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Caldo in Luglio
Inviato da admin il pensieri, riflessioni il 3 luglio 2010
I giorni di luglio sono giorni particolari nel nostro paese.
Portano con sé i semi del grande riposo agostano.
Te ne accorgi nei sabati caldi anzi bollenti..
In quei sabati mattina tutto comincia lento. Il caffè è lento ad uscire e le auto si incrociano piano.
I pomeriggi finiscono poi, quasi sempre, con un temporale che scrollerà poi tutto il calore con un rabbioso digrignare di tuoni e lampi.
Ma la domenica siamo daccapo. Caldo. Immobilità. Un temperatura elevata che sembra quasi gelo in quanto a bloccare i movimenti degli uomini e delle cose.
Ecco in luglio sento che arriverà agosto.
E sento che si fermerà tutto o tanto.
Perché tutti stanno rallentando. Tutti per stanchezza o anche per imitazione decelerano
Allora mi faccio i conti addosso e mi chiedo se ne sono sempre e davvero contento.
E si, sono contento di mollare la presa un po’ ma mi sento anche un po’ come la squadra che ha fatto melina, ha preso un paio di gol e adesso dovrebbe recuperare, ma non c’è più tempo.
Finirà la partita, usciranno le squadre e chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.
La quiete del grande caldo mi piace solo quando so che ho giocato bene.
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Vittime Vendicative
Inviato da admin il esperienze, pensieri il 19 aprile 2010

Doveva arrivare un nuovo momento di scoperta.
Da un po’ di tempo non avevo dal Cielo qualche segno Divino che mi illuminasse la via.
E’ accaduto lunedì mattina. Un bel giorno, quando tutto ricomincia e ti senti che hai tutto quello che serve per essere quello che vuoi e per rendere felici tutti quelli che incontri.
Tutti … quasi tutti.
Mentre mi fermo a bere il caffè e penso a quanto piccole le soddisfazioni possono essere per darti un grande piacere non mi accorgo delle nuvole che si addensano all’orizzonte.
Devo depositare tre assegni da poche centinaia di euro l’uno.
Non è mica roba da poco.
Io ancora non lo so alle 8,15 di lunedì mattina ma la Storia della Bancaria , quella con la S e con la B maiuscola è lì che attende e mi farà sputare tutto quel buon sapore di caffè e amorevolezza per il prossimo che si diffonde dal mio palato al mio intero essere.
Sto per incontrare LEI.
L’inflessibile e serissima impiegata della Banca. Banca che non ho scelto ma che per conto di una altra Banca ritira gli effetti e li deposita con una triangolazione sul mio conto.
Io sono il cliente di un altro Istituto, so che per svolgere questo lavoro si fanno anche pagare e già da più di 3 anni deposito il mio denaro a questo sportello.
L’austera Impiegata ha già tentato di farmi sentire inadeguato e anche un po’ sfruttatore in altre operazioni di deposito. “Lei sa che può avere un conto anche qui e le converrebbe … lei sa che la sua Banca non ha sportelli … lei sa che …” e io lo so…lo so…so tutto… Solo che ho già un conto e non ho nessuna voglia di cambiarlo.
“Lei sbaglia a non cambiare…”…lo so…lo so..ci scrivo libri su quanto costa non cambiare anche se non parlo di conti correnti.
Non mi guarda mai in faccia però.
Mi chiede, quando trovo lei, tutta una serie di requisiti e documenti da fare sembrare il prelievo di un detenuto a Guantanamo una passeggiata…per fortuna io i soldi li devo lasciare li.
Di solito lei mi guarda con fare accusatorio anche quando in tutti questi anni allo sportello ci sono ragazzetti tanto simpatici quanto cassieri improvvisati.
Beh… io apprezzo che un dipendente cerchi di portare clienti alla sua azienda. Ci manca altro. Anzi, provo anche un po’ di ammirazione, ma non so che errore sto facendo.
Mai pietà per il proprio carnefice, è la sindrome di Stoccolma. Non la voglio io.
L’errore si dispiega oggi, dopo tre anni di depositi incappo in lei, lunedì mattina, sono il primo cliente.
Ho aspettato anche dieci minuti l’apertura per essere il primo e poi arrivare in ufficio in tempo.
