Archivio della categoria responsabilità
Ogni tanto me lo dimentico
Inviato da admin il Futuro, cambiare, costruire, decidere, fare la differenza, responsabilità, riflessioni il 7 settembre 2010
Io non so se davvero ho il diritto di dire basta, di fermarmi, di mollare la presa.
Mi piacerebbe dirmi che, si , posso fare finta di nulla e rinunciare.
Che non importa e che in fin dei conti tanti altri hanno fatto a meno di correre dietro ai loro sogni, come si fa con una ragazza che non ti vuole.
Sarei in buona compagnia mi dico.
Nessuno avrebbe da ridire.
E forse dormirei sereno.
Anche troppo sereno.
Mi confonderei con la morte.
Ed avrò tempo per dormire e anche per rimanere morto.
Ne avrò una infinità di tempo per rimanere immobile.
E deve essere il Cielo, o chi ci sta dietro, o solo una fortuna che non ho fatto nulla per meritare che quando dubito mi fa incontrare il messaggio giusto.
Il segnale appropriato che non posso posso ignorare.
Devo fare due cose.
Una è scriverlo, per non dimenticare.
L’altra è andare avanti con quello che ho in mente ed essere leale con me stesso.
Per quanto a volte possa sembrare impossibile, stupido e senza senso.
Scopro che non ho nemmeno provato ad insistere.
Come fanno Dick e Rick Hoyt.
C’è da fare quello che si deve fare quando si deve fare.
Ogni tanto me lo dimentico.
Ogni tanto me lo ricorda.
A ognuno la sua storia.
A ognuno la sua avventura.
A Dick e Rick Massimo Rispetto.
Il Team Hoyt è composto da padre (Dick Hoyt) e figlio (Rick Hoyt). Insieme gareggiano in varie discipline sportive come il triathlon o la maratona. Rick è rimasto colpito da paralisi cerebrale infantile causata dal mancato apporto di ossigeno al cervello al momento della nascita (10 gennaio 1962), quando il cordone ombelicale si è attorcigliato attorno al collo.
Dick trascina il figlio adagiato in un canotto nelle gare di nuoto, lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore nelle sessioni di ciclismo e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.
I medici dissero ai genitori che Rick avrebbe vissuto in uno stato vegetativo ma questi, con l’aiuto di tecnici e ingegneri della Tufts University, si accorsero che il figlio mostrava una particolare intelligenza espressa principalmente con il senso dell’umorismo. All’età di dodici anni Rick imparò a comunicare usando un computer al quale impartiva le istruzioni con i movimenti della testa. La prima frase che disse con questo dispositivo fu Go Bruins! ( Forza Bruins! , riferita ai Boston Bruins, una squadra di hockey di Boston), che fece notare alla famiglia la sua forte passione sportiva. La prima gara alla quale parteciparono fu una corsa di beneficenza su 5 miglia per un compagno di classe di Rick che si era infortunato giocando a lacrosse.
Dick è un ufficiale in pensione della Guardia Nazionale degli Stati Uniti d’America. Rick ha conseguito una laurea all’Università di Boston ed ora lavora al Boston College. Insieme continuano a gareggiare e svolgono anche attività di oratori motivazionali.
Il team Hoyt ha preso parte ad oltre mille eventi sportivi, tra cui 67 maratone e 234 gare di triathlon, sei delle quali di tipo Iron Man.
Da Wikipedia.
Don’t qui poem.
When things go wrong, as they sometimes will,
When the road you’re trudging seems all uphill,
When the funds are low and the debts are high,
And you want to smile, but you have to sigh,
When care is pressing you down a bit,
Rest, if you must, but don’t you quit.
Life is queer with its twists and turns,
As every one of us sometimes learns,
And many a failure turns about,
When he might have won had he stuck it out;
Don’t give up though the pace seems slow–
You may succeed with another blow.
