Archivio della categoria riflessioni
Ogni tanto me lo dimentico
Inviato da admin il Futuro, cambiare, costruire, decidere, fare la differenza, responsabilità, riflessioni il 7 settembre 2010
Io non so se davvero ho il diritto di dire basta, di fermarmi, di mollare la presa.
Mi piacerebbe dirmi che, si , posso fare finta di nulla e rinunciare.
Che non importa e che in fin dei conti tanti altri hanno fatto a meno di correre dietro ai loro sogni, come si fa con una ragazza che non ti vuole.
Sarei in buona compagnia mi dico.
Nessuno avrebbe da ridire.
E forse dormirei sereno.
Anche troppo sereno.
Mi confonderei con la morte.
Ed avrò tempo per dormire e anche per rimanere morto.
Ne avrò una infinità di tempo per rimanere immobile.
E deve essere il Cielo, o chi ci sta dietro, o solo una fortuna che non ho fatto nulla per meritare che quando dubito mi fa incontrare il messaggio giusto.
Il segnale appropriato che non posso posso ignorare.
Devo fare due cose.
Una è scriverlo, per non dimenticare.
L’altra è andare avanti con quello che ho in mente ed essere leale con me stesso.
Per quanto a volte possa sembrare impossibile, stupido e senza senso.
Scopro che non ho nemmeno provato ad insistere.
Come fanno Dick e Rick Hoyt.
C’è da fare quello che si deve fare quando si deve fare.
Ogni tanto me lo dimentico.
Ogni tanto me lo ricorda.
A ognuno la sua storia.
A ognuno la sua avventura.
A Dick e Rick Massimo Rispetto.
Il Team Hoyt è composto da padre (Dick Hoyt) e figlio (Rick Hoyt). Insieme gareggiano in varie discipline sportive come il triathlon o la maratona. Rick è rimasto colpito da paralisi cerebrale infantile causata dal mancato apporto di ossigeno al cervello al momento della nascita (10 gennaio 1962), quando il cordone ombelicale si è attorcigliato attorno al collo.
Dick trascina il figlio adagiato in un canotto nelle gare di nuoto, lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore nelle sessioni di ciclismo e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.
I medici dissero ai genitori che Rick avrebbe vissuto in uno stato vegetativo ma questi, con l’aiuto di tecnici e ingegneri della Tufts University, si accorsero che il figlio mostrava una particolare intelligenza espressa principalmente con il senso dell’umorismo. All’età di dodici anni Rick imparò a comunicare usando un computer al quale impartiva le istruzioni con i movimenti della testa. La prima frase che disse con questo dispositivo fu Go Bruins! ( Forza Bruins! , riferita ai Boston Bruins, una squadra di hockey di Boston), che fece notare alla famiglia la sua forte passione sportiva. La prima gara alla quale parteciparono fu una corsa di beneficenza su 5 miglia per un compagno di classe di Rick che si era infortunato giocando a lacrosse.
Dick è un ufficiale in pensione della Guardia Nazionale degli Stati Uniti d’America. Rick ha conseguito una laurea all’Università di Boston ed ora lavora al Boston College. Insieme continuano a gareggiare e svolgono anche attività di oratori motivazionali.
Il team Hoyt ha preso parte ad oltre mille eventi sportivi, tra cui 67 maratone e 234 gare di triathlon, sei delle quali di tipo Iron Man.
Da Wikipedia.
Don’t qui poem.
When things go wrong, as they sometimes will,
When the road you’re trudging seems all uphill,
When the funds are low and the debts are high,
And you want to smile, but you have to sigh,
When care is pressing you down a bit,
Rest, if you must, but don’t you quit.
Life is queer with its twists and turns,
As every one of us sometimes learns,
And many a failure turns about,
When he might have won had he stuck it out;
Don’t give up though the pace seems slow–
You may succeed with another blow.
Often the goal is nearer than,
It seems to a faint and faltering man,
Often the struggler has given up,
When he might have captured the victor’s cup,
And he learned too late when the night slipped down,
How close he was to the golden crown.