Entro, preparato come Juri Chechi alle Olimpiadi di Atene.
Ho tutto, documenti, IBAN, CC, Carta d’Identità, copie delle vecchie distinte. NON MANCA NULLA…
Mi guarda entrare, il ragazzetto non c’è.
Sembra lo sguardo di un Marines di guardia a Bagdad a uno studente coranico che entrasse con due sacche nere in mano con la scritta “explosive”.
Sento che qualcosa non va.
Saluto e metto sul banco gli effetti e alcune banconote. Tutto da versare.
Parte male, io che credevo di essere un cliente, e quindi quello che va ascoltato e capito, visto che può scegliere, mi sento rispondere prima del saluto “E’ la prima volta che viene qui?”.
Eeheheheh… mi guardo in giro per vedere se ci sono le videocamere nascoste di Scherzi a Parte.
Non le vedo, a meno che non stiano usando quelle impolveratissime dell’impianto di vigilanza.
“No signora” rispondo divertito. “Vengo qui da molti anni”.
La profonda e autorevole bancaria non sorride.
“E’ lunedì mattina imbecille. Sto facendo un lavoro che non mi piace e quindi non c’è una mazza da sorridere”, le leggo il fumetto che le esce dal capo.
La rigorosa impiegata, oggi, non mi vuole convertire alla sua azienda, lei è solo arrabbiata con il mondo e visto che lei non può andare verso il suo mondo è arrabbiata con quel mondo che forzatamente si rivolge a lei.
Oggi tocca a me pagare la sua profonda vittimizzazione.
“Mi deve dare l’ IBAN”.
Ecco.
“Il CC”, ( che è già nell’IBAN, ma taccio per non farla arrabbiare di più).
Pronti.
“L’assegno”.
Subito.
“Non è girato”.
Mi perdoni. Ecco fatto.
“Non ha il numero di IBAN trascritto dietro”.
Sono un povero mentecatto e proprio stamattina non ho ripassato l’accordo interbancario. Chiedo venia.
“Ha riempito la distinta” ?
No mi scusi. Una volta bastava firmarla e il ragazzetto gentilmente e sorridendo la compilava evitando errori. Però capisco. Faccio subito. Ecco qui.
“Documento”.
Pronti qua.
Lo guarda e lo gira. In questa banca hanno almeno venti o trenta fotocopie del mio documento senza contare che abito qui (vabbè questo non conta più… capisco).
Dovrebbe esserci tutto.
Mentre vedo che la Grande Maestra della Cassa comincia il rito magico che muoverà i soldi da me a loro indietreggio di alcuni passi per guardare fuori dalla porta principale.
“Nooooooo!” urla drastica. “Non può allontanarsi se ci sono contanti sul tavolo”. “Poi se manca qualcosa ne vado di mezzo io”. Non serve farle notare che siamo solo io e lei, i suoi colleghi sono dietro.
L’inferno è davvero l’assenza della ragione… e delle buone maniere aggiungerei.
Sono sempre più infastidito da questo comportamento arrogante che mi sposta dall’essere quello che di cui si dovrebbe aver cura a sentirsi una rottura di balle.
Ma questi venti minuti di delirio umano-commerciali non sono finiti.
Si sta preparando l’epilogo.
La Madame delle Distinte prende un assegno e comincia ad osservarlo come Pasteur avrebbe fatto con il virus del vaiolo.
Scuote la testa inappellabile.
“Non posso depositarlo”.
“Perché? “chiedo con una voce che fa trasparire la mia sorpresa, “la persona che me lo ha dato la conosco bene, la cifra è modesta, la data è il 10 aprile, girato e stampigliato, firma, tutto è a posto”.
Riscuote la testa che evidentemente contiene un elaborato processore molto superiore al mio che sono solo un cliente e quindi, come tutti i clienti, sono intelligente solo quando deve pagare gli interessi e i costi di tenuta conto.
“Lei non ha visto che qui c’è scritto 19 aprile e non 10”.
Barcollo.
“Oggi siamo il 12 aprile e quindi non posso cambiarlo”.
Le dico che tutti e 3 gli assegni sono datati 10 li ho ricevuti lo stesso giorno.
E’ solo uno zero fatto male. Ha una sbavatura. Ma se guarda gli altri zeri vedrà che sono fatti simili. Parte il cerchio da destra e lo chiude, in questo caso lo ha prolungato di 2 millimetri.