Often the goal is nearer than,
It seems to a faint and faltering man,
Often the struggler has given up,
When he might have captured the victor’s cup,
And he learned too late when the night slipped down,
How close he was to the golden crown.
Success is failure turned inside out–
The silver tint of the clouds of doubt,
And you never can tell how close you are,
It may be near when it seems so far,
So stick to the fight when you’re hardest hit–
It’s when things seem worst that you must not quit.
- Author Unknow
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Dammi qualche regola… ci provo
Inviato da admin il Futuro, cambiare, costruire, fare la differenza, responsabilità, riflessioni il 12 agosto 2010
Mi sono arrivate un bel po’ di mail,
Mi fa piacere. Davvero. Grazie.
Non ho il tempo di rispondere subito a tutti e nemmeno personalmente quindi approfitto del magico blog per provare a dare dei suggerimenti cumulativi.
Spero vadano bene lo stesso.
Mi piace iniziare dalla mail di Stefano, di Andrea, di Chiara, di Riccardo…tanto per citarne alcuni, in modo che si riconoscano.
Loro e tanti altri hanno una attività.
Hanno fatto il salto e hanno deciso di provare a rendersi indipendenti nelle loro scelte professionali.
Sono tempi belli tosti.
Non c’è nulla di regalato.
Quindi la loro domanda è in sintesi :
“Dammi qualche regola per fare andare bene il mio business”.
“Abbiamo mille rogne, mercato, borsa, stato, dipendenti, finanza, concorrenti…”
Eheheheh…come diceva Che Guevara: “mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!”… quindi cari guerriglieri… preparatevi…
Io ci tento, alla faccia dei tanti disidratati di speranza che si affannano a dirti che sei finito e che è finito il mondo attorno a te…
Provo a mettere assieme un po’ di spunti che non vogliono essere unici e definitivi ma che ho visto funzionare.
Io proverei questi rimedi:
Prendi con te solo gente che sia disponibile a spartire con te queste righe sotto come punti fissi.
Non sarai e non potrai controllare tutto e tutti e sarebbe un male per te e per loro.
Hai una bella avventura davanti, ti servono compagni fidati, non mercenari.
Piuttosto aspetta quelli giusti ed intanto datti più da fare tu.
Se hai un cliente ci sei, sennò non sei nessuno. Quindi decidi di trattarli bene. E quando dico bene… intendo bene. Davvero bene. Non come l’Alitalia con i suoi passeggeri. Non come certi medici pubblici con loro pazienti. Non come tanti call center della Telecom.
Trattali davvero Bene. Come tratti chi ti interessa ed ami.
La tua idea è nata per servire qualcuno.
Dimenticalo e l’idea è buona solo per passare le domeniche pomeriggio di pioggia.
Ogni giorno convinciti che dovrai cercare di fare di più con meno. Basta poco magari ma non smettere mai. Se smetti il tuo margine tende a calare e se cala il tuo margine prima o poi sarai fuori mercato. E per una azienda significa chiudere.
Non accettare rese mediocri da nessuno. Fornitori, dipendenti, soci e anche te stesso.
Quando accetti qualche comportamento che sia meno di quello che dovrebbe essere apri una falla.
E le falle hanno una brutta caratteristica. Tendono ad allargarsi.
Se non sai razionalmente cosa sia mediocre o cosa no domandalo alla tua pancia o al tuo cuore. Loro sanno sempre se ti stai prendendo in giro e se ti racconti balle.
Se senti che non sono contenti significa che stai accettando ciò che è comodo e non ciò che è giusto per la salute del tuo business.
Mantieni quello che prometti, senza eccezioni, verso tutti.
Il tuo valore e quello della tua azienda sta lì.
Semplifica la vita degli altri. In ogni modo. In ogni luogo. In ogni caso.
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Di chi parlare oggi
Inviato da admin il Futuro, esperienze, paura, responsabilità, riflessioni il 2 aprile 2010
In occasione della partecipazione al Convegno Distrettuale relativo al progetto Lions Kairòs
http://www.lions-kairos.it/a_ITA_4_1.html
Di chi parlare oggi?