Success is failure turned inside out–
The silver tint of the clouds of doubt,
And you never can tell how close you are,
It may be near when it seems so far,
So stick to the fight when you’re hardest hit–
It’s when things seem worst that you must not quit.
- Author Unknow
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Dammi qualche regola… ci provo
Inviato da admin il Futuro, cambiare, costruire, fare la differenza, responsabilità, riflessioni il 12 agosto 2010
Mi sono arrivate un bel po’ di mail,
Mi fa piacere. Davvero. Grazie.
Non ho il tempo di rispondere subito a tutti e nemmeno personalmente quindi approfitto del magico blog per provare a dare dei suggerimenti cumulativi.
Spero vadano bene lo stesso.
Mi piace iniziare dalla mail di Stefano, di Andrea, di Chiara, di Riccardo…tanto per citarne alcuni, in modo che si riconoscano.
Loro e tanti altri hanno una attività.
Hanno fatto il salto e hanno deciso di provare a rendersi indipendenti nelle loro scelte professionali.
Sono tempi belli tosti.
Non c’è nulla di regalato.
Quindi la loro domanda è in sintesi :
“Dammi qualche regola per fare andare bene il mio business”.
“Abbiamo mille rogne, mercato, borsa, stato, dipendenti, finanza, concorrenti…”
Eheheheh…come diceva Che Guevara: “mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!”… quindi cari guerriglieri… preparatevi…
Io ci tento, alla faccia dei tanti disidratati di speranza che si affannano a dirti che sei finito e che è finito il mondo attorno a te…
Provo a mettere assieme un po’ di spunti che non vogliono essere unici e definitivi ma che ho visto funzionare.
Io proverei questi rimedi:
Prendi con te solo gente che sia disponibile a spartire con te queste righe sotto come punti fissi.
Non sarai e non potrai controllare tutto e tutti e sarebbe un male per te e per loro.
Hai una bella avventura davanti, ti servono compagni fidati, non mercenari.
Piuttosto aspetta quelli giusti ed intanto datti più da fare tu.
Se hai un cliente ci sei, sennò non sei nessuno. Quindi decidi di trattarli bene. E quando dico bene… intendo bene. Davvero bene. Non come l’Alitalia con i suoi passeggeri. Non come certi medici pubblici con loro pazienti. Non come tanti call center della Telecom.
Trattali davvero Bene. Come tratti chi ti interessa ed ami.
La tua idea è nata per servire qualcuno.
Dimenticalo e l’idea è buona solo per passare le domeniche pomeriggio di pioggia.
Ogni giorno convinciti che dovrai cercare di fare di più con meno. Basta poco magari ma non smettere mai. Se smetti il tuo margine tende a calare e se cala il tuo margine prima o poi sarai fuori mercato. E per una azienda significa chiudere.
Non accettare rese mediocri da nessuno. Fornitori, dipendenti, soci e anche te stesso.
Quando accetti qualche comportamento che sia meno di quello che dovrebbe essere apri una falla.
E le falle hanno una brutta caratteristica. Tendono ad allargarsi.
Se non sai razionalmente cosa sia mediocre o cosa no domandalo alla tua pancia o al tuo cuore. Loro sanno sempre se ti stai prendendo in giro e se ti racconti balle.
Se senti che non sono contenti significa che stai accettando ciò che è comodo e non ciò che è giusto per la salute del tuo business.
Mantieni quello che prometti, senza eccezioni, verso tutti.
Il tuo valore e quello della tua azienda sta lì.
Semplifica la vita degli altri. In ogni modo. In ogni luogo. In ogni caso.
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La Garanzia Dimenticata
Inviato da admin il riflessioni il 3 agosto 2010
Perché si lavora?
Qual è la vera radice della ricerca spasmodica di profitto?
Quando ci si ferma per godere dei frutti dei sacrifici?
O sono i sacrifici il frutto da godere e quindi la vera destinazione è il sacrificio stesso?
Qualunque siano le risposte a queste domande ho comunque una certezza.
Abbiamo tutti almeno un capo, un boss, un principale dal quale dipende l’esito dei nostri sforzi.
Qualunque siano le risposte ho comunque anche un’altra certezza.