E’ finita.
Parte con un spiegazione fatta di aste, limiti, spazi, centrature….e io devo andare a lavorare per poi portarle altri soldi a questa qui.
Le dico: “ma cosa succede se lo sistemo con una penna?”
Mi guarda come Totò Riina guarderebbe Saviano.
Ok, non lo farò anche se avendo viaggiato molto a Napoli un po’ mi viene da ridere.
“E se lo depositasse lo stesso? “ insisto.
“Ah… insomma vuole proprio fare venire fuori un casino. Dovrebbe intervenire la Finanza”.
“La Finanza?”.
Perché un mio amico ha scritto male lo zero del 10 aprile?
Ma a Tanzi cosa faranno se vengono da me per lo zero sbavato?
Ehehehe … se non fossi arrabbiato mi divertirei ma sta esagerando.
“Non è che è d’accordo sul fatto che non c’è senso in tutto quello che sta dicendo?”
Mi conosci, sto depositando un titolo salvo buon fine, è da tre anni che lo faccio, tutto il buonsenso dice che quello zero è uno zero… e se posso insistere…sono un cliente…. Dio Mio, sono un cliente… la ragione del tuo stipendio. Mi vuoi considerare non dico bene ma perlomeno non come DeClerck trattava Mandela?
Mi guarda incattivita ma conscia di avere un asso nella manica. Contro tutta la logica, razionale e commerciale, contro il mondo che l’ha costretta a fare un lavoro che non voleva fare, a servire cliente che non voleva servire.
Una vittima diventata vendicatrice delle sue mancate decisioni.
Possiede la killer application che riuscirà a farmi sentire un verme e desistere dalla richiesta di umanità e sensibilità.
L’arma batteriologica di Saddam, la V2 della bancaria. Quella che produrrà l’Armageddon del cliente esigente.
“Tanto perché lo sappia…IO HO STUDIATO GRAFOLOGIA…quindi…”
Ho perso. Ha vinto lei. Rimetto l’assegno nella borsa.
Tornerò il 19.
Però, no direi di no, ha perso lei, hanno perso i suoi colleghi, ha perso la sua banca.
Io il 19 vado da una altra parte.
Speriamo non abbiano grafologi anche lì.
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Da AndyMagazine

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Di mestiere fa il manager e il formatore di manager. I suoi libri hanno titoli come “la grande differenza” e “Paura a parte”.
Il vicentino Sebastiano Zanolli, classe ‘64, ha lavorato… continua
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Da naturadonna.com
Inviato da admin il pensieri, riflessioni il 9 marzo 2010
Un ‘racconto breve’ per passare il tempo, o per scendere nel profondo
Molti di voi conoscono Sebastiano Zanolli per aver letto uno dei suoi libri, e molti altri per aver assistito ad una della sue conferenze o corso di formazione. Pochi però forse sanno che Sebastiano Zanolli tiene un blog dove… continua
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Da Crisi & Sviluppo @ Manageritalia
Inviato da admin il pensieri, riflessioni, talento il 4 marzo 2010
Talento da vendere: cosa aggiungere per farlo funzionare
Siamo lieti di ospitare oggi un post scritto da un guest-blogger Sebastiano Zanolli, Manager atipico e appassionato di miglioramento personale. Alla profonda conoscenza delle imprese e del mercato, che lo ha condotto a importanti incarichi dirigenziali, unisce doti personali per le quali è apprezzato come formatore, coach, relatore, consulente, opinionista. La sua attività di divulgatore si è espressa anche attraverso quattro libri, divenuti presto best seller per Franco Angeli. “Basta il talento per vendere”? Questo tema mi assilla. Lo sto affrontando da tempo e ogni momento, ogni… continua
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L’unico territorio mio
Inviato da admin il energia, pensieri, riflessioni, sentirsi bene il 21 gennaio 2010
Stavo correndo e sudando questa sera fredda e traboccante di nebbia.
In quella sorta di mistica estasi che quelli che corrono un pò conoscono… e che ti aiuta a mandare a quel paese problemi e tossine accumulati nel feroce accartocciarsi dei casini giornalieri.
