Archivio della categoria responsabilità

Ogni tanto me lo dimentico

Io non so se davvero ho il diritto di dire basta, di fermarmi, di mollare la presa.
Mi piacerebbe dirmi che, si , posso fare finta di nulla e rinunciare.
Che non importa e che in fin dei conti tanti altri hanno fatto a meno di correre dietro ai loro sogni, come si fa con una ragazza che non ti vuole.
Sarei in buona compagnia mi dico. 
Nessuno avrebbe da ridire.
E forse dormirei sereno.
Anche troppo sereno.
Mi confonderei con la morte.
Ed avrò tempo per dormire e anche per rimanere morto.
Ne avrò una infinità di tempo per rimanere immobile.
E deve essere il Cielo, o chi ci sta dietro, o solo una fortuna che non ho fatto nulla per meritare che quando dubito mi fa incontrare il messaggio giusto.
Il segnale appropriato che non posso posso ignorare.
Devo fare due cose.
Una è scriverlo, per non dimenticare.
L’altra è andare avanti con quello che ho in mente ed essere leale con me stesso.
Per quanto a volte possa sembrare impossibile, stupido e senza senso.
Scopro che non ho nemmeno provato ad insistere.
Come fanno Dick e Rick Hoyt.
C’è da fare quello che si deve fare quando si deve fare.
Ogni tanto me lo dimentico.
Ogni tanto me lo ricorda.
A ognuno la sua storia.
A ognuno la sua avventura.
A Dick e Rick Massimo Rispetto.
 

Il  Team Hoyt  è composto da padre (Dick Hoyt) e figlio (Rick Hoyt). Insieme gareggiano in varie discipline sportive come  il triathlon o la maratona. Rick è rimasto colpito da  paralisi cerebrale infantile  causata  dal mancato apporto di ossigeno al cervello  al momento della nascita (10 gennaio 1962), quando il  cordone ombelicale  si è attorcigliato attorno al collo.
Dick trascina il figlio adagiato in un canotto nelle gare di nuoto, lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore nelle sessioni di ciclismo e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.
I medici dissero ai genitori che Rick avrebbe vissuto in uno stato vegetativo ma questi, con l’aiuto di tecnici e ingegneri della Tufts University, si accorsero che il figlio mostrava una particolare intelligenza espressa principalmente con il senso dell’umorismo. All’età di dodici anni Rick imparò a comunicare usando un computer al quale impartiva le istruzioni con i movimenti della testa. La prima frase che disse con questo dispositivo fu  Go Bruins!  ( Forza Bruins! , riferita ai Boston Bruins, una squadra di hockey di Boston), che fece notare alla famiglia la sua forte passione sportiva. La prima gara alla quale parteciparono fu una corsa di beneficenza su 5 miglia per un compagno di classe di Rick che si era infortunato giocando a  lacrosse.
Dick è un ufficiale in pensione della  Guardia Nazionale degli Stati Uniti d’America. Rick ha conseguito una laurea all’Università di Boston ed ora lavora al Boston College. Insieme continuano a gareggiare e svolgono anche attività di oratori motivazionali.
Il team Hoyt ha preso parte ad oltre mille eventi sportivi, tra cui 67 maratone e 234 gare di triathlon, sei delle quali di tipo  Iron Man.

Da Wikipedia.
Don’t qui poem.
When things go wrong, as they sometimes will, 
When the road you’re trudging seems all uphill, 
When the funds are low and the debts are high, 
And you want to smile, but you have to sigh, 
When care is pressing you down a bit, 
Rest, if you must, but don’t you quit.

Life is queer with its twists and turns, 
As every one of us sometimes learns, 
And many a failure turns about, 
When he might have won had he stuck it out; 
Don’t give up though the pace seems slow– 
You may succeed with another blow.

Often the goal is nearer than, 
It seems to a faint and faltering man, 
Often the struggler has given up, 
When he might have captured the victor’s cup, 
And he learned too late when the night slipped down, 
How close he was to the golden crown.