Questo boss è felice e soddisfatto solo quando comprendiamo ciò che vuole, possibilmente senza nemmeno chiederglielo e senza che nemmeno si esprima.
Come a volte richiedono le mogli.
Non è un cattivo capo, sa a volte essere generoso, a volte implacabile e spietato ed è attento solo al suo risultato.
L’ho visto decidere sul futuro di molti di noi, sul futuro dei figli di molti di noi, sulle nostre speranze.
A volte dispensando benessere, a volte abbandonando il servitore nella miseria nera del fallimento.
Ho visto poi molti fare finta che non fosse così.
Turarsi le orecchie quando il capo chiamava e sputare sdegnosamente in segno di ribellione.
Comprensibile ma inutile.
Nessuno aveva mai spiegato loro che anche i capi hanno capi, che i padroni hanno a loro volta padroni, in un interminabile ruota incurante di politica e filosofia.
Anche in questo caso padroni spietati ed implacabili.
Nessuno aveva mai messo in chiaro che rompere la catena che lega gli uni agli altri è cosa da martiri, o da pazzi, che poi molto diverso non è.
Infatti li ho visti cadere fuori dalla grande scacchiera del mondo, precipitando in una solitudine a cui spero la saggezza dell’età porrà rimedio.
Ma qui, qui sulla terra, quella vera, dove c’è bisogno di gente che lavori non solo per sé ma anche per chi non ce la fa, per migliorare e far migliorare, qui sulla terra dicevo, serve capire chi è il capo.
Senza dubbi né incertezza.
Serve conoscerlo, nei suoi gusti, nelle sue idiosincrasie, nei suoi vizi e nelle sue virtù.
Serve ricordare per quali motivi si entusiasma, cosa lo intristisce, perché l’ultima volta ha scelto noi e non altri, perché invece ci ha abbandonati.
Serve sapere che il capo chiama con i gesti più incomprensibili, a volte bizzosi.
Non sa ciò che vuole spesso.
Pensa una cosa.
Ne fa un’altra.
Ama il brivido del tradimento.
Ma soprattutto non deve fedeltà a nessuno.
Una missione impossibile quindi gratificarlo.
Il nostro boss, il nostro capo ha mille facce, mille teste, mille anime.
Si chiama cliente.
E qui, qui da noi. E’ l’unico detentore del nostro benessere.
Non esagero.
Qui, nel nostro mondo, è l’unico.
Non fermatevi al cliente di merci, di servizi.
Il nostro cliente ha il viso del vostro partner, dei vostri figli, dei colleghi, dei genitori, del vicino di casa, dei membri della vostra comunità.
L’avete incontrato fin da neonati negli occhi vostra madre, che ha scambiato latte e carezze con la vostra tranquillità.
A me sta solo a cuore ricordarmi che sapere il motivo per cui esiste la cura del cliente che non sarà però utile a nessuno se una azione non seguirà.
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Non ce la farai
Inviato da admin il cambiare, riflessioni il 11 luglio 2010
“Non ce la farai”.
Quante volte ho incontrato qualcuno che, diretto o di sponda, mi ha detto che non valgo quanto sembra.
“I tuoi non ti comprano il vestito da cowboy, non puoi giocare con noi! Non vedi che uno vestito solo con il cappello di carta da zorro e una spada ricurva da cavaliere proprio non c’entra nulla con noi.”.
E’ cominciata presto.
E tu ci pensi.
Se hanno ragione loro o sei hai ragione tu.
E se il cappello deve per forza essere da cowboy.
E se la spada deve per forza essere una pistola.
Perché per fare festa mica tutto deve essere perfetto come nei film.
Mica puoi sempre essere come loro.
I loro mica lavorano in fabbrica tutto il giorno.
Nel 1971 se sei in fabbrica mica hai tempo per controllare che ci sia congruenza tra i pezzi del vestito in maschera dei tuoi bambini.
Va bene così, ma chi ti dice che non vai bene c’è già a quell’età.
E tu sei così.
Mica puoi trasformare le cose. Soprattutto se hai 7 anni.
Ma puoi trasformare la rabbia in tenacia.
E tenere in tasca i pugni e usarli per prometterti che cappello o non cappello il tuo gioco lo troverai.