Dei bambini diversamente abili o dei bambini abili?
Oggi devo decidere. Parlare del problema o della soluzione.
Ho deciso.
Parlo della soluzione.
Inutile dire che il diverso può essere ricchezza.
Lo si sa. La contaminazione tra eventi, persone, culture differenti porta di solito belle sorprese.
Si sa anche che il diverso è un intoppo alla ripetitività dei processi.
Il fuori standard non è mai amato nei processi produttivi.
Inutile raccontarcela.
Ricordo di un bambino a scuola con me che, diverso, risultava di rallentamento alla attività scolastica.
Ai miei tempi si bocciavano quando non si tenevano a casa.
Di sicuro l’anno dopo a quello in cui Giovanni venne bocciato finimmo la geografia e la storia in tempo.
Di sicuro sapemmo dove posizionare Helsinki e chi erano i Gracchi.
Non abbiamo però più saputo dove e chi fosse Giovanni.
Una tacca in più al nostro futuro profilo professionale, una tacca in meno al nostro profilo emotivo.
Una medaglia in più sul petto, una macchia in più sul cuore.
Chi sono diventati quei bambini che hanno visto scomparire Giovanni tra le nebbie del “se non serve non esiste”?
Sono scivolati nella centrifuga della Vita.
E hanno avuto figli a volte destri, meno frequentemente mancini, a volte alti a volte bassi , a volte chiassosi e a volte muti, come i pesciolini rossi.
A volte tristi come la luna d’inverno a volte felici come i fiocchi di zucchero filato.
A volte Giovanni a volte no.
La centrifuga dà e la centrifuga toglie.
La storia gira, si avvolge, si piega e si raddrizza.
La mia è la tua , la tua la mia, a volte meno.
Giovanni meritava di più, noi meritavamo di più.
Meritavamo tutti di più.
Meritavamo una spiegazione, un cenno, un esempio.
Una storia che dicesse che quando un plotone esce lì fuori si riportano a casa tutti.
I Feriti, i vivi e anche i morti.
Così mi hanno insegnato quando ero carabiniere ed uscivo in ordine pubblico, impaurito come penso fosse a volte Giovanni,.
Ho sempre apprezzato questo patto.
E ho sempre riportato a casa i miei e loro me.
E non c’entra con la testa, ma c’entra con il cuore.
Può costare ma salva l’anima, oltre che la vita.
Garantisce che puoi farti la barba usando lo specchio e ti fa sentire meno solo il giorno in cui tocca a te.
Nessuno ripagherà quei bambini e Giovanni di quelle occasioni sprecate di ritornare tutti assieme a casa dalla esplorazione della vita e dei suoi tornanti e tunnel.
Avremmo imparato in tutti i casi che si viene e si va.
Questo è sicuro.
Ma solo assieme avremmo compreso che è come si viene e come si va che fa la differenza.
Non è mica tardi.
Ho visto Giovanni. Passa le giornate al Bar, mentre io corro.
Velocità differenti iniziate tanto tempo fa.
Io posso rallentare. Lui non può accelerare.
Non è più la maestra che lo boccerà.
Chi deve fare sono io.
Spero che accetti da bere Giovanni.
Torniamo a casa.
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C’è tutta la motivazione che serve… da Io, Società a Responsabilità Illimitata
Inviato da admin il responsabilità il 13 gennaio 2010
…La storia che creiamo dà frutti emotivamente appaganti se continua a presentare una sequenza di progetti, avversità, ostacoli, superamento, miglioramento, chiusura e via di nuovo da capo con nuovi obiettivi.
L’alternativa è la pigrizia.
L’alternativa è tra una vita perfettamente ordinata, prevedibile, senza iniziativa, emotivamente chiusa, che scarica le responsabilità e che evita il rischio, e una vita emotivamente aperta, che affronta le scelte, simile a una commedia classica, dove la responsabilità è una scelta cercata.