Success is failure turned inside out– 
The silver tint of the clouds of doubt, 
And you never can tell how close you are, 
It may be near when it seems so far, 
So stick to the fight when you’re hardest hit– 
It’s when things seem worst that you must not quit.

- Author Unknow

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1 commento

Dammi qualche regola… ci provo

Mi sono arrivate un bel po’ di mail,
Mi fa piacere. Davvero. Grazie.
Non ho il tempo di rispondere subito a tutti e nemmeno personalmente quindi approfitto del magico blog per provare a dare dei suggerimenti cumulativi.
Spero vadano bene lo stesso.
Mi piace iniziare dalla mail di Stefano, di Andrea, di Chiara, di Riccardo…tanto per citarne alcuni, in modo che si riconoscano.
Loro e tanti altri hanno una attività.
Hanno fatto il salto e hanno deciso di provare a rendersi indipendenti nelle loro scelte professionali.
Sono tempi belli tosti.
Non c’è nulla di regalato.
Quindi la loro domanda è in sintesi :
“Dammi qualche regola per fare andare bene il mio business”.
“Abbiamo mille rogne, mercato, borsa, stato, dipendenti, finanza, concorrenti…”
Eheheheh…come diceva Che Guevara: “mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!”… quindi cari guerriglieri… preparatevi…
Io ci tento, alla faccia dei tanti disidratati di speranza che si affannano a dirti che sei finito e che è finito il mondo attorno a te…
Provo a mettere assieme un po’ di spunti che non vogliono essere unici e definitivi ma che ho visto funzionare.
 

Io proverei questi rimedi:
 

Prendi con te solo gente che sia disponibile a spartire con te queste righe sotto come punti fissi.
Non sarai e non potrai controllare tutto e tutti e sarebbe un male per te e per loro.
Hai una bella avventura davanti, ti servono compagni fidati, non mercenari.
Piuttosto aspetta quelli giusti ed intanto datti più da fare tu.
Se hai un cliente ci sei, sennò non sei nessuno. Quindi decidi di trattarli bene. E quando dico bene… intendo bene. Davvero bene. Non come l’Alitalia con i suoi passeggeri. Non come certi medici pubblici con loro pazienti. Non come tanti call center della Telecom.
Trattali davvero Bene. Come tratti chi ti interessa ed ami.
La tua idea è nata per servire qualcuno.
Dimenticalo e l’idea è buona solo per passare le domeniche pomeriggio di pioggia.
Ogni giorno convinciti che dovrai cercare di fare di più con meno. Basta poco magari ma non smettere mai. Se smetti il tuo margine tende a calare e se cala il tuo margine prima o poi sarai fuori mercato. E per una azienda significa chiudere.
Non accettare rese mediocri da nessuno. Fornitori, dipendenti, soci e anche te stesso.
Quando accetti qualche comportamento che sia meno di quello che dovrebbe essere apri una falla.
E le falle hanno una brutta caratteristica. Tendono ad allargarsi.
Se non sai razionalmente cosa sia mediocre o cosa no domandalo alla tua pancia o al tuo cuore. Loro sanno sempre se ti stai prendendo in giro e se ti racconti balle.
Se senti che non sono contenti significa che stai accettando ciò che è comodo e non ciò che è giusto per la salute del tuo business.
Mantieni quello che prometti, senza eccezioni, verso tutti.
Il tuo valore e quello della tua azienda sta lì.
Semplifica la vita degli altri. In ogni modo. In ogni luogo. In ogni caso.