“Non sai proprio scrivere Zanolli, sei come Gavino Ledda quando faceva il pastore, prima che da autodidatta imparasse a scrivere. Vai, vai… leggiti Padre Padrone e Lingua di Falce e quando avrai imparato magari ti darò la sufficienza”.
Ricordo solo il cognome di un tale che il caso mi mise come professore di italiano e geografia per un anno al Liceo.
Scrivevo bene fino a quel momento. Almeno così mi dicevano.
Parlava male l’italiano e interrogava sempre su soli due argomenti, la situazione delle donne a Cuba e la situazione economica del Vietnam.
In tutte e due i casi dovevi dire che le donne vivevano felici come mai a Cuba ora che potevano leggere e studiare tutto il giorno e che il Vietnam finalmente era un paradiso dove la gente, finalmente non più schiava del consumismo, si dedicava al lavoro solo il tanto che basta per poi rilassarsi sulle amache al fresco delle tettoie.
Poi un giorno maledetto scopre che mio padre è un piccolo imprenditore.
Beh, si una manciata di dipendenti, tra cui anche mia madre, mia zia, la mia madrina, un paio di cugini… ma Cristo…sempre un PADRONE.
Con i padroni non si tratta.
Con i padroni si agisce.
Soprattutto con i loro figli.
“Non sai scrivere Zanolli”. 4.
“Ma non lo ha nemmeno letto”.
“4 Zanolli. Vai vai se avessi fatto la vita di Gavino Ledda, capiresti e sapresti scrivere, non sei portato”.
Mica puoi trasformare i voti.
Se uno è professore può trasformare la realtà.
Rendere il Vietnam un paradiso e un buon compito in una schifezza.
Ma tu no. Soprattutto se hai 15 anni e non puoi dare del matto al tuo professore.
Rigiri sempre i tuoi pugni nelle tasche.
Succhi il tuo 4 e leggi Gavino Ledda come una punizione e non sai perché.
Gavino Ledda meritava ben più che non essere letto perché ero figlio di un potenziale nemico del socialismo reale.
Tieni i tuoi pugni in tasca contando quanti giorni mancano per potere scrivere una pagina tua, che piaccia a te e su cui nessuno possa sputare sopra solo perché ha una cattedra, malferma, immeritata.
“Non si laureerà mai Zanolli, non è adatto”.
Quante volte in tutti gli anni da pendolare ho sentito questa storia.
Dal primo esame.
Fino al colloquio per avere la tesi.
Non ho nemmeno la capacità di elencare quanti e quali.
Tanti piccoli Catone che avevano già una idea su tutto e su tutti.
Soprattutto su di me.
L’eco di quella frase mi ritorna ancora in qualche notte agitata.
L’indice alzato, a sottolineare, che no, con quel ciuffo ossigenato, quell’orecchino, quella lunga palandrana nera proprio non ci siamo.
Non si è mai visto un laureato serio così.
“No Zanolli, non ci siamo, così non ne darà fuori, se la metta via.”
E li che ti convinci che non è mica poi vero quello che ti dicono.
Hai già diciotto anni.
Hai ancora tutta una salita e i pugni che stringi ora si ricordano di quanto hai inghiottito.
E piano piano non inghiotti più.
Il gioco è dimostrare.
A qualsiasi demolitore…
Rispondere con i risultati.
E la sua cattiveria si spegnerà sotto l’acqua della realtà.
E se dovessi fallire avrai almeno la certezza che sei vero, perché hai deciso e non ha deciso un altro per te.
Mica puoi cambiare sempre il tuo cappello da zorro.
Se ti piace, tienilo in testa orgoglioso, e se i cowboy non vogliono giocare con te, intanto allenati da solo.
Zorro è un eroe. Anche con la spada sbagliata.
I cowboy solo dei mandriani che fanno la guardia alle vacche.
Musica di sottofondo consigliata :
Pictures Of You. The Cure
http://www.youtube.com/watch?v=kcMEx4OHLOs&feature=related
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Caldo in Luglio
Inviato da admin il pensieri, riflessioni il 3 luglio 2010
I giorni di luglio sono giorni particolari nel nostro paese.