Non si tratta di vivere storie solo per poter fare sì che qualcuno racconti di noi.
Foscolo forse si sarebbe accontentato.
Oggi nessuno più si accontenterebbe.
Si tratta di vivere storie per vivere come si dovrebbe vivere.
Per farlo dobbiamo ritrovare quello che abbiamo perso.
La capacità di credere in noi stessi.
L’abbiamo persa con i furbi che si arricchiscono ricattando i vip con le loro foto scandalo, con i vip che sbattono in faccia alla povera gente le loro ricchezze e innalzano dalla polvere persone incapaci per il solo fatto di avere qualche etto di silicone ben sistemato, e con le stesse stelline che per un anno invadono i nostri schermi dispensandoci saggezza da supermercato..
L’abbiamo persa con il gratta e vinci di Stato e le isole dei famosi.
Con i terroristi a contratto nei salotti televisivi a spiegarci perché trent’anni fa dopotutto non era proprio sbagliato ammazzare la gente e che oggi a te domani a me… e con i capi degli ultras intervistati sui problemi sociali come se fossero degli oracoli.
Con i silenzi sui temi dei diritti umani che anche qui vengono, a volte, calpestati e che rendono un quotidiano sportivo il giornale più letto d’Italia.
Con giocatori di calcio che parlano di politica e con parlamentari che spiegano come dovrebbe giocare la Nazionale.
Perché in tutti questi e tanti altri casi ci hanno dato “panem et circenses” Dal latino: pane e giochi del circo. Coniata dal poeta latino Giovenale (Satire, 10 81). Un modo per dire che chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi.
e noi ci siamo adagiati nella tranquillità che questo sistema di consumi abnorme e ingiusto ci illudeva avremmo potuto avere per sempre.
L’abbiamo persa, ma non è impossibile recuperare il senno, se facciamo nostre alcune certezze.
Se semini raccogli altrimenti no.
Questa legge non è mai cambiata in millenni.
Il buono di questa legge è che possiamo aumentare la capacità di seminare meglio e di più.
La ricompensa è uguale in proporzione a quanto serviamo agli altri.
Proprio nel senso di “servire”. Essere utili.
Se aumentiamo la quantità e la qualità di ciò che serviamo agli altri aumentiamola nostra capacità di valere di più sul mercato.
Quanto più è difficile rimpiazzarvi, tanto più avrete valore.
Quindi, se diventate più bravi a fare quello che fate, se riuscite a fare qualcosa di nuovo e difficile, se riuscite a farlo in modo differente siete sulla strada giusta.
Aumentare il vostro valore è l’obiettivo che è legato a doppio filo alla decisione a far bene ciò che fate.
L’eccellenza paga perché è scarsa. E ciò che è scarso vale.
Fare solo ciò che si deve non è più sufficiente. Fare l’”extra mile”, il miglio in più, è una caratteristica che ho sempre notato in chi sta vivendo come vuole.
Sto parlando ai sani.
Chi ha tutte le possibilità che madre natura fornisce ha un dovere verso i suoi talenti.
Perché se i sani non riescono a dare il meglio allora temo ancora di più per chi ha la disgrazia di non esserlo.
Potete risvegliare il cervello.
Spegnere la televisione. Smettere di leggere robaccia. Parlare di ciò che vi preme.
Agire su ciò che vi preme. Misurarvi e non vivere le vite degli altri.
C’è chi lo fa da sempre, e anche se il risultato non è garantito, perché non c’è nessuno che debba farlo, è meglio morire sudati e in piedi che ingolfati di patatine sul sofà davanti alla tivù.
Seneca aveva già detto che non riceviamo una vita breve, ma tale la rendiamo, e non siamo poveri quanto alla vita, ma la sprechiamo con prodigalità.
Prima di fare la fine di Lester Burnham, protagonista del film “American Beauty” Impersonato dall’attore Kevin Spacey., svegliamoci.