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Di chi parlare oggi

In occasione della partecipazione al Convegno Distrettuale relativo al progetto Lions Kairòs

http://www.lions-kairos.it/a_ITA_4_1.html

 
 

Di chi parlare oggi?
Dei bambini diversamente abili o dei bambini abili?
Oggi devo decidere. Parlare del problema o della soluzione.
Ho deciso.
Parlo della soluzione.
Inutile dire che il diverso può essere ricchezza.
Lo si sa. La contaminazione tra eventi, persone, culture differenti porta di solito belle sorprese.
Si sa anche che il diverso è un intoppo alla ripetitività dei processi.
Il fuori standard non è mai amato nei processi produttivi.
Inutile raccontarcela.
Ricordo di un bambino a scuola con me che, diverso, risultava di rallentamento alla attività scolastica.
Ai miei tempi si bocciavano quando non si tenevano a casa.
Di sicuro l’anno dopo a quello in cui Giovanni venne bocciato finimmo la geografia e la storia in tempo.
Di sicuro sapemmo dove posizionare Helsinki e chi erano i Gracchi.
Non abbiamo però più saputo dove e chi fosse Giovanni.
Una tacca in più al nostro futuro profilo professionale, una tacca in meno al nostro profilo emotivo.
Una medaglia in più sul petto, una macchia in più sul cuore.
Chi sono diventati quei bambini che hanno visto scomparire Giovanni tra le nebbie del “se non serve non esiste”?
Sono scivolati nella centrifuga della Vita.
E hanno avuto figli a volte destri, meno frequentemente mancini, a volte alti a volte bassi , a volte chiassosi e a volte muti, come i pesciolini rossi.
A volte tristi come la luna d’inverno a volte felici come i fiocchi di zucchero filato.
A volte Giovanni a volte no.
La centrifuga dà e la centrifuga toglie.
La storia gira, si avvolge, si piega e si raddrizza.
La mia è la tua , la tua la mia, a volte meno.
Giovanni meritava di più, noi meritavamo di più.
Meritavamo tutti di più.
Meritavamo una spiegazione, un cenno, un esempio.
Una storia che dicesse che quando un plotone esce lì fuori si riportano a casa tutti.
I Feriti, i vivi e anche i morti.
Così mi hanno insegnato quando ero carabiniere ed uscivo in ordine pubblico, impaurito come penso fosse a volte Giovanni,.
Ho sempre apprezzato questo patto.
E ho sempre riportato a casa i miei e loro me.
E non c’entra con la testa, ma c’entra con il cuore.
Può costare ma salva l’anima, oltre che la vita.
Garantisce che puoi farti la barba usando lo specchio e ti fa sentire meno solo il giorno in cui tocca a te.
Nessuno ripagherà quei bambini e Giovanni di quelle occasioni sprecate di ritornare tutti assieme a casa dalla esplorazione della vita e dei suoi tornanti e tunnel.
Avremmo imparato in tutti i casi che si viene e si va.
Questo è sicuro.
Ma solo assieme avremmo compreso che è come si viene e come si va che fa la differenza.
Non è mica tardi.
Ho visto Giovanni. Passa le giornate al Bar, mentre io corro.
Velocità differenti iniziate tanto tempo fa.
Io posso rallentare. Lui non può accelerare.
Non è più la maestra che lo boccerà.
Chi deve fare sono io.
Spero che accetti da bere Giovanni.
Torniamo a casa.

  .

 

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C’è tutta la motivazione che serve… da Io, Società a Responsabilità Illimitata