Portano con sé i semi del grande riposo agostano.
Te ne accorgi nei sabati caldi anzi bollenti..
In quei sabati mattina tutto comincia lento. Il caffè è lento ad uscire e le auto si incrociano piano.
I pomeriggi finiscono poi, quasi sempre, con un temporale che scrollerà poi tutto il calore con un rabbioso digrignare di tuoni e lampi.
Ma la domenica siamo daccapo. Caldo. Immobilità. Un temperatura elevata che sembra quasi gelo in quanto a bloccare i movimenti degli uomini e delle cose.
Ecco in luglio sento che arriverà agosto.
E sento che si fermerà tutto o tanto.
Perché tutti stanno rallentando. Tutti per stanchezza o anche per imitazione decelerano
Allora mi faccio i conti addosso e mi chiedo se ne sono sempre e davvero contento.
E si, sono contento di mollare la presa un po’ ma mi sento anche un po’ come la squadra che ha fatto melina, ha preso un paio di gol e adesso dovrebbe recuperare, ma non c’è più tempo.
Finirà la partita, usciranno le squadre e chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.
La quiete del grande caldo mi piace solo quando so che ho giocato bene.
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Le paure degli altri. ( Da Paura a Parte ed. Franco Angeli)
Se vogliamo davvero provare a gestire la paura, dobbiamo sottoporre le minacce che percepiamo, soprattutto quelle che arrivano dai media, al vaglio della nostra intelligenza.
Non accontentandoci di dati di seconda mano o dei “dicono che”, “sentiamo il parere di un esperto”, “una indagine ha dimostrato”.
Chi sono i produttori di questa paura?
Che interessi personali hanno?
A quali interessi economici sono legati?
Insomma: “Cui prodest? ”.
Ma soprattutto chiedetevi se voi ne beneficiate.
Aver paura della concorrenza economica e produttiva del mondo orientale è un bene.
Ci stimola a fare di meglio.
Temere il glutammato monosodico e i ristoranti cinesi non ci stimola nemmeno un po’ ad agire per il meglio.
Ma quanto se n’è visto e sentito dell’uno e dell’altro fenomeno?
Perlomeno nella stessa quantità, ma il secondo è stato presentato in modo più terrorizzante.
La salute è la salute.
Adesso è il momento della paura dei polli. Domani qualcos’altro.
Tutto ciò, lo ripeto, distoglie solo l’attenzione dalle paure più utili.
In cambio odieremo un po’ di più una civiltà che probabilmente non conosciamo, anziché cercare una proficua contaminazione, e sposteremo parte dei nostri pasti e consumi a vantaggio di qualche altro ristoratore.
E la nostra posizione di debolezza rimarrà esattamente uguale, visto che nel frattempo ci siamo disinteressati di identificare le paure vere.
Quelle relative alla nostra preparazione ad affrontare il nuovo.
Quelle relative a mettere in discussione abitudini e stili di vita.
Quelle relative a competenze differenti da acquisire ed inventare.
Quelle relative alla mobilità professionale e alla responsabilità del nostro futuro.
Quelle che si riferiscono a una certa polarizzazione dei redditi e ci indicano che, se non poniamo in essere azioni creative, potremmo andare ad ingrossare quella parte di popolazione che già si ritrova alle prese con lavori marginali, precari e sottopagati.
Il processo è in atto, con buona pace di chi governa, a prescindere dal colore del partito, e ho forti dubbi sulla capacità degli organismi nazionali di ovviare al problema.
Evidente che la responsabilità prima della nostra sicurezza risiede in noi stessi e nelle nostre capacità di comunicare ed agire.
Se c’è, e io credo ci sia, un significato positivo da attribuire alla paura, è quello che essa ci procura uno stimolo forte all’azione.
I venditori di paura sono ovunque.
In ufficio, a casa, per la strada, in treno, in autobus, al parco, al bar.
Vendono terrore e panico.
E con esso immobilismo o fuga.
