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Sará il caffè…

15 febbraio 2011 21 Comments

“Un caffé macchiato per favore, grazie” chiede la signora alla barista nell’unico locale del centro commerciale dove si puó bere la nera bevanda…
“Dal 1906 il caffé é la nostra passione”, afferma sentimentalmente la scritta sui mobili coloniali voluti da un imprenditore fantasioso, studiati da un bravo architetto, disegnati da un volenteroso grafico, costruiti da un caparbio artigiano, montando pezzi prodotti da un preoccupato operaio…
Ognuno con il suo carico di felicità e dolori, ognuno che crede che comunque qualcosa c’é da fare per tenere la barra della propria esistenza a dritta.
Magari non é sempre la cosa più bella del mondo e bisogna abbozzare fino a quando non migliora… ma fin qui tutti ci hanno creduto. E hanno fatto la loro parte.
Hanno dovuto fare e affidare al prossimo anello la loro speranza.
Il loro messaggio in bottiglia.
In cambio qualcosa per realizzare i propri sogni. Dal pane al viaggio, dalla casa al casinó.
Che poi per tutti uguale, si sa, non é.
Ma questo, per ora, é il gioco migliore che ci siamo inventati.
Hanno tutti dovuto o voluto fare come il contadino che, spezzato, ha piantato il caffè, il commerciante che lo ha trasportato, il distributore, il camionista, il magazziniere… ma quanta gente c’é dietro una tazzina di caffé macchiato servita?
“Un caffé macchiato per favore, grazie”.
Una tazzina di plastica ballonzola gettata come un dado sul bel bancone dell’unico bar del centro commerciale.
“Mi perdoni”, dice gentile la signora, ” potrebbe per favore metterlo in una tazzina di ceramica”?
Sono lì, in bella mostra. Fanno parte della scena che qualcuno ha pensato per rendere gradevole quella sosta.
Dovrebbero essere usate per fare contenta la signora e coronare una impresa che ha visto mille mani passarsi il testimone per finire bene… con una signora felice di bersi con calma un caffè e pagare il giusto.
“Queste sono le tazzine che ci passano, se le va bene… sennó… lo beve da un’altra parte…”
La barista ha parlato e ha chiuso la partita. Chissá perchè questa piccola cattiveria. Chissà perche lei non ci ha creduto. Chissà dove è diretta…
La signora la guarda un pó triste, si caccia in gola quel caffé e se ne va mormorando un rosario di lamentele.
Fracassando la catena, il patto tacito, l’accordo che doveva chiudersi con un sorriso per tutti.
Un anello debole. Ne basta uno. E tutta la catena cede.
Sembra perdere solo la signora.
Quando succedono queste cose perdiamo tutti.
Un po’ di lavoro, un po’ di soldi, un po’ di cuore, un po’ di anima.
Sará il momento.
Sará il caffè.

.

21 Comments »

  • ciacio said:

    sara un caffè?forse, ma personalmente penso che certamente la risposta della barista sia semplicemente maleducazione!!!!!!!!!visto che il caffè non è una semplice bevanda(visto che si classifica come genere di conforto non a caso)ma per un amante della tazzina è un rito,un piacere,una meritata pausa,ecc. ecc…un consigio alla barista,cambia lavoro!!!

  • cristiano said:

    …c’è da sperare che apra un altro bar in quel centro commerciale!!! =)

  • anna said:

    …ma il Titolare dov’è???….cara ” ? ” sei una gran maleducata, fossi stata io la Signora del Caffè avrei chiamato il titolare/direttore/responsabile del locale offesissima per il trattamento ricevuto, ricordati che a nessuno piace essere trattato male, quando si fa un lavoro come il nostro, anch’io lavoro in un locale, l’essere servizievoli, da non confondere con servili, è la prima caratteristica, ma in ogni caso alla base di qualsiasi relazione c’è il rispetto.anna

  • Norman said:

    Caro Sebastiano,
    non è il caffè, è questione di cultura e quest’ultima parte dal fatto che il proprietario del bar sicuramente non ha investito in formazione.
    Ma a monte il problema, anzi due, sono altri, perchè in Italia dietro al banco di un bar, ci vanno purtroppo, cani e porci; e perchè è un problema licenziare.
    All’estero è diverso, per lavorare in un bar devi avere una sorta di patentino che significa che hai fatto almeno un corso.
    Un esempio? Sono stato più volte ad Eataly.
    Il buon Farinetti ha investito una fortuna nel suo sviluppo ed ha fatto, come sempre, un ottimo lavoro. Purtroppo rovinato dallo stesso problema di cui sopra.
    Dietro al banco del bar (a Bologna), ci sono degli incompetenti. E non solo a mio avviso.
    Ma è tanto difficile capire che la formazione è importante?
    Non per citare un vecchio slogan pubblicitario ma, il caffè è un piacere, se non è buono (e nel “buono” tutto dev’essere compreso, anche l’educazione di chi te lo serve) che piacere è?

  • Vanni said:

    Ciao Seba, purtroppo ci si dimentica spesso che molte volte non facciamo solo un dispetto agli altri, ma piuttosto a Noi stessi, ogni tanto ci vuole una buona e sana introspezione… Vanni

  • MARCo said:

    Sono nato dietro il bancone di un bar(si fa per dire i miei hanno gestito un bar per 35 anni),ho fatto poi il cameriere e barista per 15 anni e ho gestito un mio bar per 7 anni ,sono tante le soddisfazioni di questo lavoro la più grande è coccolare i clienti ma bisogna essere dotati di una cosa che si chiama empatia vi giuro non mi è mai pesato fare quel lavoro credo sia uno tra i più interessanti almeno per me,evidentemente tutti riescono a vederla così.Peccato .

    Namastè

  • Antonio Rossi said:

    Seba mi spieghi per quale motivo in Italia se hai uno sponsor o ti vendi bene, ma non vali niente, fai strada e sei strapagato mentre i talenti sono emarginati e sottopagati?.
    Come mai all’etero è diverso? Ma dobbiamo tutti espatriare per riuscire a fare un briciolo di quello che hai fatto tu o in Italia c’è ancora qualcuno disposto a credere nei tuoi progetti?
    Grazie per la risposta.

  • Attuazione.com said:

    Così è facile. È facile capire dove sta il difetto. È un difetto talmente evidente che il risultato è un
    inutile “rosario di lamentele”. Ma quando il difetto non si vede? Quando non si capisce perché la
    signora non torna se si è fatto tutto bene e se c’è un “sorriso per tutti”?

  • Antonio Rossi said:

    Seba le mie domande sono per te complesse o scomode?

  • pietro paolo cucinotta said:

    Se servissero almeno un buon caffe ….. a parte la buona educazione ….. Questo rimane ormai un punto centrale . Forti della pubblicità , per la quale il caffe è sempre buono , ormai dappertutto ti servono sbobbe , intrugli , sciacquature , miasmi aciduli e stomachevoli che proprio nulla hanno a che vedere col buon caffe il cui ricordo è sempre codificato nel DNA italico .. Sopratutto dietro i nomi più blasonati Illy etc … sa solo Dio cosa ti propinano . Certo non un buon caffe : servito in tazza ceramica forse peggiora ancora il gusto . Fosse almeno buono , altro che in tazine do plastica , saremmo disposti a berlo anche in bicchieri di coccio ……

  • Davide said:

    Ciao Sebastiano.
    Una volta ho sentito dire che “Una catena è forte come il più debole dei suoi anelli”.
    Non credo che sia applicabile qui, in modo del tutto appropriato ma mi è venuto in mente questo perché, pensando alla barista e alla signora che ha chiesto il caffè, improvvisamente ho pensato anche a tutte le situazioni che anelli forti e determinati subiscono dagli anelli più deboli in quello che tu definisci “il gioco migliore che per ora ci siamo inventati”.
    Semplificando in modo adatto al commento di un blog, penso che effettivamente, più che inventato da noi ci sia stato imposto. Inoltre, l’abbassamento generale del tenore culturale ed emotivo delle persone ci ha fatto imboccare questa discesa ripida e inesorabile della decadenza, dove non riusciamo più nemmeno a gustarci una delle cose più semplici e scontate della nostra esistenza di “uomini moderni”: una tazzina di caffé.