Ricordate? L’avete visto?
Non vi leverò la soddisfazione di andarlo a vedere.
Un film interessante, prodotto per le masse che s’identificano con la situazione di smarrimento di chi non ha saputo colorare la propria esistenza e si ritrova con molti rimpianti e pochi rimorsi e una fine imminente che taglia tutto senza riserve.
Perché morire prima di morire?
Io sogno di morire avendo il tempo e il modo di pensare che “Acta est fabula, plaudite! Letteralmente: la commedia è terminata, applaudite! È una locuzione latina.
Nel teatro antico annunciava la fine della rappresentazione. Secondo la tradizione, deriva da un passo di Svetonio (“Vita di Augusto”), e fu pronunciata dallo stesso Augusto sul letto di morte.”.
E capisco che sia magari un po’ romantico, sentimentale, emotivo.
Ma la vita riguarda esattamente solo questo.
L’amore esplosivo, continuo, folle.
Levate questo all’esistenza e ottenete il nulla.
Levate questo a un’organizzazione, a un’azienda, e otterrete un mucchio di scrivanie e computer inutili.
Già, è tempo di morire, e in quelle lacrime, in quei momenti perduti tra la pioggia, c’è tutta la motivazione che serve.
Troveremo tutte le risposte e tutte le domande per realizzare i sogni, in un mondo che non dorme più.
A VALDAGNO MI HANNO CHIESTO DI RIPUBBLICARLO
Inviato da admin il responsabilità il 13 gennaio 2009
oriente.
che hanno forse salutato la catena di produzione nel ’70.
Benetti terzino.
Più semplicemente si entra e non c’è nessuno.
che suona, suona, suona.
Beh, al lavoro risponderei io, la legge in ufficio è
Già. Ma qui mica sono il capo.
Inoltre dovrò pagare anche i consigli che mi daranno oggi.
Già, però penso anche che sono anche il titolare di questo ufficio,
Allora….che faccio rispondo o no?
è ancora valida…etc…etc…richiamatelo per favore allo….”.
Sono cliente,
Vabbè, lasciamo che squilli.
Sono o no un viaggiatore internazionale?
Stanze dedicate a spirometrie,
Tutte vuote.
vaga in un edificio trafugato da Berlino est.
Sento dei passi.
pesante.
Finalmente.
Ho sorriso e salutato.
chi lavora qui e chi invece fa il turista.
incuriosisce.
qui morirà.
Leggo uno dei mille poster attaccati alla rinfusa su tutti i muri
di telefonare ad un numero verde per denunciare abusi.
Vorrei bere per sentirmi meno solo.
Alzo gli occhi e leggo “Sala di attesa viaggiatori internazionali”.
A dire la verità è una sala d’aspetto anche per altre categorie,
Mi siedo.
Non mi sbaglio, è buona.
La signora è gentile.
Davvero desolante e sciatto questo posto.
Mi dice di salire le scale e parlare con un responsabile,
Salgo. Sulla sinistra del primo piano,
Prossimo ufficio.
Il responsabile sta telefonando.
Aspetto.
Finisce la telefonata.
Busso. Entro. Mi sento come se avessi il naso sporco
Mi spiega che lui non sa ma che c’è sempre qualcuno
Chiedo il nome della persona che dovrei vedere.
Chissà se “Sanitario” sarà il nome o il cognome…
Ci vado.
Aspetto il signor Sanitario (penso che sia il cognome).
il signor Sanitario c’è.
Non sa dove ma c’è.
Bene. Finalmente una certezza.
Sento sbatacchiare una porta interna,
, immagino dalla veste.
Mi guarda e credo che la mia espressione
quando siamo negli uffici pubblici
Gli spiego cosa cerco e mi dice che sono nel posto giusto
Devo solo avere un po’ di pazienza. Dote che non mi manca.
Tanto ho il blackberry, posso lavorare ovunque.
e non avrebbe fatto molto scalpore.