Oltre che nei media, li troverete nel collega o nell’amico che si è adeguato a questo andazzo e che pensa che la società sia ormai fuori controllo e che l’umanità sia un coacervo di stupratori, approfittatori pedofili, truffatori, drogati ed extracomunitari violenti e assetati di sangue.
Che inevitabilmente trasforma il posto di lavoro in un lager fatto di capi pronti a punirlo, degradarlo, licenziarlo.
Ai quali risponde con una sottomissione sterile, camuffata magari da buona volontà.
Ma che invece è priva di reale impegno e voglia di migliorare.
Questo vostro collega è un figlio, anzi un prodotto della cultura della paura.
Un organismo geneticamente modificato per generare profitti a comando ed evitare domande o atteggiamenti scomodi che interferiscano con gli obiettivi di chi comanda la società.
Che spende tempo e denaro per proteggersi dall’influenza con un vaccino che funziona nel 60 per cento dei casi solo contro l’influenza e non contro gli altri 200 fra virus e batteri che colpiscono gola e polmoni nello stesso periodo dell’anno. E al contempo non si mobilita per fermare la strage di circa 100.000 persone che ogni anno in Italia muoiono a causa del fumo.
(Dimenticavo… forse fuma).
È preoccupato all’inverosimile per le code ai caselli durante gli esodi estivi e per le nevicate sull’Appennino o per l’acqua alta a Venezia.
Non per la sua scarsa competitività.
Non per la sua ormai perduta propensione a viaggiare per trovare un lavoro o imparare una lingua straniera.
Per il suo lento andare fuori moda a favore di individui più affamati, energetici, disponibili a mettersi in gioco.
Convinto di avere diritto all’agio di cui ha goduto finora.
Non angosciato per la piega che il sistema economico sta prendendo e che prevede come unica legge quella del profitto senza regole.
Ma per gli arrivi degli scafisti con il loro carico di umane disgrazie.
Se sarà questo l’atteggiamento, la stragrande maggioranza di noi sarà la nuova classe di domestici dei pochi futuri miliardari.
Capite di cosa si deve avere timore?
Non della perturbazione e dei bollettini meteorologici che occupano ormai metà dei telegiornali.
D’altronde, che azioni si possono prendere per cambiare il tempo?
Mi sembra un buon modo per tenere tranquilla una nazione.
Decidete voi le vostre paure.
Guardate, leggete, approfondite, chiedete.
Non fatevi servire un comodo pasto di ansia preconfezionata.
Cucinatevelo voi se volete ottenere del nutrimento sano, e soprattutto adeguato ai vostri scopi.
Le mie paure potrebbero non essere le vostre.
Potrebbero.
In verità penso che le vere paure di cui temere, i veri mega-trend del terrore, siano molto ben identificabili.
Alcuni riguardano la grande maggioranza della popolazione occidentale, altri quella del terzo mondo, altri ancora tutti gli abitanti del pianeta.
So che esistono due antidoti a queste paure.
Il primo è l’onestà di riconoscersi i primi responsabili della propria salvezza.
Il secondo la capacità di allacciare alleanze e collegamenti con altri individui nella stessa posizione per difendere interessi comuni.
In assenza di questi antidoti, si rischia di essere carne da macello di fronte alla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi.
Ma ora vi lascio del tempo per prendere un foglio bianco, una matita, mettervi tranquilli a rispondere alle domande:
1. “Quali sono le vere minacce al mio futuro e al futuro dei miei figli, e quali quelle che mi vengono imposte da altri?”.
2. “Come posso modificare questa situazione?”.
3. “Cosa devo fare oggi per iniziare ad influenzare le cose?”.
Sono buone domande, e solamente dalle buone domande arrivano buone risposte.
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Di chi parlare oggi
Inviato da admin il Futuro, esperienze, paura, responsabilità, riflessioni il 2 aprile 2010
In occasione della partecipazione al Convegno Distrettuale relativo al progetto Lions Kairòs
http://www.lions-kairos.it/a_ITA_4_1.html
Di chi parlare oggi?
Dei bambini diversamente abili o dei bambini abili?
Oggi devo decidere. Parlare del problema o della soluzione.
Ho deciso.
Parlo della soluzione.
Inutile dire che il diverso può essere ricchezza.