…La storia che creiamo dà frutti emotivamente appaganti se continua a presentare una sequenza di progetti, avversità, ostacoli, superamento, miglioramento, chiusura e via di nuovo da capo con nuovi obiettivi.
L’alternativa è la pigrizia.
L’alternativa è tra una vita perfettamente ordinata, prevedibile, senza iniziativa, emotivamente chiusa, che scarica le responsabilità e che evita il rischio, e una vita emotivamente aperta, che affronta le scelte, simile a una commedia classica, dove la responsabilità è una scelta cercata.
Non si tratta di vivere storie solo per poter fare sì che qualcuno racconti di noi.
Foscolo forse si sarebbe accontentato.
Oggi nessuno più si accontenterebbe.
Si tratta di vivere storie per vivere come si dovrebbe vivere.
Per farlo dobbiamo ritrovare quello che abbiamo perso.
La capacità di credere in noi stessi.
L’abbiamo persa con i furbi che si arricchiscono ricattando i vip con le loro foto scandalo, con i vip che sbattono in faccia alla povera gente le loro ricchezze e innalzano dalla polvere persone incapaci per il solo fatto di avere qualche etto di silicone ben sistemato, e con le stesse stelline che per un anno invadono i nostri schermi dispensandoci saggezza da supermercato..
L’abbiamo persa con il gratta e vinci di Stato e le isole dei famosi.
Con i terroristi a contratto nei salotti televisivi a spiegarci perché trent’anni fa dopotutto non era proprio sbagliato ammazzare la gente e che oggi a te domani a me… e con i capi degli ultras intervistati sui problemi sociali come se fossero degli oracoli.
Con i silenzi sui temi dei diritti umani che anche qui vengono, a volte, calpestati e che rendono un quotidiano sportivo il giornale più letto d’Italia.
Con giocatori di calcio che parlano di politica e con parlamentari che spiegano come dovrebbe giocare la Nazionale.
Perché in tutti questi e tanti altri casi ci hanno dato “panem et circenses” Dal latino: pane e giochi del circo. Coniata  dal poeta latino Giovenale (Satire, 10 81). Un modo per dire che chi governava si assicurava il consenso popolare  con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi.
 e noi ci siamo adagiati nella tranquillità che questo sistema di consumi abnorme e ingiusto ci illudeva avremmo potuto avere per sempre.
L’abbiamo persa, ma non è impossibile recuperare il senno, se facciamo nostre alcune certezze.
Se semini raccogli altrimenti no.
Questa legge non è mai cambiata in millenni.
Il buono di questa legge è che possiamo aumentare la capacità di seminare meglio e di più.
La ricompensa è uguale in proporzione a quanto serviamo agli altri.
Proprio nel senso di “servire”. Essere utili.
Se aumentiamo la quantità e la qualità di ciò che serviamo agli altri aumentiamola nostra capacità di valere di più sul mercato.
Quanto più è difficile rimpiazzarvi, tanto più avrete valore.
Quindi, se diventate più bravi a fare quello che fate, se riuscite a fare qualcosa di nuovo e difficile, se riuscite a farlo in modo differente siete sulla strada giusta.
Aumentare il vostro valore è l’obiettivo che è legato a doppio filo alla decisione a far bene ciò che fate.
L’eccellenza paga perché è scarsa. E ciò che è scarso vale.
Fare solo ciò che si deve non è più sufficiente. Fare l’”extra mile”, il miglio in più, è una caratteristica che ho sempre notato in chi sta vivendo come vuole.
Sto parlando ai sani.
Chi ha tutte le possibilità che madre natura fornisce ha un dovere verso i suoi talenti.
Perché se i sani non riescono a dare il meglio allora temo ancora di più per chi ha la disgrazia di non esserlo.
Potete risvegliare il cervello.
Spegnere la televisione. Smettere di leggere robaccia. Parlare di ciò che vi preme.
Agire su ciò che vi preme. Misurarvi e non vivere le vite degli altri.
C’è chi lo fa da sempre, e anche se il risultato non è garantito, perché non c’è nessuno che debba farlo, è meglio morire sudati e in piedi che ingolfati di patatine sul sofà davanti alla tivù.
Seneca aveva già detto che non riceviamo una vita breve, ma tale la rendiamo, e non siamo poveri quanto alla vita, ma la sprechiamo con prodigalità.
Prima di fare la fine di Lester Burnham, protagonista del film “American Beauty” Impersonato dall’attore Kevin Spacey.,  svegliamoci.
Ricordate? L’avete visto?
Non vi leverò la soddisfazione di andarlo a vedere.
Un film interessante, prodotto per le masse che s’identificano con la situazione di smarrimento di chi non ha saputo colorare la propria esistenza e si ritrova con molti rimpianti e pochi rimorsi e una fine imminente che taglia tutto senza riserve.
Perché morire prima di morire?
Io sogno di morire avendo il tempo e il modo di pensare che “Acta est fabula, plaudite!  Letteralmente: la commedia è terminata, applaudite! È una locuzione latina.
Nel teatro antico annunciava la fine della rappresentazione. Secondo la tradizione, deriva da un passo di Svetonio (“Vita di Augusto”), e fu pronunciata dallo stesso Augusto sul letto di morte.”.
E capisco che sia magari un po’ romantico, sentimentale, emotivo.
Ma la vita riguarda esattamente solo questo.
L’amore esplosivo, continuo, folle.
Levate questo all’esistenza e ottenete il nulla.
Levate questo a un’organizzazione, a un’azienda, e otterrete un mucchio di scrivanie e computer inutili.
Già, è tempo di morire, e in quelle lacrime, in quei momenti perduti tra la pioggia, c’è tutta la motivazione che serve.
Troveremo tutte le risposte e tutte le domande per realizzare i sogni, in un mondo che non dorme più.