Pensavo a tutte le cose da sistemare, alle telefonate da fare, ai report da scrivere, ai clienti da chiamare, ai colleghi da stare a ascoltare…
Le gambe si muovono come le campane della domenica nel buio del secondo giorno di inverno.
La mistica mi abbandona d’un tratto e l’affano mi pervade.
Non ce la farò a dare una direzione a tutto.
Il caos mi tormenta come un turbine nero.
Il respiro mi esce piano, troppo piano per essere un sollievo.
Sto male, a disagio tale da chiedermi perchè corro… perchè corro anche di notte… nel freddo.
Poi la tossina schizza fuori come un sasso dalla fionda.
La chiarezza mi entra come una lama illuminata e sibilante nell’anima pesta e livida.
L’unica cosa, l’unica situazione, l’unico essere da controllare, da mantenere in assetto, da calmare, sono io.
Non avrò mai il controllo del fuori.
L’unico universo che mi hanno concesso in appalto è il mio.
Quello dentro.
Vasto e complesso quanto io lo desidero.
Chiaro o scuro come io decido.
E’ li che sono re.
Li che mi gioco la partita della vita.
A casa mia , tra i prati del cuore, le montagne della mente e gli abissi dell’anima.
Ma sempre a casa mia.
SEBASTIANO DA LOS ANGELES … PENSA E RIPENSA
Qui è l’America.
Qui tutto è grande.
Immenso.
Ma è una cosa che si sa.
Il pick up modello F della Ford è l’auto più venduta in USA.
Un mostro gigantesco.
Bellissimo e che mi piace tanto.
Ma gigantesco e che consuma come una corriera.
La media di persone che viaggia su un auto è 1.
A Los Angeles ti fanno correre su una corsia preferenziale se viaggi almeno in 2.
Un premio se hai un passeggero.
Eviti il traffico.
Che c’è sempre.
E nonostante questo nessuno, o quasi, occupa queste corsie.
E’ tutto grande.
La prima colazione.
Il bicchiere dell’acqua ghiacciata.
I poliziotti.
Tutto grande.
E io, italiano, abituato a bere un espresso come colazione
mi sento un pò fuori luogo
con un bagel da 5 etti pieno di formaggio alle sette di mattina.
Ma l’enorme e la incongruenza con la sobrietà
che da poco ho visto nel monastero Benedettino di Praglia,
vicino a Padova, mi scuote come una doccia fredda dopo la sauna.
Ma dove sta la cosa giusta?
Sempre di più fuori o sempre di più dentro?
Crescere di peso fisico o morale?
In tivu ci sono 3 tipi di pubblicità.
Cibo.
Assicurazioni.
Medicinali.
Stop.
Tutti e tre i messaggi mostrano persone
che dopo l’esperienza di acquisto diventano serene
e si godono la vita.
Ma io, qui, quella vita non la vedo mica tanto diffusa.
Li vedo poco centrati.
Sempre a cercare una soluzione esterna al problema dell’esistenza.
Appunto…
Cibo.
Assicurazioni.
Medicinali.
I dentisti si rifiutano di farti una pulizia dentale
se non ti fai dare l’anestesia perchè sennò puoi citarlii.
Le palestre scrivono sui tapis roulant che fare attività fisica
può provocare la morte e non solo ( giuro…scrivono così)
e lo non possono essere chiamati a rispondere.
Ogni cosa, meccanismo, congegno, passaggio pedonale…
ha cartelli che declinano la responsabilità.
E qui basta una patente per comprare un AK 47…
Strano posto questo.
Dei confini invisibili separano quartieri, razze, esistenze.
Portafogli.
L’integrazione non c’è.
I neri mangiano cibi che gli ispanici non toccano ed ascoltano musica
che i bianchi nemmeno sanno esista.
E viceversa.
Non si toccano.
Ma hanno un governatore austriaco ex culturista ed attore
ed un presidente dal kenia.
Tutti ti chiamano Sir o Madam, ma se appoggi la schiena ad un muro privato arriva la polizia e ti ammanetta prima di cominciare a parlare.
Di buono questo posto ha che ti lascia essere.
Ma proprio ti lascia essere tutto il meglio che sei.
E se fai giusto…
il piatto è tuo.
Di cattivo questo posto ha che ti lascia essere.