Lo si sa. La contaminazione tra eventi, persone, culture differenti porta di solito belle sorprese.
Si sa anche che il diverso è un intoppo alla ripetitività dei processi.
Il fuori standard non è mai amato nei processi produttivi.
Inutile raccontarcela.
Ricordo di un bambino a scuola con me che, diverso, risultava di rallentamento alla attività scolastica.
Ai miei tempi si bocciavano quando non si tenevano a casa.
Di sicuro l’anno dopo a quello in cui Giovanni venne bocciato finimmo la geografia e la storia in tempo.
Di sicuro sapemmo dove posizionare Helsinki e chi erano i Gracchi.
Non abbiamo però più saputo dove e chi fosse Giovanni.
Una tacca in più al nostro futuro profilo professionale, una tacca in meno al nostro profilo emotivo.
Una medaglia in più sul petto, una macchia in più sul cuore.
Chi sono diventati quei bambini che hanno visto scomparire Giovanni tra le nebbie del “se non serve non esiste”?
Sono scivolati nella centrifuga della Vita.
E hanno avuto figli a volte destri, meno frequentemente mancini, a volte alti a volte bassi , a volte chiassosi e a volte muti, come i pesciolini rossi.
A volte tristi come la luna d’inverno a volte felici come i fiocchi di zucchero filato.
A volte Giovanni a volte no.
La centrifuga dà e la centrifuga toglie.
La storia gira, si avvolge, si piega e si raddrizza.
La mia è la tua , la tua la mia, a volte meno.
Giovanni meritava di più, noi meritavamo di più.
Meritavamo tutti di più.
Meritavamo una spiegazione, un cenno, un esempio.
Una storia che dicesse che quando un plotone esce lì fuori si riportano a casa tutti.
I Feriti, i vivi e anche i morti.
Così mi hanno insegnato quando ero carabiniere ed uscivo in ordine pubblico, impaurito come penso fosse a volte Giovanni,.
Ho sempre apprezzato questo patto.
E ho sempre riportato a casa i miei e loro me.
E non c’entra con la testa, ma c’entra con il cuore.
Può costare ma salva l’anima, oltre che la vita.
Garantisce che puoi farti la barba usando lo specchio e ti fa sentire meno solo il giorno in cui tocca a te.
Nessuno ripagherà quei bambini e Giovanni di quelle occasioni sprecate di ritornare tutti assieme a casa dalla esplorazione della vita e dei suoi tornanti e tunnel.
Avremmo imparato in tutti i casi che si viene e si va.
Questo è sicuro.
Ma solo assieme avremmo compreso che è come si viene e come si va che fa la differenza.
Non è mica tardi.
Ho visto Giovanni. Passa le giornate al Bar, mentre io corro.
Velocità differenti iniziate tanto tempo fa.
Io posso rallentare. Lui non può accelerare.
Non è più la maestra che lo boccerà.
Chi deve fare sono io.
Spero che accetti da bere Giovanni.
Torniamo a casa.
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Dal blog Harvard Business Review
Inviato da admin il riflessioni, studio, tempo il 28 marzo 2010
Ecco un paio di articoli interessanti del ns. amico Luca Baiguini.
How Smart Leaders Talk About Time
Vanquish the Time-Management Villain
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Sebastiano sfida Pukka
Inviato da admin il Futuro, riflessioni il 21 marzo 2010

Mai più di una volta al mese.
Ho visto “Supersize me” di Spurlock e mi ha convinto che bene proprio non faccia…
Però non riesco a battere il marketing di questi geni.
Oggi trasformer e pukka in regalo.
Ho perso ancora prima di cominciare.
Ho meno appeal di pukka…accidenti.
Piove che i campi sembrano piscine.
Quelle giornate dove il cielo e l’asfalto hanno lo stesso colore, quelle giornate dove notte, mattina, pomeriggio e sera hanno lo stesso melassoso impasto d’olio e fumo.
Mc Donald.
Un non-luogo come lo chiamano i sociologi.
Ma non serve un sociologo per capire che è un punto di incontro che non esiste in verità.
Potrebbe essere dappertutto e in nessun posto.
Popolato da tutti e nessuno.