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A VALDAGNO MI HANNO CHIESTO DI RIPUBBLICARLO

ALLE 10 HO UN APPUNTAMENTO

Ufficio sanitario.
Viaggiatori internazionali.
Vaccinazioni consigliate per viaggiare in estremo
oriente.
Un po’ buffa questa dicitura,
un po’ demodè, penso tra me e me,
mentre, nel parcheggio del distretto sanitario,
inserisco l’allarme dell’auto alle 9,30.
Sotto naja ho fatto il carabiniere
e da allora il mio orologio biologico
è sempre puntato 15 minuti prima.
Una vita di anticipi sui ritardi di altri.
“Viaggiatori internazionali”
Immagino di essere sulla piattaforma dell’Enterprise
e che il signor Spok mi fulmini con un pizzicotto sulla spalla.
Come saranno fatti questi viaggiatori internazionali?
Saranno poi diversi da tutti quei viaggiatori internazionali
che si succhiano i viaggi nel canale di Otranto ?
O da quelli che gestiscono il ristorante cinese
dove vado di solito?
Insomma come al solito mi perdo in pensieri atipici
ma sono pieno di fiducia.
9.32
Entro nell’edificio color crema dove fanno bella mostra
questi infissi in metallo anodizzato brunito
che hanno forse salutato la catena di produzione nel ’70.
Rivera giocava in nazionale con Riva,
Benetti terzino.
Non si suona, non si bussa, non si chiede.
Più semplicemente si entra e non c’è nessuno.
A destra, in un ufficio tenuto su da manifesti sbiaditi
sul pericolo della salmonella
e pile di faldoni
e plichi
che sembrano avere come unica speranza
per rivedere la luce
“Chi l’ha visto?”
o il pagamento di un riscatto,
non c’è proprio nessuno.
Anche se intuisco tra i mille fogli,
cartelli e post-it
che proprio lì dovrebbe essere
la portineria o qualcosa di simile.
A sinistra un ufficio più ordinato, ma umanamente vuoto
che fa da cassa di risonanza al telefono
che suona, suona, suona.
Beh, al lavoro risponderei io, la legge in ufficio è
che chiunque passi davanti ad un telefono che squilla risponde.
Potrebbe essere un cliente e,
a costo di prendere solo nota per il collega,
è fondamentale rispondere e fare sentire l’interesse.
Già. Ma qui mica sono il capo.
Qui sono cliente, visto che il servizio sanitario lo pago.
Inoltre dovrò pagare anche i consigli che mi daranno oggi.
Già, però penso anche che sono anche il titolare di questo ufficio,
visto che rappresento la comunità che nel suo insieme ha deciso
di averlo e mantenerlo questo ufficio.
Allora….che faccio rispondo o no?
Potrei almeno rispondere che non c’è nessuno
e lasciare un biglietto a chi verrà…
”Ha chiamato il signor tal dei tali
e vorrebbe sapere se la sua copertura inail
è ancora valida…etc…etc…richiamatelo per favore allo….”.