Rispetto.
Penso a tutta quella gente di buona volontà
Non potrebbe essere diversamente.
Anche questi capi si dividono forse in due classi ?
Chi rifonderà mai tutti noi per l’ inefficienza
tombe.
Sono un viaggiatore internazionale dopo tutto.
Racconto di Sebastiano da ‘People Manager’
Inviato da admin il responsabilità il 8 novembre 2008
Luglio 1991, caldo soffocante, dintorni di Salonicco, Grecia.
Ho con me una pilotina piena di campioni di tessuto,
vesto il mio completo di poliestere/viscosa
e un’improbabile cravatta a fiori,
rotolata fuori dai ruggenti anni Ottanta.
Mi sta di fronte un imprenditore locale,
molto, ma molto più bravo a comprare
di quanto io non sia bravo a vendere.
Inizio.
Approccio,
presentazione del prodotto,
superamento obiezioni,
chiusura.
Seguo come dal manuale di Mario Silvano
tutte le tappe che un manager delle vendite
deve percorrere per finalizzare un affare.
Ma niente, Jorgo è un osso duro.
Non chiudo nulla.
Riprendo daccapo.
Caratteristiche, vantaggi, tecnica del sandwich, ricalco, guida.
Tutta la programmazione neurolinguistica sulla punta delle dita.
Ma in Grecia discettavano di filosofia
e commerciavano quando i miei avi barattavano radici e pigne.
Non c’è storia.
Lui comprerà solo se mi calerò i pantaloni sul prezzo.
Ormai è chiaro. Continuo a perdere terreno.
Sono alla frutta e quindi gioco una carta che mi sembra ottima.
Telefono al titolare, al mio datore di lavoro,
nonché direttore generale.
Il dispensatore di autorità, l’ente supremo. Lui può.
Lui ha tutte le possibilità di risolvere il mio problema
e soprattutto lui sa.
Io credo che lui sappia.
Lui è sopra e lui sa e può.
Non esiste il cellulare nel 1991, non che io almeno sappia.
Quindi cerco un fisso e chiamo.
Spiego.
Dico.
Illustro al capo la situazione.
Ecco, mi basta la soluzione.
Mi aspetto una taumaturgica sentenza.
Ecco è qui l’errore.
Il grande errore.
La mia crassa ignoranza di giovane manager
se ne esce con spudorata semplicità.
Ho pensato che chi sta sopra sappia.
Ho creduto che la mia posizione possa permettere spostamenti di responsabilità.
Ho immaginato che ci sia sempre un aziendale lieto fine grazie a un Deus Ex Machina ,
come nei film di Frank Capra. E nessuna di queste assunzione è vera.
Ecco il testo della risposta.
Lo ricordo a memoria.
“Senti Sebastiano,
mi sembra che tu non sappia come fare
per chiudere questo affare.
Ora, visto che anch’io non so come fare
e inoltre non voglio nemmeno sapere come fare,
non ho nulla da dirti.
Sappi però che quest’azienda si può permettere
solo una persona che non sa come fare,
e ora, per quanto mi guardi intorno
vedo che quell’unica persona sono io.
Quindi, se tu non sai come fare
e io non so come fare,
quello che è di troppo sei tu
e in questo caso ti prego di toglierti di torno”.
Avevo sbagliato tutto.
Avevo sbagliato punto di vista e anche principio.
Il capo ero io.
La funzione era mia.
Il Deus Ex Machina se c’era,
dovevo essere io.
Nessun altro.
Ecco, ho imparato che in cima,
anche in cima a un mucchio di sassi,
si è da soli e nessuno ti toglierà le castagne dal fuoco
e nemmeno deve togliertele.
Succede che per lo stesso fatto di avere accettato un lavoro
hai accettato la responsabilità.
Sono due facce, ma sono la stessa moneta.
L’unica consolazione, dice Donald Trump,
è che almeno in cima non si sta stretti.
Speriamo..
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