Ma proprio ti lascia essere tutto il peggio che sei.
E se sbagli…
paghi tutto e in genere caro.
Chissà come sarebbe farlo da noi.
E ho un sentimento forte che mi dice che non resterà
una domanda senza risposta.
Il conto sta arrivando.
Faremo bene a frugarci le tasche fino in fondo.
Mica mi vedo così centrato nemmeno io.
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Il mio grazie va a tutti quelli che il 13 dicembre……
Inviato da admin il pensieri, riflessioni il 15 dicembre 2008
Foto di Andrea Bordin – per info neno@neno.it
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SUOMI FINLAND COME ASIAGO
Mentre ascolto
uno scrittore finlandese
raccontare
un episodio molto forte
che ha cambiato
la sua esistenza
per sempre
mi viene in mente un agosto del 1970.
Sono ad Asiago.
Viaggio calmo in auto con la mia famiglia
a bordo della 124 Fiat
con un bordino nero adesivo
sulle fiancate.
Mio padre diceva che così si riconosceva
e che sembrava più sportiva.
C’è un bel sole.
Saranno le quattro del pomeriggio.
I miei devono fare qualcosa in un albergo…
Ricordo il nome …
Albergo Orthal…
Forse prenotare…
Chissà.
Io ero disattento…
Preso com’ero a guardare i campi ondulati dell’altopiano.
A un chilometro dall’albergo
un gruppo di bambini,
forse dieci,
giocano dentro un recinto.
Chi li conosce…?
Mai visti.
Hanno una corda,
alcuni la tengono,
altri ci corrono vicino…
Mah…
Però sembrano divertirsi…
Mia madre chiede a mio padre di fermare l’auto.
Tanto si può arrivare a piedi.
Scendiamo.
Mi prende per mano.
Mi porta vicino al recinto.
“Vai, fai amicizia con i bambini,
noi torniamo subito”.
Un minuto e sono li da solo…
Con questi dieci ringhiosi coetanei…
“Ahio…
Adesso me la gioco tutta con le prime parole…
Cosa dico a questi qui?”.
Mi tremano le gambe.
Mando giù i ragni che ho in bocca…
Mi guardano come si guarda un europeo in Texas…
Cioè male…
Ma a quel tempo non conosco il Texas fortunatamente.
I ragni ritornano su.
Stringo i pugni dentro le tasche dei pantaloncini a quadri.
Faccio qualche passo avanti.
Il prato è bellissimo.
Di un verde che in Texas se lo scordano.
Il sole è bello alto.
Tiro un bel respiro.
Sorrido.
” Come si fa questo gioco?”
Tacciono.
Mi guardano.
I secondi del condannato a morte
prima dell’esecuzione
devono essere così.
Ma io a quel tenpo non so che ci sono i condannati a morte.
Io sento solo ragni dentro, fuori…
Che mi salgono su per le gambe.
Poi uno mi fa:
“Tieni qui”
e mi porge un capo della corda.
Mi sorride, unico per il momento.
Ecco, da quel punto
la mia vita cambia
per la prima volta.
Ne sono sicuro.
Da quel punto cambia.
E non sarà l’ultima volta.
Strade uguali, strade diverse
Oggi guidavo in superstrada,
telefonavo,
ascoltavo la radio…
Le auto sfrecciano velocissime
come i pensieri e le parole
che mi escono ed entrano nel cervello.
Fuori è caldo.
La tecnologia invece mi permette di godere
della temperatura di Saint Moritz in primavera…
Aria filtrata dal pulviscolo…
Brezza asciutta da ogni umidità…
Tutto dentro ad un abitacolo.
Sulla destra due ragazzi africani
camminano nelle loro ciabatte
penzolando due sacchetti di plastica.
Caldo caldissimo.
Quando l’asfalto sembra sciogliersi.
A piedi sulla superstrada nel mezzo di due punti lontanissimi,
chissà quando arriveranno.
Hanno tempo?
Chi li cerca e chi li aspetta?
Io ho tempo?
Chi mi cerca e chi mi aspetta?
Dove siamo diretti sulla stessa strada?
Quanti anni luce di benessere ci separano…
Quanto siamo distanti
anche ora
che abitiamo nello stesso mondo?
Sono già arrivato.
Arriveranno anche loro?