Sono cliente,
titolare
ma senza autorizzazione a fare del bene
e devo anche scappare a fare il mio lavoro.
Qui non si vede anima viva.
Vabbè, lasciamo che squilli.
Sono o no un viaggiatore internazionale?
Un indiana jones del 2006?
Continuo ad esplorare…
Stanze dedicate a spirometrie,
ambulatori,
targhette con nomi di medici ectoplasmatici.
Tutte vuote.
Sembra un film che vedevo da ragazzo
in cui una epidemia aveva sterminato quasi tutti
e rimanevano solo pochi sopravvissuti.
Ecco si, mi sembra di essere un sopravvissuto che
vaga in un edificio trafugato da Berlino est.
Sento dei passi.
Due persone scendono dalla scala con passo lento e
pesante.
Girano verso di me.
Finalmente.
Ma come fossi fatto di aria mi trapassano
ed escono dalla porta principale.
Ho sorriso e salutato.
Niente da fare.
Non attacca.
Chissà chi erano.
Mica si capisce da qualcosa
chi lavora qui e chi invece fa il turista.
Mi siedo.
Una mosca sul vetro dimostra un dinamismo distonico
rispetto all’ambiente
che mi
incuriosisce.
La natura che non si adatta ai ritmi ed alle abitudini umane.
Ma la mosca, è scritto,
qui morirà.
Troppo dinamismo.
Leggo uno dei mille poster attaccati alla rinfusa su tutti i muri
che consiglia alle badanti straniere
di telefonare ad un numero verde per denunciare abusi.
Immagino che il portinaio che manca qui
sia andato a rispondere a quel numero verde.
Un altro poster mi informa che esiste una via di uscita all’alcolismo,
non mi dice quale,
ma è già un raggio di sole saperlo in questa situazione.
Vorrei bere per sentirmi meno solo.
Alzo gli occhi e leggo “Sala di attesa viaggiatori internazionali”.
A dire la verità è una sala d’aspetto anche per altre categorie,
ma “viaggiatori internazionali” è sottolineato, le altre categorie no.
Curioso.
Chissà perché.
Mi siedo.
Se è una sala di attesa…attendo.
9.45
Entra una signora con un viso da nonna buona.
Mi sollevo, è vestita di bianco, con una casacca.
Potrebbe essere una infermiera. O quasi.
Le chiedo informazioni.
Non mi sbaglio, è buona.
Mi dice che secondo lei mi sono confuso.
Oggi le due persone con cui ho appuntamento non ci sono.
Hanno un convegno.
Io sono molto sicuro perché ho chiamato
due volte per sicurezza.
E ho anche chiesto i nomi delle persone
che dovrebbero consigliarmi.
Dopo qualche reticenza li ho avuti
e ora sono proprio sicuro del fatto mio.
La signora è gentile.
Forse ha “viaggiato internazionalmente”…
chiama qualcuno…io ascolto.
No, questo signore non le sa dire proprio nulla.
La voce rimbomba tra gli androni silenziosi
ed illuminati dai neon tetri e scarni
che vivono appiccicati ai soffitti di questo posto.
Davvero desolante e sciatto questo posto.
Mi dice di salire le scale e parlare con un responsabile,
le chiedo il nome, non me lo dice,
in questi posti non è una bella cosa chiedere i nomi,
si nota che ti guardano come se fossi uno
di striscia la notizia.
Salgo. Sulla sinistra del primo piano,
in un ufficio silenzioso,
un uomo e una donna discorrono dei fatti loro
appoggiati sugli schienali delle sedie,
mi guardano come se li avessi sorpresi
ad importare armi in Iraq.
Chiedo dove posso trovare il responsabile.
Prossimo ufficio.
Il responsabile sta telefonando.
Aspetto.
Finisce la telefonata.
Busso. Entro. Mi sento come se avessi il naso sporco
tanto è lo stupore con cui mi fissa.
Mi spiega che lui non sa ma che c’è sempre qualcuno
che svolge l’attività che mi serve
basta che vada giù in sala d’attesa.
Appunto, in sala d’attesa.
Chiedo il nome della persona che dovrei vedere.
“Un addetto sanitario” mi risponde il responsabile.
Di ottenere un nome qui non se ne parla.
Vietatissimo, come se fossimo a Los Alamos
durante la guerra fredda.
Chissà se “Sanitario” sarà il nome o il cognome…
Ci vado.
Aspetto il signor Sanitario (penso che sia il cognome).

