un po’, anche appena appena appena un po’, più felice ci si nutre l’anima e si sfiora il significato del nostro essere a questo mondo.
Si capisco, sto parlando di un evento talmente marginale da sfiorare il comico o il ridicolo.
Ma per me l’altra notte è stata una minuscola epifania.
Quando lascio che davvero parli il cuore, la scelta è giusta senza possibilità di appello.
La mattina mi sono svegliato e sul notes che tengo sempre sul comodino ho trovato scritto di sghimbescio “ non dimenticare i biscotti rotti”.
Non me ne sono dimenticato.
Devo solo tenerlo a mente più spesso.

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