  • Luca Baiguini said:

    Sono d’accordo, Sebastiano. Non è solo una questione di caffè. E’, credo, alla radice, un problema di leadership. Norman parlava nei commenti di formazione. Vero. La formazione è essenziale. L’importante è però tracciare verso questo e gli altri protagonisti del nostro progetto una via verso l’eccellenza. Altrimenti, prima o poi, al primo o al decimo caffè della mattina, arriva una risposta come questa.

  • Luisa Nyukundu said:

    A volte forse non si pensa che… sono le PICCOLE cose a fare la differenza!

    Un piccolo, futile, brevissimo sorriso avrebbe cambiato la fine della storia. Avrebbe dato alla signora l’opportunità di iniziarne una nuova, di buon umore, forse già all’uscita del centro commerciale.

    La catena del caffè non finisce al bar… non finisce mai! Almeno fino a quando il pensiero della signora non viene catturato da un’altra infinita catena. Ma poi ritorna, improvvisamente e inaspettatamente nel tempo, ritorna il ricordo di quel sorriso mancato, della tazzina negata.

    Siamo nel bel mezzo di un NETWORK DI CATENE.

    Ciascuno di noi può dare continuamente un valore ad ogni singolo gesto ricevuto (vale di più il buon gusto del caffè o la tazzina macata?), soppesando le piccole cose in entrata…

    … e può decidere di continuo se dare o non dare a chi gli sta intorno l’opportunità di assaporare piccole cose che, anche se non costano nulla (un sorriso?!) valgono infinitamente tanto… lo spunto e il meraviglioso inizio di una nuova catena.

  • Torino nella rete said:

    Ciao Sebastiano, è il “vantaggioso vantaggio” o il “libero arbitrio” chiamalo come preferisci, ma è quello che ci fa agire e non risponde a nessuna regola, a nessuna tabella a niente di catalogabile!!

    Per ora scrivo sul mio blog piuttosto noioso e sto leggendo i tuoi libri per cercare di capire come si fa a dire le cose senza annoiare!!! … stai tranquillo li ho comprati, un tuo amico che li regala in giro, a me, non lo ha regalato …

    Luigi

  • stefano said:

    penso che il 2011 sia per me l’anno della svolta. sto conoscendo, leggendo e frequentando persone che mi migliorano. grazie sebastiano!

  • grid said:

    Avete letto il libro ‘DDD”, (la Domanda Dietro la Domanda) ?
    Puo’ fornire diverse risposte …

  • anna said:

    Sarà la fretta, la frustrazione, l’indifferenza, sarà che sono rimasti in pochi ad amare il lavoro che fanno, forse quella barista non si sentiva come qualcuno capace, grazie al suo lavoro, di portare un sorriso nella sosta di una signora che con gioia glielo avrebbe restituito, chissà, forse…

  • giorgio shrek said:

    Be’ che dire , non è altro che il sunto di ciò che ci siamo detti più e più volte , si può avere alle spalle una storia (come noi ) , si può avere una struttura ben curata , ma non basta . Basta un particolare (alcune volte anche apparentemente trascurabile ) per rovinare il tutto , per far si che la catena si rompa , ogni anello (passaggio ) è fondamentale e quanto più alta è l ‘aspettativa che si crea più gli “anelli” devono esser forti e saldi tra loro .

  • Alexandra said:

    Sarà che la barista, semplicemente, non ama il suo lavoro. Anzi, lo detesta. E così, detesta ancor di più i clienti che entrano nel suo bar. Che tristezza.

  • alexandra said:

    …e avrei offerto un caffè a quella triste barista.

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