Sono le 10 meno 10 minuti.

Passa la signora in bianco
che mi dice che se nell’ufficio c’è la borsa è un buon segno,
significa che
il signor Sanitario c’è.
Non sa dove ma c’è.
Bene. Finalmente una certezza.
Sento sbatacchiare una porta interna,
esce un medico
, immagino dalla veste.
Mi guarda e credo che la mia espressione
gli ispiri tenerezza (tutti cerchiamo di ispirare tenerezza
quando siamo negli uffici pubblici
e soprattutto negli uffici sanitari
sembriamo tutti dei cuccioli di koala ).
Gli spiego cosa cerco e mi dice che sono nel posto giusto
ma che sono in anticipo, in effetti
sono le 10 meno 2 minuti
e che appena finirà un lavoro mi chiamerà.
Devo solo avere un po’ di pazienza. Dote che non mi manca.
Tanto ho il blackberry, posso lavorare ovunque.
Esco alle 10,50
dopo aver ricevuto tutti i consigli che cercavo
e avere incontrato non uno ma due medici
che mi sono sembrati molto seri ed impegnati a dire la verità.
Beh..
in portineria e negli uffici sempre nessuno…
avrei potuto uscire con una scrivania sulla schiena
e non avrebbe fatto molto scalpore.
Mi chiedo ma io sono cliente e titolare di un posto così?
Ma qualcuno me lo ha chiesto cosa preferisco?
Mi chiedo cosa succederebbe
se qualcuno fosse realmente responsabile
per queste strutture?
Mi chiedo se pubblico significhi per forza
de-responsabilizzazione,
tristezza
e desolazione.
Perché oltre al servizio in sé la gente chiede anche
metodo, gentilezza, garbo, attenzione.
Rispetto.
Penso a tutta quella gente di buona volontà
che affronta situazioni disagiate
per lavorare con impegno nel pubblico impiego
accomunata a tanti cialtroni il cui unico scopo
è ritirare lo stipendio
senza mai ritornare un briciolo di contropartita.
Chi rifonderà i primi della perduta stima dei cittadini?
Chi salverà questi bravi lavoratori
dalle occhiate riprovevoli dei figli precari
che non troveranno più i posti di lavoro pubblici
resi troppo costosi ed inutili proprio da quei cialtroni?
E i capi di questi lavoratori?
Dove sono, cosa fanno ?
Sono complici o vittime della decadenza delle istituzioni ?
Certo che più in alto cerco, più mi aspetto responsabilità.
Non potrebbe essere diversamente.
Anche questi capi si dividono forse in due classi ?
Chi rifonderà mai tutti noi per l’ inefficienza
del sistema nel suo complesso?
E’ sempre la decisione di fare la differenza individualmente
che salverà il singolo e la comunità.

Non esistono movimenti,
partiti,
sindacati,
gruppi di pressione,
lobby,
che possano sostituire la persona.
L’unica che può dire basta a certi andazzi.
Che possa rifiutare di agire da pecora
ed accettare comportamenti lesivi della comunità.
Questa medicina non è nemmeno amara.
Essere responsabili forse può essere inconsueto,
ma certamente non amaro.
Significa decidere
che il frutto delle nostre azioni è nostro
e che anche quando è possibile nascondere la mano
dopo aver tirato il sasso si rinuncia a farlo.
Punizione o non punizione, gratifica o non gratifica.
In soldoni significa essere uomini.
Si chiamava senso civico sui vecchi manuali del liceo.
E’ stato pensionato
perché avere di fronte gente responsabile
fa paura in molti ambiti, ma credetemi,
recuperarlo sarà l’unico modo perché i nostri figli,
almeno, non sputino sulle nostre
tombe.
Il blackberry vibra.
Forse è un cliente.
O forse il mio capo.
Sarà meglio rispondere.
Sono un viaggiatore internazionale dopo tutto.
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Racconto di Sebastiano da ‘People Manager’

Luglio 1991, caldo soffocante, dintorni di Salonicco, Grecia.