Qui infatti non ci si riconosce e anche se ci vede e come essere trasparenti.
Trasparenti come i sacchettini che contengono le mele e l’uva.
1 euro.
Ma non li mangia nessuno.
Non si va da Mc Donald per mangiare frutta.
Come per le persone.
Non le vede nessuno.
Non si va da Mc Donald per vedere persone.
Allora mi metto ad osservare io.
L’umanità passa dal fastfood.
Il cibo riempie.
Ha un buon sapore.
Costa poco.
Tutto è colorato.
Tutto si butta via e non c’è da preoccuparsi.
Regalano cose.
Le cannucce e i tovaglioli non finiscono mai.
C’è un parco giochi gratis.
C’è il parcheggio grande. Gratis.
Nessuno ti guarda in verità.
Puoi comportarti bene o male ed è lo stesso.
Puoi curarti i denti con le dita o usare il tovagliolo come Donna Letizia ed è uguale.
Potresti anche morire e avresti la stessa attenzione di un filet ‘o fish smangiucchiato lasciato sul bancone.
Sorrido mentre penso ai mondi che si sfiorano senza mai incontrarsi.
Una pioggia di meteore incompatibili che masticano le medesime patatine fritte.
Questo posto è una profezia.
Questo posto ti dice come finirà se non cambiamo.
Questo posto è il futuro terribile possibile che sembra augurabile solo da fuori.
Se non si osserva bene.
C’è una tranquilla signora veneta di settant’anni, cotonata e con una bella tinta color miele scuro, cardigan attillato su qualche chilo in più, curata, demodè.
Si mangia un hamburger e aspetta i nipotini che giocano.
Nipotini belli biondi, ben vestiti, vivaci e sorridenti.
La signora è quanto di più locale e nostrano si possa immaginare, starebbe bene con una gondola in plastica in mano.
Dietro di lei, ma proprio dietro il vetro, sui tavolini fuori, tre nordafricani trasandati con le loro barbe da studenti coranici e borse di plastica svuotano su un vassoio una frittura comprata altrove.
Parlano a bocca piena, rumorosi e disordinati.
Li separa dalla signora un vetro di 5 millimetri.
Non starebbero mai così vicini.
Non potrebbero nemmeno guardarsi.
Non saprebbero che dirsi.
Ogni tanto si guardano ma solo per studiarsi.
Come farebbe uno gnu con un leone.
Si disprezzano. Per motivi diversi ma si disprezzano.
Sono tutto ciò che l’altra parte non sarebbe mai.
Non c’è sorriso, saluto, cenno di comprensione.
Solo lunghe strisce di pioggia lungo la vetrata che sembrano le lacrime di un mondo confuso.
Mi accorgo che siamo ad un punto morto.
Nessuno delle due parti farà mai il primo passo.
E’ una crisi da egocentrismo.
Di qua e di là.
Di qua e di là si pensa di essere sempre nel giusto.
Tutti vittime e mai nessun colpevole.
Tutti Abele.
Caino sta sempre di là.
Caino sarà quello che perde.
Sento che siamo sempre ad un passo dal non ritorno se il vetro rimane lì…
Ed il vetro piange e non si muove.
Bip… Bip..
Mi soccorre Einstein con una frase che trovo alla fine di una lunga mail che un amico mi scrive durante questa domenica fangosa.
La mail fa suonare il suo bip e mi distoglie dallo spettacolo interculturale a base di cheesburger, islam, cardigan stretti e coca light… “Mettiamo fine all’unica crisi che è davvero una minaccia per tutti: la tragedia di non voler lottare per superarla”.
Einstein avrebbe chiuso la discussione così…
E chi sono io per non lasciargliela chiudere… pukka?
Da naturadonna.com
Inviato da admin il pensieri, riflessioni il 9 marzo 2010
Un ‘racconto breve’ per passare il tempo, o per scendere nel profondo
Molti di voi conoscono Sebastiano Zanolli per aver letto uno dei suoi libri, e molti altri per aver assistito ad una della sue conferenze o corso di formazione. Pochi però forse sanno che Sebastiano Zanolli tiene un blog dove… continua
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