Ho con me una pilotina piena di campioni di tessuto,
vesto il mio completo di poliestere/viscosa
e un’improbabile cravatta a fiori,
rotolata fuori dai ruggenti anni Ottanta.

Mi sta di fronte un imprenditore locale,
molto, ma molto più bravo a comprare
di quanto io non sia bravo a vendere.

Inizio.

Approccio,
presentazione del prodotto,
superamento obiezioni,
chiusura.

Seguo come dal manuale di Mario Silvano
tutte le tappe che un manager delle vendite
deve percorrere per finalizzare un affare.
Ma niente, Jorgo è un osso duro.

Non chiudo nulla.

Riprendo daccapo.

Caratteristiche, vantaggi, tecnica del sandwich, ricalco, guida.

Tutta la programmazione neurolinguistica sulla punta delle dita.
Ma in Grecia discettavano di filosofia
e commerciavano quando i miei avi barattavano radici e pigne.
Non c’è storia.

Lui comprerà solo se mi calerò i pantaloni sul prezzo.
Ormai è chiaro. Continuo a perdere terreno.
Sono alla frutta e quindi gioco una carta che mi sembra ottima.

Telefono al titolare, al mio datore di lavoro,
nonché direttore generale.
Il dispensatore di autorità, l’ente supremo. Lui può.
Lui ha tutte le possibilità di risolvere il mio problema
e soprattutto lui sa.

Io credo che lui sappia.

Lui è sopra e lui sa e può.

Non esiste il cellulare nel 1991, non che io almeno sappia.
Quindi cerco un fisso e chiamo.
Spiego.
Dico.
Illustro al capo la situazione.
Ecco, mi basta la soluzione.

Mi aspetto una taumaturgica sentenza.
Ecco è qui l’errore.
Il grande errore.
La mia crassa ignoranza di giovane manager
se ne esce con spudorata semplicità.

Ho pensato che chi sta sopra sappia.

Ho creduto che la mia posizione possa permettere spostamenti di responsabilità.
Ho immaginato che ci sia sempre un aziendale lieto fine grazie a un Deus Ex Machina ,
come nei film di Frank Capra. E nessuna di queste assunzione è vera.
Ecco il testo della risposta.
Lo ricordo a memoria.

“Senti Sebastiano,
mi sembra che tu non sappia come fare
per chiudere questo affare.
Ora, visto che anch’io non so come fare
e inoltre non voglio nemmeno sapere come fare,
non ho nulla da dirti.
Sappi però che quest’azienda si può permettere
solo una persona che non sa come fare,
e ora, per quanto mi guardi intorno
vedo che quell’unica persona sono io.
Quindi, se tu non sai come fare
e io non so come fare,
quello che è di troppo sei tu
e in questo caso ti prego di toglierti di torno”.

Avevo sbagliato tutto.

Avevo sbagliato punto di vista e anche principio.

Il capo ero io.

La funzione era mia.
Il Deus Ex Machina se c’era,
dovevo essere io.
Nessun altro.

Ecco, ho imparato che in cima,
anche in cima a un mucchio di sassi,
si è da soli e nessuno ti toglierà le castagne dal fuoco
e nemmeno deve togliertele.
Succede che per lo stesso fatto di avere accettato un lavoro
hai accettato la responsabilità.
Sono due facce, ma sono la stessa moneta.
L’unica consolazione, dice Donald Trump,
è che almeno in cima non si sta stretti.

Speriamo..

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